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Gli angeli del lavoro

Blog Anni fa superai un infarto grazie al fraterno aiuto di un poliziotto che, a distanza, chiamò l'ambulanza per me e ad una anestesista che sull'elisoccorso si rivelò un angelo anche dal punto di vista umano. Due felici eccezioni che mi inducono a rivolgere il mio rimprovero al mal di vivere che rende tanti amministratori delle vite altrui - insegnanti compresi - scorbutici e sbrigativi. E al loro avvertire il mestiere come fastidiosa routine

Questa puntata di Plausi e botte è dedicata ai medici e ai poliziotti (ma non solo a loro), che la leggano come una dichiarazione d’affetto ma anche, se mi è consentito, come una severa esortazione.

Anni fa ebbi un infarto. Ero in un albergo di Nicosia (la nostra, non quella di Cipro) per un convegno, e a notte fonda avvertii male al cuore. Nella confusione di quei momenti, anziché chiamare un’ambulanza, telefonai al 113. Dalla questura di Enna mi rispose un poliziotto, di cui purtroppo ignoro l’identità. Mi prestò un aiuto fraterno: «L’ambulanza la chiamo io – mi disse -, ma lei resti al telefono a parlare con me finché arriva». Così fu, e gliene sono molto grato.

Nel piccolo ospedale di Nicosia mi prestarono i primi soccorsi. Ma dovevo essere trasferito a Caltanissetta, in terapia intensiva. Arrivò un elicottero (che sfiga, viaggiarci per la prima volta ma, disteso nella barella, non poter godere il panorama!) e nell’elicottero ad assistermi c’era una giovane anestesista. Anche di lei ignoro il nome.

Un angelo: mi teneva le mani, mi accarezzava il viso, mi diceva parole dolcissime di conforto. Non lo dimenticherò mai: quei momenti di angoscia e sofferenza si mutarono miracolosamente in pura gioia, in uno dei miei ricordi più belli. Credo di dovere a lei la vita, alla giovane dottoressa nissena.

Quanti medici sgarbati, frettolosi, senz’anima, asettici e distratti amministratori delle vite altrui, abbiamo incontrato tra ospedali e danarosi studi privati! A loro, al loro mal di vivere che li fa così scorbutici e sbrigativi, al loro avvertire il mestiere come fastidiosa routine e non come appassionata missione, rivolgo il mio – il nostro – rimprovero; e con loro a chiunque presti un servizio con malanimo, dai poliziotti agli insegnanti, dai burocrati ai commercianti e così via. Avete di fronte esseri umani, anime in pena, sappiate tirarlo fuori quanto di umano è in voi, e infondere coraggio, cercare soluzioni, ridare vita invece di uccidere la speranza, di mortificare la dignità, di far scorrere le esistenze dei vostri interlocutori sulla catena di montaggio della vostra indifferenza.

Già, parlo anche agli insegnanti, di ogni ordine e grado. Non a quei baronetti universitari frustrati che compiono esecrabili esercizi di sadismo nei confronti degli allievi, e godono a umiliarli, a dichiararli irrecuperabili: proprio così, esistono ancora, in certe riserve della vecchia accademia, ma loro sì, sono davvero irredimibili. Parlo piuttosto ai routiniers dell’insegnamento, ai colleghi stanchi, delusi, maltrattati da governi miopi e ottusi, ai colleghi che hanno dimenticato che una didattica sciatta equivale – per dirla con George Steiner – a un assassinio, perché uccide le attese e le speranze dei ragazzi. E l’esame universitario? C’è perfino chi lo fa coi test; e la didattica on line (a detta dell’attuale ministro destinata a soppiantare la lezione vis-à-vis!) favorisce questa robotizzazione delle idee e delle anime.

Quando facevo esami, fino a due anni fa, non c’era ragazzo o ragazza con cui non tentassi all’inizio una conversazione, per metterli a proprio agio, e per indagare almeno un po’ quel meraviglioso e sempre diverso mistero che si cela in ognuno. Poco, certo, appena un tentativo: ma mi bastavano (e spero servissero anche a loro) un sorriso d’intesa, una digressione amena, una virtuale strizzata d’occhi. E non ero certo il solo, tra i docenti, a provarci: a forzare con discrezione quella trincea di diffidenza, di subalternità, di paura.

Che dire infine ai colleghi, cosa augurare a medici, avvocati, giudici, e così via a tutti i “caporali” irrisi da Totò, a tutti gli eredi della condanna biblica al lavoro come patimento e sopraffazione? Che quella chiacchierata col poliziotto di Enna, e le carezze della dottoressa di Caltanissetta, da felici eccezioni diventino etica doverosa e condivisa, senso comune, pegno di liberazione.

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