venerdì 14 dicembre 2018

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Momenti di parole

Tre ore di pura meraviglia sul treno della libertà

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Affrontare da sola il breve viaggio su rotaia tra Palermo e Messina per la giovane ragazza, poco più che adolescente, voleva dire "sono grande, posso fare quello che voglio". Nessuno doveva salire in quello scompartimento. Il treno, che sferragliava veloce, era magico e permetteva confidenze fatte ad un paesaggio impressionista. Finché...


di Daniela Robberto

Quando era poco più che adolescente decise che il suo sentirsi adulta sarebbe stato consacrato da un viaggio fatto da sola. La capricciosa velleità le fece ingaggiare una battaglia estenuante che alla fine vinse e costrinse i suoi ad innalzare il drappo della capitolazione con su scritto “fai chiddu ca vuoi!”. Al trattato della resa, una molteplicità di raccomandazioni a cui opponeva altrettante rassicurazioni: non avrebbe perso i soldi, non avrebbe dato confidenza a nessuno, non si sarebbe seduta sulla tavoloccia della toilette all’epoca chiamata ritirata, non sarebbe rimasta in uno scompartimento dove non ci fossero donne, non si sarebbe affacciata al finestrino durante la corsa del treno…..

Le promesse erano genuine, il loro mantenimento un po’ meno. Una splendida mattina di giugno, finita da poco la scuola, come stabiliva quella sorta di convenzione di Ginevra casereccia il suo diritto fu riconosciuto e si ritrovò alla stazione pronta per partire.

Appena diedero il consenso a salire sulla vettura si inerpicò sugli alti gradini del vagone di seconda classe. Scelse a caso uno scompartimento e si affacciò per salutare suo fratello che dal marciapiede sottostante assolveva al suo incarico di vigilare il corretto svolgimento di tutta la vicenda. «Me ne posso andare?». «Tranquillo», rispose.

Si salutarono con la mano già dimentichi l’uno dell’altro.

Nello scompartimento dai logori arredi in velluto marrone era sola oltre ai miliardi di acari, batteri e muffe stabilmente dimoranti tra le fibre del pesante tessuto. Vivevano indisturbati una pigra e satolla esistenza dove il cibo non mancava mai ma neanche le amicizie che si rinnovavano ad ogni viaggio sotto l’occhio indulgente delle Ferrovie dello Stato. Si conoscevano così acari della polvere e quelli della pelle e nella stagione estiva gli acari del Nord scoprivano quelli del Sud con qualche episodio esotico legato a qualche acaro straniero che vivacizzava la competizione amorosa. Parassiti a parte, l’obiettivo a breve termine era quello di rimanere sola nello scompartimento o quantomeno arginare il più possibile le presenze, soprattutto di bambini ed anziani. Ambedue le categorie che appartengono alle sezioni più fragili dell’arco della vita sono spesso cagionevoli e bisognosi d’attenzione. Ciò avrebbe potuto comportare il dover cedere, causa nausea o malesseri vari la posizione fronte marcia o quelle a lato del finestrino; avrebbero potuto chiedere di tenerlo chiuso per la troppa aria o peggio farlo chiudere e tirare le pesanti cortine parasole. Il pericolo presagito aguzzò l’ingegno: si levò le scarpe e le mise davanti ad un posto mentre sugli altri sedili andava distribuendo la Settimana enigmistica, il berretto antisole, il borsone ed il sacchetto dove c’era una bottiglietta d’acqua ed un panino imbottito per il viaggio che mangiò subito per levarsi il pensiero.

In treno, opera di Rosa Pasculli

Ciò fatto, si chiuse ed attese il destino nella trasparenza opaca della porta dello scompartimento. Il tirare della maniglia scoprì la piccola famigliola in cerca di posto che parlò con la voce della madre: «Ah, è tutto occupato?». «Sì - rispose con autentico dispiacere -, aspetto la mamma e la zia che sono scese un momento perché mio cugino non si sente bene e sta vomitando”. Sparirono!

Poi fu la volta di una coppia che non le chiese niente e si sedette parlando fitto tra loro. Poteva andare. Tra l’altro l’altoparlante gracchiò: “Attenzione è in partenza dal binario 3, stazione Palermo centrale, il treno regionale delle 7.30 diretto a Messina centrale. Ferma nelle stazioni di Cefalù, Capo d’Orlando, Milazzo. Si prega allontanarsi dai binari". Era fatta !

Il capostazione dal berretto rosso fischiò il consenso alla marcia e il rumoroso convoglio si mosse pian piano forse per trovare tra i grovigli dei binari quelli che portavano a Messina. Da dietro il finestrino guardava i palazzi che costeggiavano la ferrovia cogliendo gli scorci di un’orrida periferia. Osservava le scene domestiche di chi iniziava una giornata: chi era intenta a stendere la biancheria; chi, affacciata di prima mattina, conversava con la vicina sui malanimi condominiali. Il treno rallentava ancora di più ai passaggi a livello permettendo di vedere persino all’interno delle macchine ferme. C’era chi si infilava le dita negli anfratti profondi del naso, chi le teneva immobili appaiate sulla sommità del volante, chi lanciava il mozzicone della sigaretta ancora acceso dal finestrino. La donna avrebbe continuato a stendere, le vicine si sarebbero salutate e rientrando ognuna avrebbe ripensato a quanto detto dall’altra e le auto avrebbero ripreso la loro marcia ma per lei non esistevano già più perché erano parte di uno scorrere fluido di immagini dove il concetto di attrito non esisteva ed i luoghi e le persone diventavano evanescenti. Si rammaricava invece che chi venisse in treno a Palermo avesse una presentazione così squallida della città, l’ouverture scadente per un concerto splendido che inquina e pregiudica il giudizio finale. Lasciata la città il treno prese velocità; la motrice possente cominciava a rombare nell’assordante rumore dei suoi motori elettrici conferendo il ritmo crescente ai vagoni scuri ed austeri che a quel tempo erano intrisi dell’odore ora perduto di ferrovia. Dopo aver raccolto tutto quanto sparpagliato sui sedili, mise il piccolo bagaglio sulla cappelliera di corda intrecciata, logora amaca degli effetti personali di ognuno, e infilato il tavolino in formica profilata nell’apposito vano con tutte le molliche lasciate dal pasto dei precedenti passeggeri, si affacciò.

Il capostazione in La freccia azzurra di Enzo D'Alò

Cominciava l’avventura, ed era un musical dalle immagini e ritmi fantastici. Non capiva bene perché ma si accorgeva e si stupiva come il rumore del treno cambiasse sempre il suo timbro se metteva la testa dentro o se la tenesse fuori, quando si passava su un ponte o in prossimità di una collina. Con i gomiti appoggiati al finestrino, questo diventava la cornice di un quadro vivente e lei si fondeva nel dipinto che andava scorrendo all’interno di quel favoloso telaio. Nei vortici della velocità, immersa nell’aria calda i pensieri trovavano l’intimità della solitudine, le guance si deformavano ostaggio del vento e le palpebre costrette a rimanere semiabbassate lasciavano scappare le lacrime dei dolori veniali che accompagnavano la sua crescita. Non se ne accorgeva nessuno perché il vento amico gliele asciugava senza chiederle niente. Il treno che ora sferragliava veloce era magico, quasi dotato di pensiero autonomo. Filava pericolosamente vicino al litorale ma poi, forse spaventato per la troppa prossimità del mare, da questo si allontanava e cercava la fuga tagliando tra i campi che offrivano generosi al suo passaggio il profumo delle zagare tardive; d’improvviso un tono greve avvertiva che c’era una montagna ed allora il treno cercava un buco per attraversarla. Il rimbombo pauroso del tunnel, l’odore di uovo marcio e l’improvviso buio la faceva ritrarre velocemente ed alla flebile luce che si accendeva nello scompartimento il vetro alzato in fretta le rimandava la sua immagine di ragazza dai capelli scarmigliati ma dall’occhio acceso per l’eccitazione di quell’esperienza.

 Treno del'desiderii di Stefania Hristova

Tre ore di pura meraviglia, di perfetto soliloquio, di confidenze fatte ad un paesaggio impressionista, ai viadotti alle contrade lontane di cui non conosceva neanche il nome e che di lei non immaginavano neanche l’esistenza. La coppia era scesa chissà dove; non se n’era neanche accorta.

L’avventura era finita. Lasciò che tutti smontassero dal treno, voleva chiudere lei la porta del suo teatro. Si affacciò per l’ultima volta dal suo finestrino ormai spento.

«Daniela, ma che fai non scendi?». «Roberto, ma che ci fai qua?». «Sono venuto a prenderti; ha telefonato tuo padre».

Grazie, disse mentre pensava «che disgrazia essere nata femmina!».


© Riproduzione riservata
Pubblicato il 04 ottobre 2018




Daniela Robberto

Questi sono i miei racconti. Nata a Messina nel lontano 1955, figlia femmina e, a detta dei miei (e quindi è sicuro) non troppo desiderata, di una coppia disastrosamente poco affine per luogo di nascita, carattere, studi, obiettivi nella vita, ambizioni... mia madre e mio padre. E devo forse a tali diversissime fonti genetiche la mia curiosità ed una personalità fortemente complessa ed agitata, che mi spinge a scrivere su ciò che più mi colpisce, che più mi intriga. Ho fatto per anni un lavoro facendomelo piacere, anche se non era il mio ma, alla fine sono abbastanza contenta di come mi è andata, e soprattutto della mia formazione perché quando devo descrivermi, come in questo caso, o quando penso a me stessa, alla mente mi sovviene subito il mio nome, poi che dovrei dimagrire e poi che sono biologa. Sono su facebook.


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