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Plausi e botte

Prohibido el paso: quando Catania fu remota succursale della hispanidad

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Nel 1959 nel centro storico della città, nella via Alessi ancora priva di scalinata, fu girato il film "La sposa bella", un film americano filo-franchista con un cast di star, da Ava Gardner a Dirk Bogarde, ai nostri Vittorio De Sica, Aldo Fabrizi, Enrico Maria Salerno. Non fu girato in Spagna perché il regime franchista avrebbe posto troppi vincoli


di Antonio Di Grado

Giorni fa ho rivisto in TV, col mio amico Fernando Gioviale, un film ingiustamente dimenticato, La sposa bella di Nunnally Johnson (titolo originale: The Angel Wore Red). Un cast d’eccezione: Ava Gardner, Joseph Cotten, Dirk Bogarde, Aldo Fabrizi, Vittorio De Sica, Enrico Maria Salerno, Arnoldo Foà. E due motivi speciali, a giustificare il nostro repêchage: quel film fu interamente girato a Catania, nel 1959, e io allora bambino lo vidi girare, anzi passai un paio di notti a spiare dal mio balcone la fuga disperata di Bogarde e le schermaglie tra la Gardner e Cotten sulla strada ripida e scoscesa della mia infanzia, via Alessi.

Attenzione: via Alessi, non scalinata Alessi come oggi la ribattezza il popolo della movida, a causa della brutta gradinata che sostituì il duplice basolato per le ruote dei carri, ma che ai miei tempi ancora non esisteva. E pensare che perfino un’accreditata storiografa francese ha scritto, su una costosa strenna, che quella scalinata fu una geniale trovata urbanistica della ricostruzione settecentesca, mentre esiste solo da pochi decenni!

Su quella impervia discesa vidi, sempre in quegli anni, muovere i suoi passi lenti e sconsolati il Marcello Mastroianni del Bell’Antonio, e ancor prima avevo potuto sbirciare, mentre riposava nel mio cortile, l’Alberto Sordi dell’Arte d’arrangiarsi di Zampa e Brancati. Un abituale set cinematografico, dunque, quell’incrocio di via Alessi con la splendida via dei Crociferi: e chissà che il mio amore per il cinema non sia nato contemplando la bellezza sfrontata di Ava Gardner e quella malinconica di Mastroianni.

Ava Gardner e Dirk Bogarde in La sposa bella

Ma perché quel film americano d’ambientazione spagnola fu girato proprio a Catania, perché rimbombano le esplosioni e scorre il sangue della guerra di Spagna proprio in via Alessi e in via Crociferi, in piazza Duca di Genova e in piazza Duomo, anziché nelle ramblas di Barcellona o nella “Cordoba lejana y sola” o nella capitale castigliana di Morire a Madrid?

Semplice: perfino un polpettone faziosamente filo-franchista come La sposa bella non si poteva girare nella Spagna di Franco, dove finanche la propaganda avrebbe violato l’obbligo della rimozione: della guerra civile del 1936-’37 non si poteva parlare, nella terra di Buenaventura Durruti e di Federico Garcia Lorca, ecco perché la scelta di Catania, remota succursale della hispanidad.

E dire che quel film innalzava un monumento alla chiesa cattolica spagnola (la “sposa bella” del titolo italiano), alleata del “generalissimo” golpista. La rappresentavano un Aldo Fabrizi che recita se stesso di Roma città aperta, fucilazione compresa, e il bel prete spretato e tormentato, ma infine fedele, Dirk Bogarde. Nell’opposta trincea ruggivano, invece, i miliziani repubblicani brutti-sporchi-e-cattivi, più truce di tutti il capitano Enrico Maria Salerno; unica eccezione, un Vittorio De Sica che però non è un comunista o un anarchico ma un vecchio generale fedele alla Repubblica. E tuttavia è ben girato e recitato, quel film, come tutti i filmoni hollywoodiani d’un tempo, e tanto più se bugiardi (e il più bello dei western non è forse il più bugiardo, il sontuoso e tuttavia fastidiosamente razzista Sentieri selvaggi?).

E bisogna anche aggiungere che la Catania notturna di quelle sequenze convulse e melodrammatiche è affascinante quanto quella del coevo Bell’Antonio. Non solo: i produttori del film furono i primi, dopo la buon’anima di Vaccarini, il geniale architetto della settecentesca ricostruzione post-sismica, a intervenire con zelo e munificenza sull’aspetto della mia via Alessi, dotandola di ringhiere, sradicando erbacce e sottoponendola a un bizzarro maquillage esotizzante. Dato che il film era ambientato nella Spagna degli anni Trenta, i bassi e gli orti furono truccati da peccaminosi tabarins e le scritte sui muri e sui cancelli furono tradotte o mutate: il classico Chi apre chiude (non chiuda: a Catania il congiuntivo latita) diventò Prohibido el paso; e restò tale, incongruamente, per molti anni.

Prohibido el paso: si chiudevano gli anni Cinquanta e nessuno, purtroppo, proibì l’ingresso alla speculazione e al malaffare, a una “modernità” devastatrice come quella che cancellò un altro quartiere del centro storico, San Berillo, e ne deportò la popolazione in un ghetto della periferia. Una ferita mortale, la prima di tante, nella nostra storia: come quella di cui muore, alla fine del film, la casta meretrix Ava Gardner.


© Riproduzione riservata
Pubblicato il 06 settembre 2019




Antonio Di Grado

La professione del critico e di chiunque si ostini a interpretare il mondo e a non accettarlo com’è, esige giudizi di valore, promozioni e bocciature, nette prese di posizione. Rigenerare l’Uomo è oggi l'unica praticabile utopia


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