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Arianna, sedotta e abbandonata, e gli scrupoli di Teseo

Blog Come mai Teseo non era là? Cosa era successo? “Teseo… Teseo… Teseo…” cominciò a gridare Arianna, ma l’eco di quel nome invocato si confondeva con gli scrosci di pioggia indebolendo l’inutile richiamo. Teseo si ripeteva di aver agito al meglio: come avrebbe potuto mantenere verso una fanciulla, che non amava, la promessa di un amore ricambiato?

La fatica per il lungo viaggio  impediva alle sue palpebre di sollevarsi, mantenendola in quello stato di dormiveglia che le mischiava i bei ricordi fluttuanti con i sogni ancora tenuti in punta di memoria. L’improvviso rumore della pioggia la fece rabbrividire, nonostante il tepore delle coltri e, da donna innamorata, cercò rifugio nell’abbraccio del suo uomo; allungando una mano verso lui però  questa cadde su un posto vuoto e già freddo. Il contatto mancato ed un tuono improvviso la scossero definitivamente: come mai Teseo non era là? Cosa era successo? Si alzò di scatto ormai cosciente; incurante della leggera vertigine che la fece sbandare, si affacciò sulla soglia della tenda sotto la pioggia ormai divenuta battente.

Non vide e non udì niente. Allora uscì  fuori e cominciò a correre  a piedi scalzi: algide punture di sabbia mulinante le  trapassavano la sottile veste notturna mentre le sue viscere  tremavano all’unisono con gli esili arbusti di macchia mediterranea squassati dal maestrale. Sul tratto di spiaggia, dove fino alla sera prima era allestito il piccolo accampamento, non c’era anima viva così come deserto, fino a che il suo occhio appannato poté vedere, era l’antistante pezzo di mare. Teseo… Teseo… Teseo…” cominciò a gridare, ma l’eco di quel nome invocato si confondeva con gli scrosci di  pioggia indebolendo l’inutile  richiamo. Temette di perdere i sensi o forse li perse per qualche secondo, mentre la crescente nausea la faceva al contempo sudare e rabbrividire. Il gelo le stritolava il cuore mentre l’improvvisa rivelazione folgorava nella mente l’essere stata abbandonata; per quanto ella cercasse di concentrarsi, non riusciva neanche ad affrontare il più piccolo calcolo: quanto tempo era passato da quando erano andati a dormire? E con quanta velocità avevano dovuto smontare dopo avere montato tutto.  Seppure  nell’ottundimento, Arianna realizzò come la fuga fosse stata organizzata  nei particolari e come anche l’equipaggio fosse stato complice al vile inganno.

“Arianna abbandonata da Teseo” opera di Herbert James Draper (1905)

Chiamò e chiamò ancora inutilmente fino a quando ebbe voce, fino a quando questa divenne suono raschioso che le incendiava la gola. Allora si lasciò cadere diventando anch’ella sabbia nella sabbia bagnata e con un ultimo sforzo affidò, ormai muta, alle acque del mare la sua maledizione affinché raggiungesse veloce la nave salpata senza lei: “Che ti sia funesto, o Teseo il tuo ritorno in patria! Che ti si ritorcano contro le  promesse mai mantenute! Contro te e contro chi hai di più caro, che non sono io che hai abbandonato su questa spiaggia di cui non conosco nulla, neanche il nome. Io non  so se ti rivedrò mai, se finirò sbranata dalle fiere o morirò di fame su questa terra, di cui ho già provato l’inospitalità del vento, che ha soffiato turpe nelle tue vele in fuga”.

Thésée et le Minotaure, Etienne-Jules Ramey,1826. Giardino delle Tuileries (Parigi)

Arianna per la prima volta pensò alla morte vera: avrebbe voluto spegnersi lì sulla spiaggia, abbandonata al freddo ed al dolore, in quella pozza di acqua salata; lo voleva a perenne tormento per Teseo e come supplemento personale per la colpa di essersi fidata di un uomo. Ma la luce chiara, che l’aurora compassionevole cominciava a spargere ovunque, aveva detto al vento di placarsi e le infuse il coraggio di continuare a vivere. Arianna si trascinò al piccolo accampamento di cui rimaneva la solitaria  tenda dell’abbandono. Doveva togliersi la veste zuppa e piena di sabbia e ritrovare calore da regalare al suo sangue. Affrontò il talamo doloroso con occhi freddi e cuore cieco e gli strappò le coltri  in cui si avvolse a bozzolo. Poi, sfinita, si addormentò. Nello stesso momento, in cui Arianna precipitava nel pozzo buio del sonno, Teseo vegliava insonne; i capelli scompigliati dal vento e la faccia appoggiata all’albero maestro della nave non sembrava più l’aitante giovane dai begli occhi scuri. La sua nave puntava verso Atene mentre i flutti sconquassavano tutto, anche il carico dei suoi rimorsi. Nonostante la stanchezza lo avvincesse, la consapevolezza di quanto fatto gli sbarrava gli occhi costringendoli a seguire con la mente  il risveglio di Arianna, la sua incredulità, la sua disperata rassegnazione. Al contempo trovava per sé stesso molteplici  giustificazioni, che gli facevano tenere a bada l’idea di  codardia che gli si affacciava alla coscienza.

Teseo, Arianna e il Minotauro

Si ripeteva di aver agito al meglio: come avrebbe potuto mantenere verso una fanciulla, che non amava, la promessa di un amore ricambiato? Quella stessa fanciulla, che audace, gliela aveva estorto in cambio di un semplice filo. Come avrebbe potuto dire che la sua impresa contro il minotauro, che lo avrebbe dichiarato eroe in Patria, era anche frutto di un aiuto femminile la cui sagacia  aveva guidato i suoi passi ? No, aveva fatto bene! Voleva, anzi doveva, cancellare dalla sua mente tutta la vicenda: ritornare alla sua donna, nella sua patria, all’anziano padre che era in trepida attesa per lui. Incalzò i rematori ad essere più vigorosi sui remi, urlò loro che la terra natia li aspettava, che le loro mogli, scrutando il cielo nero e gonfio di pioggia, in quel preciso momento in ginocchio impetravano il loro ritorno agli dei. Forza con le braccia, gridava, domani riposerete  con onore!

Vaso François di Kleitìas (Museo archeologico nazionale di Firenze), particolare della nave di Teseo

Il re Egeo, padre di Teseo, sul promontorio di Atene

Fuggiva bene dai suoi scrupoli e, quando vide l’antico Falero che si profilava all’orizzonte, si convinse che era nel giusto perché nessun dio si era opposto al suo felice rientro. Teseo era pago di se stesso, sarebbe stato l’eroe celebrato come liberatore, sarebbe stato per il re il giusto successore e, per il padre, la consolazione degli ultimi anni. Teseo in un attimo dimenticò tutte le sue angoscie, le sue titubanze ma dimenticò anche di far sostituire le vele nere della nave con quelle bianche. Queste avrebbero significato al vecchio padre che la missione era stata condotta con successo e che lui, Teseo, era tornato salvo. La vista in lontananza della possente prua in arrivo mise in agitazione tutto il porto che si affollò festante al molo, ma, quando la moltitudine  accorsa vide il colore delle vele, tacque improvvisamente. Il re informato delle vele nere, in preda allo sconforto, indossò i colori del lutto  e, fattosi  portare sul promontorio più alto e prospicente il mare sotto l’acropoli, da lì si lanciò nelle acque buie e voraci.

Teseo pianse e si disperò per sua scelleratezza, per la colpa di un’altra promessa fatta e disattesa, per i capricci degli dei che, stendendo veli d’oblio sulla mente  degli uomini,  giocavano con la vita di questi punendoli per il loro orgoglio terreno. Il vecchio re e padre era morto per un equivoco, per un niente, per quello che nella vita accade e che ne determina spesso un esito infausto. Ma quelle acque che, seppure senza indugio lo inghiottirono, cercano anche oggi di restituire al vecchio e saggio re  il costo  del suo dolore donandogli la gloria dell’immortalità. Questa è legata ad ogni più piccola goccia di quel mare che prodigioso raccoglie luoghi  mitici, e che tra le onde vellutate e calde  sussurrano agli incantati viaggiatori: noi siamo le acque del mar Egeo.

A supporto del racconto, breve riassunto del  mito di Arianna e Teseo

Minosse, figlio di Zeus, aveva scalzato dal trono il successore di Asterione, re di Creta, soppiantandolo nello scranno regale. I cretesi non gradirono tale usurpazione manifestando un malcelato risentimento nei suoi confronti. Allora Minosse chiese a Poseidone di dare al popolo un segno di apprezzamento che servisse da testimonianza della stima di un dio, nei confronti del loro re. Poseidone volle accontentarlo e fece emergere dalla spuma del mare  un toro bianco, dalla struttura robusta. Fece ciò a patto  che la bestia gli venisse sacrificata con  gli onori dovuti ad un dio potente. Ma l’animale era talmente bello  che Minosse non si sentì  di sacrificarlo e lo tenne per sé destinandolo, come riproduttore per le sue giovenche. La risposta del dio non tardò ad arrivare. Poseidone si vendicò instillando in Pasifae, moglie di Minosse, una passione talmente incontrollata per la bestia che, ben presto, la regina partorì una creatura mostruosa. Nacque così il famoso Minotauro dal  corpo da uomo ma con zoccoli, coda e testa di toro. Feroce ed indomabile fu richiuso in un labirinto costruito dall’architetto di corte, Dedalo. Ma le disgrazie, si sa, non arrivano mai sole ed accadde che Androgeo, primogenito di Minosse, recatosi ad Atene per giochi ginnici, fosse ucciso da un gruppo di giovani ateniesi perché reputato troppo bravo.  Minosse per vendicarsi della città di Atene , sempre in guerra con Creta, decise, che ogni anno,  sette giovani e sette fanciulle dovessero essere inviati da Atene, come fiero pasto, alla bestia che si nutriva solo di carne umana. La triste imposizione straziava il cuore degli ateniesi ed intristiva Egeo. Fu così che il figlio del re, Teseo, convinse il padre a lasciarlo partire  alla volta di Creta per uccidere il terribile Minotauro e porre in tal modo fine all’orrido tributo. Il re padre acconsentì ed armò  per il figlio una nave. Egli volle per questa, delle vele nere a simbolo della complessità dell’impresa. Infatti in tutta la Grecia era noto  che il terribile Minotauro che si nutriva solo di carne umana fosse confinato nel labirinto di Cnosso da cui era impossibile uscire. Lo stesso Dedalo, artefice dell’intricato susseguirsi di corridoi e falsi ingressi ed uscite, una volta terminati i lavori, modellò delle ali in cera con cui, librandosi in volo, potè  guadagnare l’uscita. Quando la nave dalle vele nere arrivò nel porto di Creta, Arianna, figlia di Minosse, folgorata  dalla bellezza e dalla prestanza di Teseo, gli propose uno stratagemma  per salvarsi: gli consegnò un gomitolo, il cui capo Teseo doveva tenere legato a sé,  per dipanarne poi la matassa , via via che si addentrava attraverso gli intricati corridoi. Ucciso il Minotauro,  riavvolgendo il filo, Teseo trovò  l’uscita del labirinto. Arianna però pretese in cambio da Teseo la promessa  di diventare sua sposa e regina, al suo fianco. Teseo acconsentì ed una volta compiuta l’impresa i due partirono alla volta di Atene. Il lungo viaggio fu diviso in due tappe; approdarono all’isola di Nasso dove i due promessi sposi consumarono il loro amore e dove prese corpo l’inganno. Teseo in realtà non aveva nessuna intenzione di sposare Arianna e, quando la fanciulla si addormentò, salpò con la sua nave, abbandonandola. Teseo, durante il ritorno ad Atene,  però dimenticò di cambiare le vele che avrebbero dovuto essere bianche a segno che l’impresa era andata bene. Quando, il re Egeo vide che  le vele erano  nere, pensando  che il figlio fosse morto, si uccise buttandosi nel mare profondo.

Arianna consegna a Teseo spada e filo” opera di Jean Baptiste Regnault

Ma cosa successe alla sventurata Arianna?

Ad Arianna andò senz’altro meglio. Ripresasi dalla misera avventura con Teseo, mentre discinta si disperava sulla spiaggia, era stata notata dal dio Dioniso che se ne innamorò perdutamente; egli  inviò le sue baccanti a rifocillarla ed a condurla presso la sua dimora. Con lui, Arianna conobbe il vero amore che rimane testimoniato dal diadema d’oro e rubini, dono di nozze che gli dei fermarono nel cielo in una costellazione che brillerà per sempre a perenne ricordo della loro felice unione.

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