domenica 15 settembre 2019

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Plausi e botte

Carmelo Musumarra o della Catania che si faceva eterna

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La città ha dimenticato il professore di letteratura italiana dell'Ateneo catanese. Con lui si chiuse un’epoca: quella di una comunità intellettuale omogenea, di una università animata da operosi galantuomini, di una città culturalmente vivace e attenta alla ricostruzione storica della propria identità


di Antonio Di Grado

Carmelo Musumarra nacque nel 1915, come mio padre. Questa coincidenza è per me tutt’altro che fortuita: con sollecitudine quasi paterna fu lui ad aprirmi, nel lontano 1973, le porte dell’università, quando altri intendevano sbarrarmele. Fu merito o cooptazione? si direbbe oggi, quando si discute di assunzioni più o meno “truccate”. Cooptazione del merito, risponderei immodestamente: erano allora pochi “baroni” a decidere, non come oggi astratti algoritmi o affollate consorterie; ma proprio perché pochi e illustri, potevano controllarsi a vicenda e giudicarsi, e quasi sempre operavano con intelligenza (non parlo, s’intende, di certe dinastie accademiche di clinici: quello era, ed è, nepotismo).

Ma perché parlo di Musumarra, per decenni professore di letteratura italiana nella Facoltà di Lettere del nostro Ateneo? Perché Catania dimentica. E invece della cultura a Catania egli fu appassionato promotore e accurato studioso. Per anni presiedette la Società Dante Alighieri e la Società di Storia Patria per la Sicilia orientale; collaborò a lungo con l’amico Mario Giusti ai cartelloni del glorioso Teatro Stabile d’allora, per il quale, anche, scrisse o curò testi rappresentati con successo; e infine la sua fu una firma assidua delle pagine culturali del quotidiano locale, cui collaborò fin dalla fondazione.

Una vecchia foto di Antonio Di Grado con Carmelo Musumarra

Da studioso, inoltre, dedicò buona parte dei suoi lavori critici a Verga e al verismo, ma anche ai precedenti autoctoni fino a quel momento ignorati (decisivo il suo contributo su Domenico Tempio, insuperato quello sulla Vigilia della narrativa verghiana) e agli autori successivi, da Brancati a Bonaviri. Ma scrisse anche, da studioso di rango e allievo di studiosi come Grabher e Natali, di storia del teatro e di altri autori e momenti della nostra storia letteraria.

Con lui, con Francesco Branciforti, con Mario Giusti, con Nando Greco, Corrado Brancati e altri gentiluomini votati alla cultura e all’arte (e si ricordino i Milluzzo, Sciavarello, Contrafatto, e ancora il cineasta Ugo Saitta, o altri docenti come Mario Sipala e Corrado Dollo, o poeti come Fiore Torrisi) si chiuse un’epoca: quella di una comunità intellettuale omogenea e incline a un’amichevole collaborazione; quella di una università animata da affabili e operosi galantuomini; quella di una città culturalmente vivace e attenta alla memoria, alla ricostruzione storica della propria identità; quella di un “mondo di ieri” che fu lo stesso, conservando le stesse misure equanimi e gli stessi probi scrupoli, di Francesco Guglielmino, Arcangelo Blandini, don Antonio Corsaro, Carmelina Naselli; quella, infine, della mia formazione: mia e degli studiosi e docenti miei coetanei, di chi si ostina a rifarsi a modelli di onestà intellettuale e responsabilità professionale come quelli che loro incarnarono, e tuttavia assiste con sgomento alla sconfitta di quei valori, travolti – prima e più che da qualche docente meno esemplare – da forze politiche e d’opinione che ritraggono gli atenei come un covo di nepotisti e simoniaci perché ai nostri saperi, al pensiero critico, a quell’umanesimo così caro a Carmelo Musumarra, guardano come a un’inutile zavorra.

Ma tutto questo Le è stato risparmiato, caro professore Musumarra. Lei che ha vissuto in un tempo in cui ancora si insegnava «come l’uom s’etterna», dal nostro tempo si allontana con l’ironia e la discrezione che furono le sue insegne; e ritraendosene, come il maestro del sommo poeta, «parve di coloro / che corrono a Verona il drappo verde / per la campagna; e parve di costoro / quelli che vince, non colui che perde».


© Riproduzione riservata
Pubblicato il 08 agosto 2019




Antonio Di Grado

La professione del critico e di chiunque si ostini a interpretare il mondo e a non accettarlo com’è, esige giudizi di valore, promozioni e bocciature, nette prese di posizione. Rigenerare l’Uomo è oggi l'unica praticabile utopia


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