domenica 16 giugno 2019

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Plausi e botte

Al ministro della pubblica (d)istruzione dico: si fa politica anche spiegando Dante

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Il caso della professoressa Dell'Aria di Palermo sospesa per aver fatto esprimere liberamente i suoi studenti, ha portato alla dichiarazione del ministro Bussetti che in classe non si deve fare politica. Parlare, però, di letteratura, storia, arti, filosofia, significa schierarsi, comunicare idee e passioni, come fecero nostro padre Dante, Ariosto o Manzoni


di Antonio Di Grado

Oggi tutte le mie "botte" vanno al ministro della pubblica (d)istruzione, uno al confronto del quale la Gelmini pare Maria Curie e la Fedeli pare Rosa Luxemburg. Tutt'altro che pago dei danni immani che i suoi predecessori, da una trentina d'anni, hanno inferto a scuola e università, il dilettante-allo-sbaraglio sulla poltrona che fu di De Sanctis, Gentile e Croce, da quella poltrona gonfia i muscoli e digrigna i denti a somiglianza del suo truce "capitano".

E non solo il suo ministero sospende la prof palermitana Rosa Maria Dell’Aria rea d'aver fatto liberamente esprimere i ragazzi, ma a scanso d'equivoci il portaordini di re Matteo II (vieppiù pernicioso del primo, che è tutto dire) chiarisce che non si tratta d'un provvedimento fortuito e isolato, ma che davvero s'intende colpire la libertà d'espressione, insomma quel pensiero critico che già nelle università viene sostituito da asettiche e vacue "competenze" da svendere al mercato. Infatti il Bussetti emerito di poco merito ha dichiarato che in classe non si deve fare politica. Politica: e cioè libero esercizio del pensiero, educazione alle idealità e alle scelte responsabili, alla interpretazione della realtà e all'immaginazione di assetti più giusti e vivibili.

La slide degli studenti dell'Iti Vittorio Emanuele III di Palermo che ha scatenato il caso

Ma poverino, povero lui e i suoi sodali, non è di questo che lui e loro parlano quando parlano di politica: per loro, nelle solitudini alpestri e nelle paludi lagunari del Nord brumoso da cui scesero a invadere la paciosa e servile Italia, "politica" vuol dire altro, significa guerra di bande, calci negli stinchi e cazzotti sui denti, oppure frode e mercimonio, raggiro e tornaconto. E quella politica, certo, non deve entrare a scuola.

Ma la politica dei miei vecchi docenti di liceo, che si commuovevano declamando "Libertà va cercando ch'è sì cara", perché la loro generazione per quella libertà aveva sofferto e lottato; la politica che ogni docente d'oggi che abbia valori da trasmettere fa, sia che parli di Boccaccio o di Hegel, di Piero della Francesca o di Wagner, perché parlare di letteratura, storia, arti, filosofia, significa schierarsi, significa comunicare idee e passioni, significa suscitare congetture e speranze, significa cercare assieme agli studenti "come l'uom s'eterna" già su questa terra, lottando per meravigliose astrazioni come Libertà e Giustizia, Verità e Bellezza, Fraternità e Utopia; quella nobilissima "politica" non solo a scuola e all'università va fatta, ma è il cuore stesso dell'insegnamento. E pretende che ci si schieri, come si schierava con partigianeria nostro padre Dante; che ci si esponga, in modo ovviamente problematico e aperto a dissensi e confutazioni, mettendosi in discussione ma mettendo in discussione in primo luogo le nefandezze e gli orrori del passato e del presente, e le mistificazioni e le imposture, dalla donazione di Costantino al sovranismo razzista di Salvini, dalle Crociate in Terra Santa a quelle odierne per "patria e famiglia", dai massacri del passato prossimo e remoto al dominio infamante e affamante del capitalismo finanziario d'oggidì.

La Divina Commedia illumina Firenze, di Domenico di Michelino, Santa Maria del Fiore, Firenze

Come la soave professoressa palermitana, anch'io dunque nelle mie lezioni universitarie faccio politica: perché spiegare Dante significa anche pronunciarsi sul suo disegno di salvezza universale, sull'Impero e il papato, sull'Italia dei comuni e sulla "avarizia" del proto-capitalismo dei mercanti; spiegare Ariosto significa anche evocare un Rinascimento "inquieto" e lacerato da fedi contrapposte, e aggirarsi nel castello d'Atlante percorso da vite vendute a larve evanescenti e mendaci, o ritrovare sulla luna il senno perduto dell'intero genere umano, ieri e oggi preda di follie private e pubbliche; spiegare Manzoni significa raccontare l'Italia di ieri e di oggi tutt'altro che beneficata dalla Provvidenza ma al contrario teatro della sopravvivenza, anzi dell'immortalità e del trionfo, dei don Abbondio meschini, opportunisti e servili che l'altrieri si inchinavano a don Rodrigo e ieri a Berlusconi; spiegare Leopardi o De Roberto o Sciascia comporta inoculare dubbi ed educare alla demistificazione delle "magnifiche sorti e progressive", del trasformismo immobilistico delle classi dirigenti, delle imposture del Potere. E perciò evocare il passato implica, sempre, pronunziarsi sul presente.

Viva, dunque, la politica nelle aule, e da quei templi di studio e di libera discussione si tengano lontani, invece, i marpioni e le canaglie, i demagoghi e i somari che pretendono di pascolarvi e addirittura di salire in cattedra dalla loro greppia zeppa di biada e di menzogne.


© Riproduzione riservata
Pubblicato il 20 maggio 2019




Antonio Di Grado

La professione del critico e di chiunque si ostini a interpretare il mondo e a non accettarlo com’è, esige giudizi di valore, promozioni e bocciature, nette prese di posizione. Rigenerare l’Uomo è oggi l'unica praticabile utopia


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