sabato 21 aprile 2018

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La piuma bianca

Trasportati dal vento, oltre il tempo

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Volevamo andare dall’altra parte della Sicilia, io e Roberta, dove finisce la terra. Siamo andati oltre, quando invece è finito questo tempo. Partire nel vento significa fare i conti con l’orologio, oppure col calendario, se le raffiche sono forti e gli alberi cadono...


di Sergio Mangiameli

Volevamo andare dall’altra parte della Sicilia, io e Roberta, dove finisce la terra. Siamo andati oltre, quando invece è finito questo tempo.
Partire nel vento, significa fare i conti con l’orologio, oppure col calendario, se le raffiche sono forti e gli alberi cadono – che poi, cadono perché è il tempo che si srotola di botto e loro, gli alberi, non hanno mai sopportato due cose: la premura e il ritorno. La prima gli mette l’ansia, la seconda, paura. E vengono giù, credendo che il vento sia il tempo impazzito.
E così, Erice non esiste sulla terra, ma nelle nuvole soffiate dall’aria che viene dal mare, dove si umidificano i ricordi, che invece altrove seccherebbero.

Erice non si vede, ma c’è.
C’è un cappello gigantesco e pettinato sulla cima introvabile della montagna: il tempo che corre sotto forma di nebbia. Tocchiamo le gocce finissime dei momenti vissuti, i sussulti dimenticati, gusti andati, contorni ripresi. Il tempo addosso diventa come l’acqua: che nemmeno la gravità è capace di portarselo via.
Erice lo scrutiamo così, per tre giorni, fermo e sospeso, con gli anni che arrivano e scappano via, e quel che rimane sta nel dettaglio che si mostra. Alberghi intatti e solitari, puliti nella loro livrea di lampadari e carte da parati di quarant’anni fa; bar con televisori a tubo catodico e tè serviti senza scelta, come proprio negli anni Settanta.
Per strada, non scorgiamo ragazzi, nessun urlo di bambino. Per strada, non c’è quasi nessuno.
C’è musica, jazz, che viene da un teatro. Entriamo e d’incanto sono tutti lì, ad ascoltare uno straordinario concerto di Nicola Giammarinaro con Giovanni Genovese e altri strepitosi musicisti. Gratis (come capitava in quegli anni lontani).

E non è un sogno, perché la sera dopo, la magia si ripete dentro una nebbia che rincorre se stessa, mantenendo il tempo stirato su uno spazio che non vuol vederlo. Stasera c’è addirittura Mimmo Cuticchio, il più famoso puparo del mondo, che ci regala il suo Cunto. Gratis, ancora.
Al terzo giorno andiamo via, scendendo i tornanti verso l’azzurro e il sole, lasciando il passato in alto – o almeno, credendo di farlo.
Perché decidiamo di non tornare per l’autostrada, ma per la statale montana più bella della Sicilia, quella dell’Etna e delle Madonie, come si doveva fare per forza negli anni Settanta.

Dopo Piano Battaglia e l’Etna enorme che presidia l’orizzonte, facciamo sosta in un ristorante di campagna a Gangi, dove pranziamo subito e benissimo, e il caffè me lo servono con la moka, e dove non posso pagare col bancomat, perché il collegamento è saltato proprio col vento, che è passato anche da lì.
Il sole illumina di taglio i dorsi lucenti delle pecore al pascolo, i ciuffi degli steli d’erba di un verde originale e i contorni lucidi dei legni infissi nella terra, che placida si stende in dolci onde sotto un cielo leggero, senza nemmeno l’idea di una nuvola. Mi sembra di star bene come in un tempo dimenticato.
Poi la macchina si rompe, l’acqua del motore si perde. Accosto davanti alla Casa Cantoniera ad alcuni chilometri ancora da Sperlinga: siamo immersi nella campagna così larga da sentirci protetti da qualsiasi altra forza oscura.

Non c’è campo. Poi appare una tacca, da sola, come fosse la Madonna. Il numero verde del soccorso è occupato. Riprovo ed è ancora occupato. E ancora.
E’ a questo punto che a me e a Roberta viene in mente il paese di Frittole, con Troisi e Benigni. Ma non piangiamo… anzi, siamo testimoni del miracolo dell’Unica Tacca: chiediamo aiuto fisicamente, senza aspettare gli operatori celesti liberi.
Un signore è appena arrivato a portar da mangiare ai suoi gatti, che popolano una vecchia dimora annessa a un tabaccaio chiuso per l’eternità, di fronte alla Cantoniera. E’ un anziano professore, che telefona lesto e volentieri al suo meccanico e mi fa compagnia nell’attesa. E il meccanico arriva, saluta con un sorriso d’altri tempi, guarda, valuta, aggiunge acqua e poi mi dice di seguirlo fino alla sua officina.
Lavora chino per un’ora, smonta, asciuga, pulisce, sigilla, aggancia e rimette tutto a posto, compresa l’acqua nel circuito e una dozzina di bottiglie di scorta a bordo della mia macchina. Apre lo sportello, saluta mia moglie. Mi stringe la mano e mi augura buon viaggio e buon anno. E non vuole essere pagato. Insisto, come, considero, non si usa più.

Attraversiamo chilometri di campagne al tramonto, nella solitudine naturale del giorno che scompare, affidati solo alla buona volontà dell’uomo e alla fantasia della sorte: il pezzo terrà o non terrà?
Ci fermiamo più volte al buio, per scaricare litri d’acqua nel radiatore. Terrà o non terrà? Arriveremo?
Arriviamo a casa carichi di un’incertezza dimenticata, e, ormai calati negli anni Settanta, intravedo mio padre, che torna anche lui da quella parte della Sicilia, da Marsala per lavoro, con la sua Fulvia.
Accendiamo la tv e c’è uno speciale su un mito, Renzo Arbore, che ha cambiato il modo di fare spettacolo, proprio in quegli anni. Dice che ha sempre guardato la vita dall’altro punto di vista: quello per il quale non si invecchia. Il punto della meraviglia.
Ci guardiamo negli occhi, io e Roberta, e ci mettiamo a ridere come due ragazzi.


© Riproduzione riservata
Pubblicato il 11 gennaio 2018




Sergio Mangiameli

Il senso di appartenenza, come ostinato segnavia, con l’ambiente naturale. Sono presente su Facebook


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