domenica 22 ottobre 2017

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Momenti di parole

Il gigante verde di Palermo

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Non ha bisogno di parole: il ficus magnolioide che dal 1863 "regna" su piazza Marina e il suo Giardino Garibaldi, dall'alto dei suoi 30 metri è testimone delle vita vera che scorre sotto di sè, e ne conosce i suoi segreti (vedi gli assassini di Joe Petrosino). Respirando l'umidità del mare siciliano cerca il suo conforto nel confronto con le stelle


di Daniela Robberto

Le robuste radici aeree flettevano in monumentali pilastri che, una volta toccata terra, artigliavano qualunque cosa come dita lunghissime che nel loro aggrovigliarsi ricordavano spirali di serpenti. A distanza la sagoma della magnolia della grande piazza colpiva l’occhio per la gigantesca e sgangherata asimmetria e per l’intreccio quasi osceno di rami e radici. Questi formavano anfratti odorosi di resina all’interno dei quali i ragazzini solevano nascondersi nei loro giochi e giovani innamorati incidevano nella fragile corteccia i desideri di nascoste passioni. Il grande albero esotico conferiva con la sua eleganza la maestosità che ricordava la foresta d’origine spendendola in luoghi dove le piante per sopravvivere ricorrevano spesso a foglie trasformate in spine e il popolo minuto si piegava rassegnato alle prove che la miseria spirituale accompagna sempre l’indigenza.

Il suo tempo, imparagonabile a quello umano, scorreva pigro testimone delle vicende che, pur mutando nello sfondo e nelle fogge del momento, sostanzialmente rimanevano sempre le stesse. Avrebbe potuto tracciare il profilo delle migliaia di esistenze che passavano sotto i suoi rami calpestando con i piedi la polvere del terreno, sollevandola e trasportandola come orma sempre più sbiadita per essere alla fine confusa e cancellata dalle altre più recenti che via via si sovrapponevano. Davanti a tale spettacolarità, alcuni rallentando il passo, teorizzavano la volontà di credere a qualcosa di trascendente, nel bisogno compulsivo di un divino che facesse di quell’albero, di loro stessi e di tutto il resto della natura, le tessere di una precisa logica, di un progetto eterno, una predizione che preludesse alla tacita promessa di un significato oltre l’esistenza. Altri invece pensavano molto più tristamente che tutto facesse parte di un universo che, dopo un inizio anche considerevole, sarebbe stato comunque destinato ad una insindacabile degenerazione senza alcuno scopo, senza alcun principio mistico se non quello casuale. Ma questi erano i colti, quelli che speculavano circa le cose della vita, il chiedersi il perché ed il percome l’uomo esista, alla ricerca di motivazioni che ne potesse giustificare l’eventuale vacuità. La gran parte degli altri, si muoveva come massa di individui ognuno dei quali rivendicava pretese minime legate per lo più alla sopravvivenza ed i cui paradigmi sostanzialmente non cambiavano, in cui il male ed il bene si alternavano nelle abitudini e dove la tregua momentanea tra malattie, abbiezione e delusioni consentiva al massimo di poter trarre fiducia nel domani, rendendoli paradossalmente contenti di stare al mondo.

Il ficus magnolioide di piazza Marina a Palermo

C’era anche l’altra parte del cielo che veniva a passeggiare in carrozza sotto il grande albero da esibire come nota esotica del verde urbano: era la noblesse cittadina il cui cuore salottiero pulsava di mondanità fatta di balli, concerti, colazioni sui prati, che accoglieva teste coronate venute da lontano, poeti e scrittori famosi d’Europa facendoli stupire della mitezza del clima, inorgogliendosi dell’opulenza delle tavole imbandite, della raffinata cultura prima che il rombo minaccioso delle guerre zittisse quella gala solenne.

L’albero sembrava osservare e tacere. La fitta chioma fogliare filtrava non solo l’aria ma anche le oblique luci del sole e della luna e custodiva di quelle intimità il riserbo fungendo da pietra paziente nei confronti di tutte quelle maschere che la nequizia della vita trasformava impercettibilmente in volti segnati a ruga. Facevano da sfondo alla piazza i grandi e severi palazzi che in tempi assai più remoti erano stati sede di dolore, che avevano ascoltato indifferenti le grida dei condannati a morte, in una città in cui la morte diventava lo “svago” che potenti viceré, a mezzo di santi consigli, regalavano in gratuito ammonimento. Il popolo riempiva la piazza e gradiva con gusto macabro il partecipare allo “spettacolo” delle torture e successive uccisioni, dove il “mastro impicca”, figura di primo piano, godeva di grande rispettabilità e le confraternite organizzavano le preghiere per gli agonizzanti le cui teste mozzate a fine sofferenza, pendevano dai prospetti dentro pregevoli ingabbiature.

Le quinte architettoniche di questi edifici e chiese rimanevano immobili mentre il progresso modificava, come nei ragionamenti matematici, solo le parti variabili quali la pavimentazione e l’illuminazione. Quell’illuminazione che una sera di un freddo marzo degli inizi del 900 improvvisamente fu resa ancora più fioca nella luce attenuata dei fanali a gas, che si fece complice di un omicidio ammantato di mistero ed entrato nella storia quasi come leggenda. Permise a quei sicari giunti d’oltreoceano di colpire a morte un uomo che fu l’antesignano storico della giustizia moderna ed il cui coraggio, il sogno di legalità misto all’ingenuità che contraddistingue in ogni cosa l’agire dei pionieri, lo condussero a morire disarmato ed aggrappato ad una cancellata di ghisa in una città sconosciuta.

La grande magnolia ancora troppo giovane udì le voci sommesse e concitate, lo scalpiccio dei passi furtivi degli assassini che tesero l’agguato orchestrato a tavolino. Fu testimone di come si stendessero i fili dell’illegalità con il nuovo Continente foraggiato da manovalanza malavitosa la cui fedina penale, ripulita come una bianca veste, consentiva di rimpolpare i ranghi più bassi del crimine organizzato che sparava in siciliano ma le cui menti raffinate disquisivano e decidevano in forbito italiano. Da allora ogni cosa non fu più la stessa e conferì alla stessa aria l’atmosfera di perenne compromesso che non abbandona mai, anche nelle menti degli stessi abitanti, l’amara convinzione difficilmente estirpabile che fa di un uomo, l’essere siciliano.

Qui fu ucciso Joe Petrosino

Sotto le sue fronde fluiva la vita, anno dopo anno, decennio dopo decennio. La strada in terra battuta cedeva il posto a quella lastricata e mentre prima il tempo dell’uomo aveva il ritmo dei suoi passi rendendolo dilatato, bastevole a tutto, pian piano il progresso mutava le condizioni dando a tutte le attività giornaliere un andirivieni da formiche rendendo più agevoli e veloci oltre che alle persone gli spostamenti delle merci e delle relazioni. Ai carretti di legno trascinati a forza di braccia seguirono i più agili calessi e le “carrozze d’affitto” noleggiate per le grandi occasioni. A queste seguirono gli omnibus, carrozzoni trainati da cavalli e le prime tramvie sempre a cavallo i cui binari avevano nella grande piazza, il primo capolinea. Già alle prime luci del sole la piazza era invasa da una folla che raggiungeva il suo culmine nelle ore centrali del giorno. Venditori di frutta e verdura proponevano mercanzia di ogni genere e ad essi si mischiavano vagabondi in cerca di elemosina, e gente venuta all’aria fresca per sottrarsi alla calura soffocante di quelle abitazioni che poco avevano di confortevole.

La domenica il volume della folla raddoppiava e le famiglie uscivano dalla chiesa soddisfatte di avere trovato nella parola di Dio la pace per la coscienza, l’alleviamento dei sensi di colpa ed il viatico per godere del pranzo domenicale in famiglia. Durante la passeggiata delle famiglie i bambini si rincorrevano nella follia dell’infanzia, e le nuove coppie nella menzogna si raccontavano per piacersi. Tutti però compravano qualcosa: chi mazzolini di fiori, altri coppi di calia e semenza da sgranocchiare nel pomeriggio fino a rendere la lingua gonfia di sale ed arsa di acqua. Lungo la pregevole cancellata in stile liberty ed anche all’interno del giardino si disponevano gli artisti di strada, ognuno al suo posto, scelto e mantenuto nel tempo. Essi offrivano la loro creatività e rivolgevano le loro esibizioni ad una ribalta popolare che nella loro mente diventava così palcoscenico a volte, addirittura accademia. Orchestrine, giocolieri, pittori richiamavano la curiosità e per pochi centesimi che raccoglievano in un piccolo fazzoletto posto per terra, allargavano gli orizzonti di chi interessato, di chi volesse elevarsi dall’essere sempre popolo ignorante e rozzo, di chi volesse, anche se di fatto schiavo, diventare libero almeno nel pensiero.

Uno di questi era assiduo: non ricordava la prima volta che lo aveva visto, probabilmente perché si sistemava sempre in un angolo che comportava una osservazione forzata, di sbieco; dava sempre le spalle e raramente si girava perché impacciato dai suoi strumenti di lavoro e forse dagli effetti del vino che sicuramente beveva in abbondanza. Aveva un rituale preciso: appena arrivava posava per terra la vecchia cartella con i colori e alcune tele dipinte che portava sempre con sé, che non poteva o non voleva vendere e che disponeva bloccandole tra il muretto e la cassetta dei colori. Poi apriva lo sgabello su cui raramente si appoggiava e montava il cavalletto in legno tutto macchiato di grassi colori ad olio. Era un tipo apparentemente poco interessante, né alto né basso, non grasso né longilineo; teneva sempre un basco floscio in testa che non faceva mai vedere se avesse capelli e di che colore questi fossero. Di lui certamente rimaneva l’immagine di un sigaro spento gestito con destrezza dalle labbra; erano belle labbra da uomo, contornate nettamente, tornite e sensuali di cui sicuramente nessuna donna avrebbe potuto dimenticarne le linee maliziose o sarcastiche ma anche le pieghe colleriche che le increspavano nei confronti di una amante venuta a noia di cui avrebbe voluto disfarsi. Di quella per cui probabilmente in altri tempi si sarebbe gettato nel fuoco ma di cui alla fine non esisteva più alcuna remota possibilità di desiderio.

Maercatino sotto la Magnolia

La magnolia ne osservava incantata i movimenti della mano mancina con cui tracciava con i pennelli le linee sulla tela, spesso riciclata e che muoveva ora con millimetrica cautela nel vergare i dettagli ora con la violenza di armi cruente. Non aveva bisogno di copiare perché i modelli li aveva nella sua mente, nei ricordi da cui saccheggiava pose, sorrisi e sguardi, di quelle donne che pur essendo state sue, sulla tele perdevano i nomi, le attribuzioni all’una o all’altra mischiandone i lineamenti ma costruendo una idea di femminilità che apparteneva a tutte e in fondo a nessuna. Spesso i passanti si fermavano ad osservare il suo lavoro ma egli non sembrava per nulla infastidito a meno che non gli chiedessero qualcosa o se insistessero con le domande. Anche lei avrebbe voluto chiedergli qualcosa ma era passato troppo tempo da quando lo aveva visto l’ultima volta ed era imbarazzante il non saper più ordinare il prima e il dopo, il sapersi appropriare bene delle storie vissute ed accumulate ma aggrovigliate come gli intrecci di rami e radici che la stringevano.

Se la grande magnolia avesse mai potuto in qualche momento della sua esistenza stiracchiarsi e svincolare un attimo i suoi rami per potere appuntare tutto ciò che aveva visto e vedeva avrebbe di certo narrato dell’incessante passaggio di passi affrettati di un furto, di uno scippo o le sagome che emergevano dal buio e che decidevano se ci si poteva fidare di quel cliente fuggevolmente valutato nell’aspetto e portarlo nel tugurio a pochi passi da lì. O dei disperati che pieno di vino scadente si disponevano tra le radici in cerca di un sonno che desse parziale ristoro dal freddo o dal caldo gli amori sbocciati all’ombra delle sue fronde, gli odi cresciuti all’interno delle famiglie rispettabili, i tradimenti orditi ai danni di un marito di una moglie, le trame commerciali, i patti gli accordi più o meno leciti e le transazioni economiche per vendere e comprare e le gonne lunghe e poi quelle più corte e le donne sempre accompagnate e sorvegliate dall’uomo e poi libere apparentemente come quello e le prime autovetture che via via andavano sostituendo i carretti ed i calessi.

L’albero inchiodato alla terra era sempre là a respirare l’umidità sapida del mare siciliano, e, nell’appuntamento notturno con le stelle di cui era diventato amico, dialogava per sconfiggere la solitudine riconoscendole una ad una nella posizione e nella diversa luminosità. Non voleva da loro trarne vantaggi o presagi; gli era sufficiente il conforto di saperle anche se lontane vicine, immutabili, consolatorie nella loro fissità anche nell’ apparente scomparsa in un cielo nuvoloso.


© Riproduzione riservata
Pubblicato il 06 ottobre 2017




Daniela Robberto

Questi sono i miei racconti. Nata a Messina nel lontano 1955, figlia femmina e, a detta dei miei (e quindi è sicuro) non troppo desiderata, di una coppia disastrosamente poco affine per luogo di nascita, carattere, studi, obiettivi nella vita, ambizioni... mia madre e mio padre. E devo forse a tali diversissime fonti genetiche la mia curiosità ed una personalità fortemente complessa ed agitata, che mi spinge a scrivere su ciò che più mi colpisce, che più mi intriga. Ho fatto per anni un lavoro facendomelo piacere, anche se non era il mio ma, alla fine sono abbastanza contenta di come mi è andata, e soprattutto della mia formazione perché quando devo descrivermi, come in questo caso, o quando penso a me stessa, alla mente mi sovviene subito il mio nome, poi che dovrei dimagrire e poi che sono biologa. Sono su facebook.


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