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Il regalo

Blog Carmela era arrivata al Policlinico di Palermo perché straziata dai dolori, come me, per una pancreatite. Solo al momento delle sue dimissioni ho colto fino a che punto il nostro era diventato un rapporto speciale. Le emozioni non hanno sempre bisogno di essere vissute nel pieno dell'evidenza della luce

Nella lunga degenza nell’enorme corsia della chirurgia d’urgenza del Policlinico, perdevo la consapevolezza di essere ancora una persona e il pudore scivolava via assieme alla costernazione di affidare, nella speranza della guarigione, il mio corpo ai maneggiamenti della scienza. Quando nell’ordinarietà dello stato di salute si dice sto male si sconosce l’esistenza dell’intensità dei dolori e la capacità inaspettata della loro sopportazione. Secondo l’Associazione internazionale per lo studio del dolore Iasp e l’Organizzazione mondiale della sanità, il dolore si compone di una parte percettiva ed una esperienziale per cui alla fine ogni dolore è dolore a sé stesso e solo chi ha avuto la sfortuna/fortuna di provarne uno di una certa entità, ha la consapevolezza di come il corpo sia indissolubilmente legato alla mente e come il dolore fisico annienti il pensiero non meno di come una mente alienata renda inutile il corpo. In ogni caso la solitudine di uno stato doloroso grave allontana il resto del mondo più che qualsiasi pena dell’anima perché, come Sciascia fa dire all’avvocato Di Blasi, splendida mente illuminista: “Davvero puoi ancora pensare all’anima se la tortura ti ha dimostrato che il corpo è tutto?”.

Con me erano tutti manierosi ed ormai li conoscevo da molto tempo; entravano ognuno con il proprio passo, alcuni curvi sotto il peso o forse il dubbio di una terapia, altri risoluti e determinati ma in tutti, i problemi delle corsie sarebbero stati dimenticati o resi più lievi non appena varcata la soglia in uscita. Si stupivano a volte delle mie battute che accendevano in loro una luce di curiosità ma che si spegneva nel rispetto dei ruoli perché io ero il malato e dovevo stare lì con il mio amico catetere vescicale, le sacche per la nutrizione parenterale ed il maledetto sondino naso gastrico che senti nella gola sempre, notte e giorno e che ad ogni flessione del collo ti stimola il vomito e quando lo cambiano, se all’uscita non lo tirano veloce l’acido cloridrico ustiona la narice carbonizzandola. E’ ancora peggio quando lo devono rinfilare ed allora come un animale braccato arretri nel materasso e vorresti scendere a patti e dici: “Aspetti, aspetti” ed invece ti dicono: “Stia ferma, stia ferma” e ti arrendi alla violenza, deglutisci l’odioso tubo di plastica perché arrivi allo stomaco perché è lì che deve stare.

Frida Kahlo Ospedale Henry Ford (letto volante)

Nella mia lunga permanenza nella fila dei letti ospedalieri, quinto posto entrando a sinistra, io diventai presenza storica e vedevo transitare tante pazienti; le più anziane o quelle con patologie terminali venivano dimesse per andare a morire a casa e non incrementare negativamente la statistica dei decessi del reparto. Una sera arrivò da un paese dell’entroterra agrigentino una giovane donna che urlava con voce ormai arrochita: era anche lei in pancreatite acuta e sembrava impazzita. Me la misero nel letto accanto ed io che ero in convalescenza miracolosa la guardavo impaurita perché conoscevo quei dolori e soprattutto sapevo quello che avrebbe dovuto passare. Accompagnata dagli anziani genitori spaesati, li ricopriva d’insulti. Delirante, scalciava la sua rabbia incontenibile. La sedarono malgrado l’attacco acuto. Quella notte, come spesso accadeva per i nuovi ricoveri si dormì poco: la povera madre le sedeva accanto senza muoversi di un millimetro su una scomoda sedia in ferro stringendo tra le mani la borsa di pelle fuori moda che non mollò mai. Io le guardavo in silenzio tra i tubi delle sacche dimenticando per un attimo la mia personale tragedia; le osservavo dal mio letto di contenzione che era diventato assieme al comodino il solo spazio vitale che mi interessasse. Nelle mattinate che non erano mai né fresche né tranquille (arrivava sempre qualcuna in fin di vita) la nostra corsia da ospedale da guerra si animava prestissimo perché il dolore fisico in certi luoghi diventa attore principale e reclama a sé tutto il palcoscenico persino nelle precoci matinée.

Carmela, era questo il suo nome, uscì dalle brume del narcotico e iniziò a lamentarsi forte. Si dibatteva ancora come un pesce in asfissia dove i colpi di coda cercano l’ossigeno vitale ed ancora poderosi vanno perdendo l’intensità iniziale. La madre attonita fu invitata ad uscire perché dovevano pulire per terra e forse ora sedeva sul bordo di una delle aiuole in pietra che ornano da sempre gli ingressi delle cliniche universitarie con i loro residui stecchiti di piante morte, cartacce d’ogni genere e cicche di sigarette spente. Carmela non si era accorta che sua madre era andata via e la chiamava con ostinazione monocorde “Mamma, mamma”Girandomi con difficoltà le dissi: “Tua madre è scesa un attimo; stai calma, se ti agiti è peggio”; lei scattò rabbiosa verso me ma non mi vide perché Carmela era cieca ed era terrorizzata. Rimasi atterrita anch’io ma cercai di non farlo capire; cominciai a parlare con la naturalezza che mi consentiva il maledetto sondino, le ripetei che sua madre era scesa un momento ma che sarebbe tornata, poi le dissi che era capitata nel posto giusto, che presto sarebbe stata bene, come era successo a me raccontandole la mia storia addolcendo l’esperienza, confortandola sul futuro. Fui in parte contenta che non vedesse com’ero combinata per non farle intuire cosa l’aspettasse e che in realtà non fu, essendo il suo attacco meno devastante del mio.

Dolore di donna, quadro di Angela Simula

Dapprima silenziosa, si aprì alla confidenza perché ci sono luoghi e situazioni che fungono da catalizzatori della vita e avvicinano ed uniscono facendo bruciare veloci le tappe del tempo; così nel corso dei giorni che seguirono, i miei diventarono i suoi occhi: voleva sapere tutto: le dimensioni della corsia, il colore delle pareti, delle ruvide lenzuola con il logo dell’Università degli studi di Palermo, l’aspetto delle infermiere, quello dei medici. Io la facevo ridere mettendola a conoscenza dei soprannomi che a loro appioppavo e raccontandole storie lascive su di loro. Edulcoravo tutto, descrivendo una clinica svizzera e non quel casermone dalle enormi vetrate mai pulite, dai letti vecchi, i materassi macchiati e dalle latrine invase da bidoni dove si buttava di tutto, dal cibo avanzato alle garze delle medicazioni; sicuramente non mi aveva creduto ma mi perdonava per la bontà del mio intento e quando di notte singhiozzava sommessamente le prendevo la mano e la stringevo forte e piangevamo insieme.

Pensavamo ognuna alle proprie figlie; le sue piccolissime rispetto alle mie che erano comunque piccole ma almeno affidate all’amore sconfinato di un padre che le accudiva mentre le sue non l’avevano e si trovavano presso parenti, catapultate lì senza nessuna preparazione. Non toccammo mai l’argomento della sua cecità, fino a quando non lo fece lei. Forse aveva trovato la forza di ritornare su quei fatti che peraltro dovevano essere sempre presenti nella sua mente o le circostanze la indussero a parlarne quasi a volermene riconoscere diritto di conoscenza.

La ragazza cieca, quadro di John Everett Millais

Una notte, ma forse erano appena le otto o le nove di sera cominciò a raccontarmi la sua storia. Aveva perso la vista in modo progressivo in seguito ad un incidente con un fucile di caccia. Era stata colpita da una raffica di pallini, usciti dal fucile del marito: l’avevano presa in faccia, sul collo, al braccio, Uno dei pallini l’aveva colpito direttamente all’occhio destro. Ma l’emorragia retinica si era poi estesa all’altro. Nulla era valso né il pronto ricorso alle cure italiane né il grande centro oftalmico spagnolo, a Barcellona dove aveva visto ecclissarsi anche l’ultimo spicchio di luce rimasto. La chiamava l’ultima luna e, diventando sempre più calante, un giorno drammatico, il piccolo satellite si ecclissò del tutto. All’inizio non poteva rassegnarsi di non vedere più le sue bambine di cui una neonata, di non distinguere il giorno dalla notte, di non potersi più guardare allo specchio e pettinarsi i bei capelli che ora acconciava a memoria. In aggiunta suo marito, che era stato la causa della sua cecità la lasciò non potendo sopportare il peso della disgrazia.

Si ricordava ancora tutto quello che aveva provato: il dolore dell’abbandono caricava ancora di più il buio della sua vita che la schiacciava come una montagna in situazioni come questo ricovero dove perdeva l’usualità dei punti di riferimento, dove percepiva spazi ignoti e giganteschi, in cui le si affollavano all’orecchio lamenti, rumori nuovi, voci mai conosciute. Fu operata ed andò tutto bene; il tempo della convalescenza fu veloce e ben presto sarebbe tornata a casa; era più giovane di me che all’epoca ero giovanissima e non lo sapevo.

Il giorno della sua uscita arrivò sua madre e ci salutò allegra chiedendo come stessimo; camminava veloce stringendo la solita borsa fuori moda (non ne ho vista mai un’altra così). Reggeva tra le mani un pacco confezionato con cura. Carmela si drizzò sul letto e questo mi colpì; come mai aveva capito che sua madre aveva in mano qualcosa? Può essere allora che un po’ vedesse e che in realtà mi avesse preso in giro. La madre le si avvicinò baciandola passandole il pacco per cui lei aveva già steso le mani; colsi un’intesa tra le due! Il pacco era per me ed era l’ultima cosa che potessi aspettarmi. Ero sopraffatta e non sapevo che dire, misi di lato il libro che stavo leggendo, “La lunga vita di Marianna Ucria” di Dacia Maraini ed imbarazzata, lo scartai nella loro attesa e nella curiosità delle altre ricoverate che sbirciavano dai letti: erano delle mutandine di pizzo, sei meraviglie di merletto avvolte ad una ad una nella carta velina. Non avevo mai visti niente di così bello, di così morbido. Una lingerie di lusso che andavano dal color cipria al nero; si chiudevano in palmo di mano, ed erano per me. Pur essendo stata sempre presente non avevo mai colto nulla, neanche il minimo conciliabolo con la madre che pur ci sarà stato; nulla che potesse aver tradito le istruzioni per l’acquisto, il dettaglio per la scelta di un regalo nei confronti di una perfetta estranea.

Forse, però, di me sapeva tutto perché le sue dita veloci e delicate un giorno mi avevano voluto toccare. Aveva voluto che le stessi davanti e mi aveva sfiorato il viso con movimenti leggeri e veloci dalla fronte, sugli occhi chiusi scendendo per le guance fino al mento per sentire com’ero fatta, per sapere chi ero. Aveva deciso che di me poteva fidarsi e si era fidata. Sapevamo che non ci saremmo mai più riviste e così è stato. Il giorno delle dimissioni ci salutammo augurandoci reciprocamente ogni bene ed io mi portai con i miei tubi al finestrone dai vetri sporchi e sigillati: li vidi scendere, piccolo convoglio di due anziani genitori che guidavano con automatica sollecitudine la loro bella figlia cieca tenendola serrata sottobraccio per non incespicare negli accidentati vialetti del Policlinico.

Di lei ricordo che era una gran donna, che aveva saputo reagire ad una serie di colpi bassi del destino alla fine, e quando eravamo già in confidenza intuendo lo scoramento dei miei silenzi, per alleviarmi dall’afflizione nei suoi confronti mi confortava nell’assicurarmi come il non utilizzare la vista acuisca tutti gli altri sensi amplificando altre attenzioni, altre percezioni. Ed è quello che riferiscono tutte le persone non vedenti.

Io non ci credo del tutto anche se, quando ascolto musica o voglio ricordare qualcuno, chiudo sempre gli occhi perché nella memoria della testa ma soprattutto in quella del cuore la musica e le immagini trovino anche al buio la strada giusta per le mie emozioni.

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