sabato 17 novembre 2018

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Momenti di parole

Sulle ali di Lucilia

Blog

Nei luoghi dell’espiazione, tempo e spazio diventavano inversamente proporzionali. L’avere scritto una storia autobiografica gli aveva fatto guadagnare il consenso che ora rivendicava lo scotto della curiosità: la tv lo voleva intervistare. La giornalista chiese: “Angelo perché ha sparato di nuovo?”. Lui si strinse nelle spalle e disse: “L’amore è una configurazione dell’anima che esige cura, nutrimento costante"


di Daniela Robberto

Nel silenzio inquinato dal fruscìo del ventilatore che smuoveva la stessa asfissiante aria rileggeva per l’ennesima volta l’invito ricevuto. Un format di successo della televisione nazionale voleva intervistarlo. L’idea gli sembrò pazzesca: non sentiva alcun bisogno di mettersi in mostra e meno che mai darsi in pasto ad opinionisti dell’ultima ora. L’avere scritto una storia autobiografica gli aveva fatto guadagnare il consenso che ora rivendicava lo scotto della curiosità; di lui volevano sapere tutto: l’infanzia, l’adolescenza, gli studi, la sua vita sentimentale. La foto che circolava, sempre uguale, era stata scattata parecchi anni prima in occasione di un compleanno di un’amica, la stessa che doveva averla messa in giro.

Non vi si riconosceva. Era molto più giovane e poi anche il taglio dei capelli, e quell’orribile camicia: tutto diverso. In fotografia veniva sempre con un occhio più chiuso dell’altro e la bocca storta in quello che nell’intenzione voleva essere un sorriso, diventava ghigno o facies stuporosa da idiota. Non sapeva se l’obiettivo fosse poco obiettivo o se invece lo fosse a tal punto da essere capace di fermare l’attimo che inibisce la naturalezza e fa della falsa disinvoltura l’impaccio immortalato per sempre. Più che altro gli dispiaceva che chi non lo conosceva, potesse associare ai suoi scritti un’immagine che non era la sua. Avrebbe dovuto far sparire anche quella foto con la sistematicità con cui aveva eliminato le altre che andava trovando perse ed ingiallite nei fondi dei cassetti, cadute dietro i mobili o usate come segnalibri nella letture lasciate a metà.

Come in tutte le cose che si vogliono occultare, però esiste sempre una traccia in possesso agli altri il cui controllo sfugge miseramente alla cautela. Così non era per ciò che affidava alla scrittura anche se la tentazione di distruggere tutto a volte era stata fortissima. Aveva resistito per amor proprio, per quella punta di narcisismo di chi si sente il creatore di storie vere e inventate. Nel suo universo malinconico i pensieri traevano vita dai frammenti della quotidianità, da tutto ciò che per gli altri era consuetudine, inezia. Le cose piccole, i gesti diventavano parole a cui sequestrava la libertà di scivolare via; le incatenava in frasi che leggeva, aggiustava e riaccostava fino a quando sembravano scaturire naturali, discorsive ma era falso perchéniente è più difficile che scrivere facile. Prese tempo ma la brava giornalista, che alla fine lo andò a trovare, conosceva troppo bene i trucchi del mestiere e sottolineando quella sua capacità che accarezzava l’orgoglio di scrittore, ribaltò l’esito di un incontro subìto ed accettato all’inizio solo per ribadire il suo definitivo diniego.

Il giorno stabilito per l’intervista lo trovò insonne e l’emozione l’attanagliava a tal punto che fumò parecchie sigarette di seguito. Con la bocca amara lasciò che l’ultima bruciasse da sola nel portacenere sbeccato; l’esile filo di fumo si torceva avviluppandosi nell’aria ipnotizzandolo nella sua spirale. Si rendeva perfettamente conto che forse quella era l’ultima occasione di potere proclamare le sue verità; da quel momento probabilmente le luci su di lui si sarebbero spente per sempre lasciandolo cadere nell’oblio totale e nella sequenza delleporte in ferro che sigillavano il limite blindato della sua nuova esistenza.

Nei luoghi dell’espiazione, tempo e spazio diventavano inversamente proporzionali dilatandosi a dismisura l’uno e riducendosi nei confini l’altro. Gli ospiti prendevano eufemisticamente la definizionedi persone ristrette ma erano detenuti, e per lo più, tutti delinquenti. C’erano i delinquenti professionisti e quelli come lui, occasionali. La distanza dall’una all’altra categoria è sostanziale essendo i delinquenti occasionali gente comune che mai avrebbe messo in conto di potere inciampare nel crimine; in questi la casualità degli eventi, la perdita momentanea della liquidità mentale decide il bivio dei percorsi consentendo cose terribili e tranne per pochi, nessuno somiglia mai ai suoi delitti veri o presunti che siano. Nello sbandamento iniziale del cambio di abitudini, e nel difficile adattamento alle regoledella casa circondariale dove l’avevano mandato, si era dovuto allineare alle regole carcerarie istituzionalizzate ma anche aquelle non scritte e mai dette, una sorta di codice d’onoreda condividere con chinon avevacon lui nulla in comune: erano nella maggioranza rozzi e volgari, sbracati in ogni cosa e tutti falsi banditori della propria innocenza.

Aveva dovuto fiaccare la loro diffidenza, fare finta di non atterrirsi agli scoppi di collera o ai mormorii di intimità anomale, ignorare il tanfo di sudore e gli altri odori di cella. Aveva dovuto occultare le proprie conoscenze culturali, far finta di condividere la speranza in un futuro improbabile e tollerare le vaghe pratiche religiose che vedevano energumeni tatuati e pelosicon rosari in plastica appesi al collo, ridicoli segni pagani a cui affidarele loro vite ormai bruciate. Toccava con mano il fallimento dell’intento riabilitativo della detenzione che non si confà mai allacondizione umana se non per ridurla all’abiezione ed al cinismo. La legge già così poco credibile in libertà nella restrizione allenta ancora di più le sue maglie per i forti e artiglia i diritti minimi degli ultimi tra l’inerzia duttile di magistrati e carcerieri.

“Angelo, la sua vita fino all’evento di cui parleremo è stata in fondo una vita serena, fatta di fatica, di studi… anche se ha dovuto lasciarli per un lavoro da guardia giurata, è ammirevole come lei abbia sempre coltivato i suoi sogni di letterato… ci racconti lei questa sua prima parte: com’era da giovane, che cosa le piaceva della sua vita …. ”. Aprì la bocca per parlare ma non fu in grado di emettere un minimo suono; poi le parole uscirono lente, banali, zuppe di ritrosia, di frapposti indugi. La giornalista interruppe la registrazione ma non la fece cancellare. Forse era stupita dal suo inceppo, o forse no, perché essendo anche lei usa a scrivere, comprendeva come mettere nero su bianco in assenza di un interlocutore faciliti il dischiudere dei pensieri e dia agio all’esporre i propri ragionamenti senza che questi vengano interrotti. Lasciò quindi che il tempo passasse senza parlare mentre loscrutava. Era decisamente un bell’uomo, maschio quanto bastava, spalle squadrate anche se le teneva ricurve sotto il peso di un’ angoscia invisibile; le guance incavate accentuate da una filo di barba che gli confermava l’aria da intellettuale. La testa languidamente reclinata lanciava bagliori dagli occhi dolenti ora provati e ridotti a lame affilate ma che un giorno dovevano essere stati aperti, sorridenti, occhi intriganti capaci di carezzare meglio che una mano, quelli in cui una donna entra tutta crogiolandosi nel benessere di starci dentro. Cominciò a raccontare; non era quello che la giornalista gli aveva suggerito: non seguival’ordine cronologico della sua vita ma andava direttamente all’essenza dei fatti. Lasciò dunque che lui dicesse.

Mancavano cinque minuti a mezzanotte ma era da un’ora e più che era mezzanotte; le lancette si erano zavorrate in blocchi di cemento e si muovevano con lentezzaesasperante;non voleva fissarle ma il suo sguardo ritornava sempre su loro che lo guardavano inchiodate. Si impose di concentrarsi sul capitolo che stava leggendo; non aveva capito niente, tornò indietro all’ultima paginache aveva fermato nella mente ma si riperse pensando ai suoi pensieri. Da quando sua moglie era diventata responsabile della mensa dell’azienda presso cui lavorava un sottile veleno di rivendicazionespandeva effettiperniciosi sul loro equilibrio di coppia. Era come se avesse voluto reclamare una nuova libertà abiurando la sua vita passata scandita tra casa, lavoro e figli. Era diventata più allegra, inappuntabile nel vestire e pian piano lasciò che a lui si accollasse il maggior carico della conduzione familiare, dell’accudimento ai figli e alla casa. Aveva cominciato ad uscire sempre più spesso la sera sola per andare con le colleghe al cinema o a mangiare una pizza. Quella sera però nonostante la figlia più piccola avesse la febbre e piovesse a dirotto, lei si era messa in tiro e non aveva neanche preso in considerazione di poter rinunciare a quell’uscita serale e questo lo stupì.

Il suo olfatto mentale percepiva l’allerta che gli arrivava dall’inconscio e più la censura della mente ripeteva “Ma che vai pensando, ma di che ti preoccupi”, ancorapiù l’azzardo della gelosiagli suggeriva “Non essere ingenuo Angelo, la fedeltà non esiste, è volubile, vacilla ad ogni passo mentre l’istinto difficilmente tradisce”. L’incertezza, il dubbio che lo dilaniava gli dava un senso di vertigine ed avrebbe voluto provare lo stesso conforto di quando da bambini si viene per gioco lanciati in aria e si percepisce il vuoto sicuri ma nella certezza alla fine di essere sorretti tra braccia sicure. Ma non era così. Forse tutto stava finendo e la Lucilia cuprina disgustosamente accorreva con le compagne sulla carcassa in via di putrefazione del loro rapporto; gli ronzava all’orecchio della mente i piccoli segnali, gli indizi scabrosi, le piccole cose che non aveva pensato di notare ma che si erano stratificate ed ora dandosi la mano sussurravano maligne: “Ecco, hai visto? Hai sentito? Hai notato?”. Lucilia aveva identificato il suo macabro buffet ed in corteo alato con le compagne si preparavaal gusto di un pasto offerto gratis. Per non impazzire decise di distrarsi, di tenere la mente impegnata in coseche non lo interessavano completamente. I ragazzi dormivano e anche la piccola ora respirava con regolarità. Le toccò la fronte che non scottava più come nel pomeriggio; la bambina si aggiustò nel sonno abbracciando più forte il suo peluche. La coprì premuroso. Aveva bisogno di muoversi. Decise di andare nel garage che aveva attrezzato a piccolo laboratorio che si trovavaa poca distanza da casa,nei locali a pian terreno del palazzo dove abitavano i suoceri.

Lucilia Cuprina

Da qualche giorno il telecomando del cancello condominiale non funzionava bene e la pistola in dotazione doveva essere lubrificata visto che era rimasto a casa per più di una settimana per una spalla lussata. Con queste due piccole incombenze pensò di impegnarsi nell’attesa che gli tornassero moglie e sonno. Il nubifragio che si allontanava aveva concesso una tregua armata fatta da fulmini diradati e da una pioggia più lieve. Scese nella strada deserta. Pensò a sua moglie uscita senza ombrello e con le scarpe dai tacchi alti. Si toccò la tasca per accertarsi che avesse il cellulare in caso lei telefonasse.Arrivato nel garage per prima cosa lubrificò la canna dell’arma in dotazione ungendola con il grasso e la lucidò nelle sue parti esterne per eliminare ogni residuo di sporcizia rendendola pronta per il lavoro. Poi passò al telecomando ma sulla rastrelliera degli utensili mancava il cacciavite ritorto e ricordò che lo aveva prestato al suocero; si maledisse per non aver ricordato di farselo restituire ed allora decise di salire a casa dei suoceri che erano in vacanza per andare a prenderlo. Nell’ultimo cassetto trovò il duplicatodelle chiavi di casa loro. Si assicurò l’arma nella tasca interna del giubbotto e si avviò verso l’appartamento dei suoceri.

L’androne era pieno di pedate a causa di quella pioggia ma l’ascensore era presente. Mentre saliva Angelo si guardò allo specchio, non era un bello spettacolo: i capelli bagnati la camiciastropicciata, le occhiaie scure lo resero ancora più scontento; si pettinò con le mani. Arrivato al piano fu investito nel pianerottolo dall’odore stagnante di cose bruciacchiate. Infilò la chiave nella serratura superiore quella di sicurezza ma rimase stupito nel vedere che non c’era alcun giro. Si allarmò e pian pian con cautela girò la chiave nella serratura centrale. Questa cedette subito nell’aprire la porta. Un forte odore di pizza e di birra lo investì ma al contempo anche gli altri sensi si allertarono nella lama di luce azzurrina che filtrava dal soggiorno e negli inequivocabili ansimiche sulle prime non capiva cosa fossero ma poi individuò negli orgasmi simulati di un film porno. Pensava a dei balordi che avendo saputo di una casa momentaneamente vuota ne avessero fatto transitorio bivacco. Istintivamente prese in mano l’arma. Tratteneva il fiato perché era chiaro che avessero sentito il rumore delle chiavi e la porta che si apriva e chiudeva. Forse anche loro aspettavano timorosi come lui. Ci volle qualche attimo per abituarsi alla penombra.

Improvvisamente la figura che riempì il vano del telaio avanzò stupita. “Che cosa ci fai qui - gli disse sua moglie - e come sei entrato?”. “Che cosa ci fai tu invece”. In quel momento il fabbricato si sgretolò, i piani superiori gli crollarono di sopra senza ucciderlo ma finendolo per sempre. Lei, l’oggetto del suo sconfinato amore, della fiducia, della tenerezza, la compagna a cui aveva già comprato in anticipo il regalo per il compleanno; lei di cui aspettava una chiamata per andarla a prendere ovunquefosse per proteggerla dalla pioggia e non farle bagnare le scarpe nuoveora le stava davanti a piedi per terracon la maglia infilata alla rovescia in una nuditàindecente che lui non conosceva, discinta e scarmigliata davanti un televisore in cui le scenedi un film pornografico continuavano instancabili nei loro gemiti osceni. Pensò che quella donna che lui aveva davanti forsesomigliava asua moglie ma non era lei. Lei era in pizzeria con le amiche e si attardava nel locale perché pioveva a dirotto e non poteva uscire, non voleva rovinare le scarpe nuove. Sentì la propria voce che chiedeva “Dov’è?” ma soprattutto lo trafisse la voce di sua moglie che pronunciavail nome di un altro con la confidenza di chi, nel momento d’urgenza dimenticava davanti al marito di celare l’intimità esistente tra loro. Lo richiamava a prendersi le sue responsabilità; degradandosi davanti a sè stessa, davanti al lui, davanti ad una bambina che dormiva lontano nel suo lettino il suo ultimo sonno di vita serena. Gridava “diglielo ! diglielo!” ma che cosa doveva dirgli quello chenudo come un vermecercava l’infelice riparo dietro lo schienale del divano. Se avesse saputo dipingere o se fosse stato un granderegista sarebbe ricorso agli effetti speciali distorcendo il simulacro vuoto che aveva la sua faccia e le sue mani come nel dottor Jekyll e mister Hyde nei tratti satanici, nelle nocche nodose ed artigliate dell’immonda bestia dai piedi equini. Le sparò tra le gambe e lei urlò con tutto il fiato che aveva in corpo; gli piacque e sparò di nuovo colpendola a morte.

Il silenzio scese nel refettorio della mensa carcerario dove stavano registrando l’intervista. La giornalista chiese: “Angelo perché ha sparato di nuovo?”.

Lui si strinse nelle spalle e disse: “L’amore è una configurazione dell’anima che esige cura, nutrimento costante, rinuncia consapevole di molte libertà personali che perdono valore davanti alla passione, alla presenza, al conforto, alla tenerezza, alla risata, al rispetto. Io ci ho creduto fino all’ultimo minuto, fino a quando l’ho vista per l’ultima volta. Non posso smettere di pensare a come lei abbia potuto vivere trascinandosi nella mia quotidianità che le sarà stata sgradita, insopportabile. Come anche solo per un istante abbia desiderato la mia morte, sognato il gusto di una solitudine improvvisa. Mi domando come, sapendo questo, sarei stato oggi o domani, se fosse rimasta viva. Io sono stato la causa della sua morte non meno di come lei è stata la causa della mia vita. La cosa più dolorosa è che nonostante cerchi di allontanare la sua immagine da me questa ritorna sempre nei dettagli che non vogliono dissolversi, di quello che fu, quando mi riposava a fianco sul divano, quando rideva per le mie battute, quando seguiva con attenzione le cose che io avevo scritto e gliele leggevo, di tutta la poesia che mi ha regalato e poi negato nel suo tragico errore di considerare la mia presenza nella sua vita come un passaggio transitorio. La carneficina dei sentimenti regala brividi d’orrore che richiamano a pioggia correzioni altrettanto spietate e le loro cicatrici si elevano dolenti e nodose come dorsali montuose dell’animo che rendono invalicabili i passi, e il presente e il futuro non possono più sperare in niente perché già depredati dal passato».


© Riproduzione riservata
Pubblicato il 18 ottobre 2018




Daniela Robberto

Questi sono i miei racconti. Nata a Messina nel lontano 1955, figlia femmina e, a detta dei miei (e quindi è sicuro) non troppo desiderata, di una coppia disastrosamente poco affine per luogo di nascita, carattere, studi, obiettivi nella vita, ambizioni... mia madre e mio padre. E devo forse a tali diversissime fonti genetiche la mia curiosità ed una personalità fortemente complessa ed agitata, che mi spinge a scrivere su ciò che più mi colpisce, che più mi intriga. Ho fatto per anni un lavoro facendomelo piacere, anche se non era il mio ma, alla fine sono abbastanza contenta di come mi è andata, e soprattutto della mia formazione perché quando devo descrivermi, come in questo caso, o quando penso a me stessa, alla mente mi sovviene subito il mio nome, poi che dovrei dimagrire e poi che sono biologa. Sono su facebook.


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