mercoledì 27 marzo 2019

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Momenti di parole

A Scecca

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E' la signora Manola, la parziale compagna di vita del dottor Sacrì, noto per il suo “occhio lungo”, da sempre maritatissimo per motivi di convenienza ad una moglie più anziana di lui e, a detta di molti, una vera signora...


di Daniela Robberto

In ogni condominio che si rispetti c’è sempre un’alternativa alle splendidi unioni coniugali sancite dallo Stato e benedette dalla Chiesa.
Nel condominio di via San Pancrazio questa aberrazione è rappresentata dalla signora Manola, a tutti meglio nota come “a scecca”. Essa è la parziale compagna di vita del dottor Sacrì, da sempre maritatissimo per motivi di convenienza ad una moglie più anziana di lui e, a detta di molti, una vera signora.
“U dutturi”, come tutti i medici, possiede un irrefrenabile tropismo per il genere femminile della specie umana, al cui fascino non è mai riuscito a sottrarsi. Possiede quello che scientificamente è conosciuto come “occhio lungo”, ossia uno sguardo profondo e penetrante che associa sulle pazienti ad un tocco leggero e sensuale.

 Il bacio, Tamara de Lempicka

Noto per la scia di profumo che segna ed in molti casi tradisce le sua presenza, ha “affittato” da sempre alla bella signora il suo quartierino a pian terreno. La loro circospetta vicenda, seguita furtivamente da molteplici occhi dietro le serrande calate, ha alimentato il malevolo giudizio di tutte le coinquiline. Questo nasce anche da una certa invidia maturata dalle matrone; infatti la signora Manola ha sempre posseduto le carte in regola per quanto riguarda linea e portamento, ed anche il suo abbigliamento elegante e costoso la rende particolarmente seducente.
Si dice che tra tutte le avventure del dottore, questa sia stabile e duratura, pare dovuta anche alla presenza di un figlio ormai grande, mai visto da nessuno. La scecca balzò alla ribalta condominiale per un fatto successo tantissimi anni prima, in una lontanissima notte di mezzaestate di scespiriana memoria, e raccontato come anamnesi condominiale a chi via via veniva a saturare gli appartamenti che si rendevano disponibili nello stabile.
Le cose si svolsero più o meno così: la signora Calabria, condomina del quarto piano, a causa di una parmigiana con le melanzane particolarmente indigeribile, alzatasi di notte per assumere un po’ di bicarbonato di sodio, mentre preparava la soluzione di questo con succo di limone per favorire “la ruttazione” ed alleggerire così il provato apparato digerente, sentì una serie di gemiti provenienti da basso; si affacciò nel buio notturno per rendersi conto di cosa si trattasse, se di animale o uomo e, convintasi che qualcuno potesse stare male si fiondò velocemente a scuotere dal profondo sonno il di lei marito, il cui corpo, come sempre, era odiosamente fuso al pagliericcio.

La toelette, Giovanni Boldrini

Il miserrimo, svegliato di soprassalto, mostrò qualche difficoltà a riprendere il filo della sua esistenza, ma il tono autoritario della moglie lo ricondusse velocemente alla condizione di vegliante e di marito sottomesso. Ormai perfettamente in sensi, si affacciò sul balconcino della cucina, ma non riuscì ad identificare bene la fonte dei lamenti. La signora Calabria non ebbe indugi ed ordinò seccamente “camina, scinni e viri cu è che si senti mali !”
Pettinandosi con le dita, l’infelice coniuge non osò replicare e, ciabattando al limite massimo delle possibilità, cominciò a scendere piano per piano appoggiando l’orecchio ad ogni porta di ingresso dei vari pianerottoli. Dovette arrivare al pianterreno per sentire con chiarezza l’estrinsecazione del dolore udito da casa sua. Allora decise di risalire e, quando la moglie in attesa di notizie spalancò lo spiraglio dell’uscio mantenuto sulle scale, attraversò il corridoio e si tuffò nel suo cantuccio rifondendosi con le coltri che sapevano di tediosa intimità domestica. Alla moglie irritata e sbigottita, in un impeto di ritrovato coraggio maschile sussurrò:“curcati cretina !”. Poi, prima di chiudere gli occhi e la mente, con ancora nell’orecchio il gemito d’amore della scecca, affondando la faccia nel cuscino singhiozzò sommessamente, rimpiangendo il tempo passato ed ormai dissolto, la sventatezza di non aver affrontato i pesanti studi di medicina e chirurgia.


© Riproduzione riservata
Pubblicato il 16 aprile 2018




Daniela Robberto

Questi sono i miei racconti. Nata a Messina nel lontano 1955, figlia femmina e, a detta dei miei (e quindi è sicuro) non troppo desiderata, di una coppia disastrosamente poco affine per luogo di nascita, carattere, studi, obiettivi nella vita, ambizioni... mia madre e mio padre. E devo forse a tali diversissime fonti genetiche la mia curiosità ed una personalità fortemente complessa ed agitata, che mi spinge a scrivere su ciò che più mi colpisce, che più mi intriga. Ho fatto per anni un lavoro facendomelo piacere, anche se non era il mio ma, alla fine sono abbastanza contenta di come mi è andata, e soprattutto della mia formazione perché quando devo descrivermi, come in questo caso, o quando penso a me stessa, alla mente mi sovviene subito il mio nome, poi che dovrei dimagrire e poi che sono biologa. Sono su facebook.


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