martedì 18 settembre 2018

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Momenti di parole

Pornucopia

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Metti un ragazzo che a scuola disegna donne nude per ingannare il tempo. Metti una donna annoiata dal menage familiare che si sente osservata nelle sue intimità dai ragazzi della scuola di fronte casa e riscopre il piacere di piacere. Ci sarà sempre qualcuno, fra gli insospettabili, che da queste pulsioni trarrà profitto


di Daniela Robberto

L’edificio scolastico intestato ad un celebre scrittore siciliano si fronteggiava nel suo lato lungo con una serie di palazzotti la cui edilizia dai criteri urbanistici arabi, consentiva solo una minima distanza tra i prospetti che, in quella reciproca vicinanza, sembrava trovassero il coraggio di esistere. Il sole non aveva l’agio di penetrarvi mai con i suoi raggi e questo creava una permanente penombra il cui odore di umido rimaneva appiccicoso nel respiro, sui vestiti e nei capelli di chi percorreva quotidianamente i basolati lucidi; quel perenne crepuscolo, perfino nella bella stagione, forzava gli inquilini a tenere spesso anche di giorno la luce accesa. All’interno di quelle case si consumavano le vite semplici della gente di un quartiere popolare dove la radio e la televisione, sua sorella più giovane, rappresentavano i media più comuni con un altro mondo talmente lontano da sembrare inesistente. Inoltre, l’avvicendarsi nei balconi dei vasi di basilico, delle gabbiette dei canarini e i meloni gialli appesi a grappolo nelle reti, o di una pianta rinsecchita e bruciata dal freddo segnava l’inutile rincorrersi delle stagioni.

Le grandi finestre della scuola non arginavano gli spifferi gelidi che entravano sibilanti nelle aule riscaldate dai giovani aliti e dal tanfo dell’adolescenza: si interfacciavano ai balconcini fatti di balate di marmo sottile ed inferriate di ferrareccia scura e scadente. Stabilivano così un inimmaginabile confronto tra la vita scolastica, teatro teorico delle cose da imparare e quella della vita, teatro drammaticamente concreto delle cose già imparate. La fucina dell’istruzione, affidata al “rosa rosa rosae” ripetuto, anno dopo anno in litanica giaculatoria, e ai tentativi di trovare Milano o Torino sulla carta geografica appesa sopra la cattedra, vedeva nei docenti mal pagati, malvestiti degli anni sessanta, il farcire le teste di una pletora distratta e raccogliticcia. Lì si rimescolavano le diverse estrazioni socioculturali: il ricco, il povero, il deficiente, l’arguto ma era un microcosmo che anticipava perfettamente ciò che sarebbe stato il loro mondo di adulti e, se tutti subivano la tirata d’orecchio, lo scappellottolo sul collo o la punizione espiata dietro la lavagna in ardesia, i più abbienti venivano sanzionati in tono più leggero, meno pesante, in una sorta di compiacente e benevola tolleranza.

Quello che invece era presente in tutti quei ragazzini era il risveglio della sessualità che democraticamente invadeva brache e menti. Gli allievi annoiati durante le lezioni pensavano a tutto fuorché a quanto andavano cincischiando i professori ed il loro sguardo vagava altrove cercando qualcosa che li distraesse nel personale calo dell’attenzione. Enrico quel martedì di novembre, seduto nel banco attiguo al grande finestrone disegnava le sue donnine nude dalle forme strabordanti ed attratto dalla luce accesa di un appartamento diede di gomito al compagno di banco sussurrandogli piano: “talìa a chista….” Il suo sguardo era stato calamitato dal balcone di fronte dove una donna era affacciata in camicia da notte e giacchetta di lana; tentava di liberare uno strofinaccio che si era arrotolato malamente per il vento tra i fili da stendere e sempre lo stesso vento, rendendo incontrollabile la leggera stoffa della camiciola da notte, ne scopriva abbondantemente parte del corpo. Con le mani impegnate stringeva le gambe nel tentativo di afferrare i lembi svolazzanti e questo suo movimento diventava agli occhi dei due adolescenti una sorta di peccaminosa danza, vera concretizzazione dell’eros.

La signora del terzo piano come da allora l’avrebbero chiamata, era una donna giovane ma non più giovanissima; non aveva avuto figli e di questo, che era stato un cruccio sempre presente nei primi anni di vita matrimoniale, ormai non se ne lagnava più; anzi con il trascorrere del tempo, forse proprio dall’abitare vicino ad una scuola, si rendeva conto di come in fondo fosse padrona della propria vita. Quel lascia e piglia dei bambini con qualunque tempo e quello che ci doveva essere prima e quello che aspettava dopo quei genitori, le malattie, i compiti, le lotte in casa e il fare la spesa e la cura dei pasti, se l’era risparmiato; no! molto meglio così. Abituata com’era allo scialbume di una vita matrimoniale usa allo sbadiglio della noia dove tutto diventava abitudine, ogni atto compiuto era però automatico ed insignificante e veniva sepolto nella stratificazione delle emozioni negative che la rendevano dura ed ostile in ogni sfumatura di pensiero. Si accorse di essere osservata e si sentì in forte disagio ma non poteva permettere allo strofinaccio candido e già asciutto di cadere da basso ed essere magari calpestato da qualche passante o, peggio da un cane e poi avrebbe dovuto vestirsi in fretta e scendere e risalire i tre piani senza ascensore. Che guardassero pure! Una volta messa in salvo la mappina nel raddrizzarsi e sistemarsi con la mano i capelli, incontrò gli sguardi fissi ed attoniti e vide le bocche spalancate di quei giovanissimi. Questo non solo la fece sorridere ma l’intrigò moltissimo.

The Balcony di Marie Fox, 2010, acrilico su tela

Qualcosa di simile, di molto somigliante all’erotismo si impossessò di lei rivelandole quanto ancora potesse darle piacere il rendersi conto di appetire a qualcuno. Piano piano, giorno dopo giorno, quando era sola in casa cominciava a pregustare l’organizzare le sue fugaci apparizioni e ben presto si accorse che ai due iniziali si erano uniti anche altri: sperimentò così la lusinga di essere oggetto di desiderio; l’attesa di entrare in scena esaltava i suoi sensi; la sua mente come i grandi artisti da palcoscenico la spingeva a controllare a luci spente e dietro le tende il suo piccolo pubblico. I ragazzetti presero anima, identità; aveva imparato a riconoscerli ed a ognuno dava un nome, attribuiva un carattere, una personalità. Una sorta di avidità mentale le impediva di essere razionale fiondandola in qualcosa che avrebbe, solo qualche tempo prima a mente fredda, definito estremamente disdicevole, immorale e perverso. Il rischiare, lo sperimentare la sua capacità di seduzione invece le accelerava il battito, le rivelava la sua animalità che sentiva fisicamente e quei ragazzetti perdevano la loro connotazione anagrafica diventando solo maschi davanti ad una femmina. Tacitava la sua coscienza che blandiva ripetendo: “va bene lo faccio oggi e non lo faccio più ma in quella che doveva essere ogni volta l’ultima, osava sempre di più: dapprima velocemente e a volte indugiando gustando l’effetto su quel piccolo pubblico di assatanati di cui ben presto diventò l’agile ombra. Nessuno avrebbe mai potuto indiziarla perché stava attenta a non incrociare mai alcuno sguardo che avrebbe consentito all’alfabeto degli occhi di ammettere la sua intenzionalità.

Pablo Picasso Curvy White Nude Woman Blue Breasts del 1964

Passato il momento dell’eccitazione però il cuore le si scorava ed inorridiva di quanto fatto. Immaginò per un istante cosa sarebbe successo se si fosse saputo in giro; ma chi doveva? chi poteva saperlo? I bambini non avrebbero mai parlato quindi non conveniva a nessuno. Poi pensò alla malvagità dei bambini soprattutto quando sono in gruppo e pressati dalle domande di un adulto. Si atterrì perché c’è sempre uno più debole, più fragile pronto a parlare e una volta bucato il sacco, tutti avrebbero concorso a svuotarlo e l’avrebbero indicata con i loro indici accusatori, avrebbero dato indicazioni sufficienti per identificarla. Rabbrividì al pensiero di come suo marito avrebbe potuto reagire: dapprima incredulo e poi inferocito e livido per l’ira l’avrebbe di certo insultata, forse anche malmenata ma alla fine sicuramente, buttata fuori casa. Decise che non sarebbe andata a fare la spesa, poteva incrociare quei ragazzetti usciti per l’intervallo: quel giorno, per il pranzo si sarebbero arrangiati con quello che c’era in casa. Si impose di non pensarci più e, tirate le tende sull’uscio del balcone, spense la luce e si rintanò in cucina. I ragazzetti nel frattempo si erano dati voce e ben presto intorno l’orario di ricreazione quando i docenti non erano in aula e mollavano la presa della vigilanza, indugiavano davanti ai vetri; la signora non compariva più e loro non sapevano darsi una motivazione, “sarà malata” diceva qualcuno, dissimulando la delusione per la perdita di una cosa tanto attesa altri aspettavano consolandosi all’idea che sarebbe potuta riapparire da lì a qualche giorno dopo; ma in tutti, in tutti l’imput era stato dato e l’innesco partito.

Enrico quella notte sognò che la signora lo chiamava a casa sua e che, appena salito lei lo abbracciasse voluttuosamente nella camicia da notte sbottonata e nel suo profumo che egli immaginò di violetta, come quello di sua madre che era l’unica fragranza che conosceva. Il giorno dopo, inebetito per la notte agitata, ripeteva ai compagni: “vengo da una notte d’amore, vengo da una notte d’amore” e da quel giorno i suoi disegni diventarono sempre più espliciti così come fallimentare diventò il suo rendimento scolastico. Si incancrenì nel disegnare e in quei tratteggi rappresentava la sua virtuale esperienza con la signora impregnandola di motivi esagerati, esasperati; di quel mezzo d’espressione ne fece comunicazione con i compagni che gli chiedevano sempre più dettagli morbosi di un’esperienza in fondo solo immaginata. Il loro bisogno però non poteva accontentarsi solo dei disegni del compagno che in fondo schematizzava un’esperienza astratta e fatta a matita mentre in loro vi era l’esigenza di sapere e vedere qualcosa di reale. Fu così che ognuno dei ragazzi cominciò a darsi da fare nel reperire ovunque fosse possibile pubblicazioni del settore. Con una attività da segugio ognuno scoprì nelle proprie case un vero e proprio arsenale di pubblicazioni erotiche nascoste, forse all’insaputa delle madri, tra i documenti e nei cassetti che ogni padre possedendo dimostrava come per l’uomo in fondo il sesso sia sempre la ricerca di sensazioni impersonali senza alcun tipo di coinvolgimento emotivo e che è base della differenza sostanziale tra uomo e donna. I bambini sottraevano le pubblicazioni scollacciate per farle vedere e condividerle con i compagni di scuola e, come nugoli di mosche sulla marmellata rappresa, se le passavano in uno scambio alla pari. Però una volta uscite da casa il pericolo che fossero ritrovate nelle loro cartelle o sotto il loro banco creava motivo di grande preoccupazione.

Fu allora che un loro compagno, al di sopra di ogni sospetto, perché figlio del medico della scuola e quindi difficilmente soggetto ad ispezioni da parte dei professori, trasse la possibilità di farne una attività di ludo e di lucro. Poiché era materiale che scottava, le comprava ad una cifra ridicola rivendendole poi a fogli singoli che strappava con accuratezza avendo cura di non gualcire le preziose immagini. La sede del commercio era una autorimessa dove Paolino, compiacente garagista bruciava le sue ore di vita in quella semioscurità dove predominava l’odore di copertoni, dell’olio di motore e tra i secchi di acqua lurida che utilizzava per lavare le vetture. I clienti fissi erano tutti anziani o almeno così sembrava al giovanissimo imprenditore del porno. Egli, nonostante la giovane età, sovrintendeva agli acquisti concedendo con una calma da affarista la possibilità ai suoi clienti di scegliere per bene le immagini che più gradivano consentendo di scorrerle anche più volte in un attento verifica che li rassicurasse circa il personale gradimento. Il suo occhio da adolescente già smaliziato e la sigaretta “esportazione con filtro” che teneva con consumata perizia tra le dita facevano dimenticare ai suoi clienti la sua giovane età ed allenandolo a diventare profondo conoscitore dei propri simili. Di contro i suoi clienti che con l’avanzare dell’età sperimentavano la necessità di quelle pubblicazioni non facevano mai discussioni di prezzo e si orientavano sempre sull’acquisto di più immagini con l’illusione di arginare la delusione dei cambiamenti sessuali.

Sceglievano in base ai gusti personali tra l’impudicizia delle giarrettiere in nailon o di seni enormi perché evidenziati in profferta dalla morsa delle mani; per loro, l’immobile messaggio dei siparietti erotici che doveva appagare la morbosità nel suo apicale valore della giovinezza ma anche la nostalgia di una vitalità assopita. Affidavano a quelle immagini in bianco e nero il compito di lavorare nelle menti per trovare la dissolutezza sperata, i meccanismi psicologici della seduzione di quelle donne che per attimi abbandonavano il loro essere di carta e diventavano efficaci archetipi di carne e profumo, confidenza e intimità da condividere.

Foto di Pin Up degli Anni 60


© Riproduzione riservata
Pubblicato il 17 agosto 2018




Daniela Robberto

Questi sono i miei racconti. Nata a Messina nel lontano 1955, figlia femmina e, a detta dei miei (e quindi è sicuro) non troppo desiderata, di una coppia disastrosamente poco affine per luogo di nascita, carattere, studi, obiettivi nella vita, ambizioni... mia madre e mio padre. E devo forse a tali diversissime fonti genetiche la mia curiosità ed una personalità fortemente complessa ed agitata, che mi spinge a scrivere su ciò che più mi colpisce, che più mi intriga. Ho fatto per anni un lavoro facendomelo piacere, anche se non era il mio ma, alla fine sono abbastanza contenta di come mi è andata, e soprattutto della mia formazione perché quando devo descrivermi, come in questo caso, o quando penso a me stessa, alla mente mi sovviene subito il mio nome, poi che dovrei dimagrire e poi che sono biologa. Sono su facebook.


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