domenica 27 maggio 2018

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Momenti di parole

La seduta spiritica

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La giovane medium chiuse gli occhi e si concentrò; qualcuno rise ed ella si incupì dicendo: «e vabbè, allora lasciamo stare!», «no, no continuiamo!», dissero tutti. La giovane riprese invitando tutti a poggiare con leggerezza un indice sul piattino. Il silenzio scese sui convitati ed il tempo sembrò coagularsi nell’attesa. Ad un certo punto chiese: «c’è nessuno?». Silenzio. Poi improvvisamente il piattino schizzò in velocità andandosi a posizionare davanti al SI...


di Daniela Robberto

Alla fine degli anni settanta la moda dell’occulto invase Palermo.Era un contagioso passatempo che consisteva nella pratica di mettersi in contatto con i defunti. L’obiettivo era di rivolgere alle anime domande specifiche sull’aldilà e dritte o suggerimenti per vivere meglio nell’aldiquà. Per l’operazione a costo zero occorreva poco: un tavolo, possibilmente rotondo ma anche le altre geometrie venivano democraticamente ammesse, un foglio di carta strappato dalla spilla del quadernone a righe del fratello più piccolo, un piattino da caffè e un manipolo di familiari compiacenti.
Non bruciarono incensi né accesero candele come si vorrebbe in qualsiasi manuale del buon medium ma procedettero alla buona così come facevano qualsiasi altra cosa. Ognuno reagiva a modo proprio: il padre, appena sentì della seduta medianica disse «queste cose in casa non si fanno», il figlio più grande, serrandosi ancora di più alla sua fidanzata storica, disse scettico «noi non ci crediamo..» la madre, canna al vento di ogni novità che le concedesse di avere come Fred Bongusto, “tre settimane da raccontare alle amiche tornando dal mare” disse «si si , che bello»; il figlio piccolo non disse niente perché, vista l’età, non passava e non contava.
Chiaramente oltre a questa drappello di individui che la sorte aveva assemblato nei geni nefasti, occorreva inoltre una location e dei defunti che fossero disposti a ritornare, anche per breve tempo sui loro passi, a trovare i parenti di un tempo. Perno della vicenda, un tramite che fosse in grado di evocare una comunicazione con il mondo ultraterreno.

La medium si identificava nella figlia mezzana, unico esemplare di femmina. Questa, con il suo sposo affiliato senza riserve e con incomprensibile entusiasmo verso questa compagine familiare aveva portato la novità dello spiritismo domiciliare. Le competenze della giovane erano state velocemente acquisite sul campo; le venivano dalla frequentazione di alcuni suoi vicini di casa dove si organizzavano puntuali ogni sera tavoli di spiritismo a cui affluiva un numero crescente di ospiti. Il passaparola aveva determinato un accorrere di amici e di amici degli amici che dicevano di voler partecipare per curiosità, ma che in realtà erano spinti dal desiderio di sapere da quel convegno qualcosa che li riguardasse ma che riguardasse anche gli altri che davanti ad una entità dimenticavano il riserbo su affari, tradimenti, liti familiari.
Nella domus del sesto piano si disposero velocemente tutte le ventuno lettere dell’alfabeto escludendo a priori la Y, la J, la X, la W e la K che tanto gli spiriti con cui volevano o potevano parlare dovevano essere meridionali o al massimo italiani. La madre che voleva essere parte della regia organizzativa cominciò a scrivere le lettere sui ventuno pezzi di carta ma il mandato le fu subito revocato perché le scrisse piccole ed indecifrabili «ma questa cos’è una m o una n, e questa una p o una q?» non si capiva.
Fu allora staccato un altro foglio della spilla da quel quadernone che palesava precisi segni di varismo cartaceo fastidioso a vedersi. Il nuovo incarico fu dato al figlio maggiore, futuro ingegnere che con perizia vergò con chiarezza e rigore scientifico sui ventuno rettangoli di cui nessuno aveva le stesse misure di altezza e base, i grafemi italiani.
Oltre le ventuno lettere si scrissero un SI ed un NO per velocizzare le risposte più un punto interrogativo di improbabile utilizzo in quanto erano loro i postulanti e non avrebbe avuto senso che uno spirito chiedesse qualcosa ai vivi. Si sedettero uno accanto all’altro tranne il padre, che palesemente si rifiutava di partecipare alla seduta. Succhiando la sua inseparabile pipa bofonchiava dalle retrovie il suo dissenso non essendo, per mitezza di carattere, capace di opporre perentorio diniego.
La seduta ebbe inizio: la giovane medium chiuse gli occhi e si concentrò; qualcuno rise ed ella si incupì dicendo: «e vabbè, allora lasciamo stare!», «no, no continuiamo!», dissero tutti.
La giovane riprese invitando tutti a poggiare con leggerezza un indice sul piattino. Il silenzio scese sui convitati ed il tempo sembrò coagularsi nell’attesa. Ad un certo punto ella chiese: «c’è nessuno?». Silenzio. Poi improvvisamente il piattino schizzò in velocità andandosi a posizionare davanti al SI.«Chi sei ?» chiese la medium frettolosa, dimenticando la formula di benvenuto che avrebbe dovuto pronunciare
– «Sono Lia»
- «Lia ? ma sei una nostra parente?» – il piattino volò sul SI, la medium girò lo sguardo intorno ma nessuno era al corrente di questo nome.
- «Ma come eri parente nostra?»
- «Ero la nonna»
-«Ma la nonna di chi?»
- «Tua nonna!»

La medium che aveva sempre il carbone bagnato pensò «Vuoi vedere che sono davvero stata adottata?» ma non fece a tempo a rivendicare i suoi natali incerti, che la madre scattò all’impiedi interrompendo la catena spiritica dicendo:«aspettate».
I convenuti, in fondo contenti di quella interruzione che consentiva agli indici anchilosati dalla postura e per questa già dolenti di potersi rilassare, la videro andare verso il telefono di casa che troneggiava nero sul tavolino della saletta. Sbagliò due volte il numero per la concitazione, ma poi finalmente, quasi con la stessa difficoltà di parlare con un defunto, compose il numero correttamente e riuscì a parlare. Stava telefonando alla sorella Vera; la medium le disse, a verifica della veridicità della presenza, di non menzionare il nome, e così la madre dopo un veloce preambolo telefonico chiese alla sorella se sapesse se la madre il cui nome era Giacoma se avesse altri nomi di cui ella fosse a conoscenza. La zia rispose che il nonno nell’intimità familiare la chiamava Lia. Posato il ricevitore tutti cominciarono a guardarsi con un certo grado di serietà; alcuni dissero «llasciamo stare!», altri «no, continuiamo!». Si disposero nuovamente in circolo, nelle stesse posizioni e con gli indici rinfrancati per la pausa effettuata. Questa volta fu più veloce, e la medium più correttamente chiese: «c’è qualcuno?»

- «Si»
-«Chi sei?»
- «Sono la nonna»
- «Scusa nonna ma abbiamo avuto un piccolo problema» non volendole dire che nessuno, neanche sua figlia, ricordasse il suo nome.
La medium continuò: «nonna Lia come stai?» E lei –«nonna Lia? sono nonna Santa» computò il piattino volando impetuoso e leggermente irato come era caratteristica di quest’altra nonna .
Era si la nonna, ma quella paterna, quella che i figli erano arrivati a conoscere. Il padre allora si affacciò sullo stipite con la pipa in mano e disse –«ma è mia mamma!»
La madre, che odiava la suocera, stava per staccare il dito dal piattino interrompendo di nuovo la catena, ma lo sguardo della medium -figlia la fulminò.
Donna pragmatica e fattiva, la nonna paterna diede veloci informazioni. Stava bene nel posto in cui era ed aveva trovato la pace; questo era facilmente comprensibile dato che aveva trascorso una vita terrena travagliata tra due guerre, una caterva di figli e due unici percorsi, sempre gli stessi: casa-chiesa e casa- mercato. Li baciava tutti e avrebbe fatto scendere su tutti la sua benedizione e la sua protezione.
Si era ai saluti quando il marito della medium chiese: «Ma la nonna Santa non era quella che giocava sempre al totocalcio?»
Era vero, la nonna giocava ogni settimana nella speranza che un tredici potesse alleggerire il carico di una vita stentata trascorsa con i ceppi invisibili della mancanza di soldi. Chi meglio di lei!
La frase detta con l’ingenuità e candore che contraddistingueva quell’uomo ebbe un effetto dirompente su tutti: fu un pit stop da circuito automobilistico, la sosta che preluse l’idea sincrona: senza interrompere la catena, sbaraccarono la raggera delle lettere dell’alfabeto e sistemarono al loro posto una tabella contenente una finca con simbolo diverso:1,2,X.

Il padre, che finora era stato arroccato nelle retrovie, corse a prendere la schedina della settimana, e la medium con gli occhi sbarrati parlava con la nonna: «Allora stai attenta e segna bene solo quando sei sicura»

Ascoli- Verona
Atalanta -Bologna
Avellino – Torino
Bari -Cesena
Juventus – Catanzaro
Lazio - Fiorentina
LR. Vicenza-Perugia
Genoa – Spal
Monza – Pistoiese
Taranto – Palermo
Forlì- Avezzano
Roma – Cremonese
Napoli – Inter

Il piattino volava ora sull’uno ora sull’altro dei simboli, in breve la schedina fu compilata ed essendo sabato sera, si dovette, seppure con dispiacere, liquidare velocemente la nonna, che avrebbe capito, per scendere a giocarla.
Tutti erano sicuri della futura vincita ed ognuno nel dire aveva già speso la quota a lui spettante. Si decise che al figlio piccolo non sarebbe spettato niente in quanto il denaro corrompe gli innocenti; niente sarebbe andato alla fidanzata storica perché era sempre fidanzata; al marito della medium sarebbe spettato il 50 per cento di una quota, ma fu subito portato al 70 per cento perché la medium attaccò una turilla che non finiva più e tutti furono concordi nel dire che era meglio avere a che fare con i morti che con lei. Furono lunghe ore di attesa…..

Chiaramente non vinsero niente e nessuno fece più cenno alla vicenda che fu presto dimenticata da tutti, anche dalla medium.
Rimase nel ricordo del figlio più piccolo e del piattino. Il primo la racconta ancora agli amici; il secondo, prima di cadere in mille pezzi ed essere buttato nella spazzatura, per anni sotto la chicchera d’appartenenza, nel silenzio della notte e nel buio dello stipetto della cucina, raccontava a tutte le stoviglie che impilate lo ascoltavano con occhi sognanti, la sua folle e indimenticabile esperienza nel paranormale.


© Riproduzione riservata
Pubblicato il 15 gennaio 2018
Aggiornato il 22 marzo 2018 alle 18:41




Daniela Robberto

Questi sono i miei racconti. Nata a Messina nel lontano 1955, figlia femmina e, a detta dei miei (e quindi è sicuro) non troppo desiderata, di una coppia disastrosamente poco affine per luogo di nascita, carattere, studi, obiettivi nella vita, ambizioni... mia madre e mio padre. E devo forse a tali diversissime fonti genetiche la mia curiosità ed una personalità fortemente complessa ed agitata, che mi spinge a scrivere su ciò che più mi colpisce, che più mi intriga. Ho fatto per anni un lavoro facendomelo piacere, anche se non era il mio ma, alla fine sono abbastanza contenta di come mi è andata, e soprattutto della mia formazione perché quando devo descrivermi, come in questo caso, o quando penso a me stessa, alla mente mi sovviene subito il mio nome, poi che dovrei dimagrire e poi che sono biologa. Sono su facebook.


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