sabato 18 agosto 2018

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Momenti di parole

Aisha e le storie che salvano la vita

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Di giorno le piaceva andare per negozi dell’usato. Di tutti quegli oggetti di cui ignorava il passato, ma che portavano incollate le presenze di chi li aveva posseduti, creava nella sua mente inverosimili storie a cui conferiva fantasiosa autenticità, e che andava aggiustando ed arricchendo nei particolari ...


di Daniela Robberto

Andava veloce verso il termine della sua vita ed ogni giorno, indenne dalla notizia di una malattia, sentenza che sarebbe calata come l’affilata scure di fine gioco, le regalava il gusto del collezionista in cui gli oggetti della raccolta erano i suoi attimi viventi di cui la spietata evanescenza rendeva tutto così godibile, ed insieme così drammaticamente penoso. Gli eventi del suo passato, vissuti con l’ostinazione della giovinezza che reclamava la rivendicazione del dovuto, adesso cedeva l’attenzione ai dettagli del presente, allo stupore quasi infantile per ogni cosa: per una salute tollerante, per l’armonia di un brano musicale, per la profondità di uno scritto, per la natura perfetta che non mancava di presentarsi puntuale ai sensi affinati dalla maturità.

Se avesse saputo, se avesse potuto… come diceva il proverbio; ma non aveva saputo, né potuto. Per allontanare da sé le spine dell’amaro rammarico cercava di rassegnarsi ripetendo: «è andata così e ormai per me è finita, e non mi importa più di nulla!». Ma non era vero, non era per niente vero. Piuttosto realizzava il salto spirituale che rende gli individui disponibili a quel distacco che l’avere già vissuto a sufficienza regala imperdibili segmenti di spazio e di tempo. La capacità di saper assaporare con maggiore gusto e consapevolezza le cose, forse anche con la lentezza e l’attenzione del condannato a morte che davanti al plotone d’esecuzione indugia nell’ultima sigaretta, nell’ultimo desiderio.

La vita con le sue regole si squinternava nel disordine del dormire, del mangiare, nello stretto setaccio di cosa fare e chi vedere, ma che voleva lontano da ogni condizionamento, da ogni progettualità. Nessuno si offendeva al diniego o al suo sottrarsi all’ultimo minuto verso feste, celebrazioni, nascite, matrimoni, pasque, natali. Lasciava ai più recenti vivi quelle sciocche beghe, le effimeri e sterili controversie, il battagliare su ogni cosa che nella terribile condizione di una vita in divenire, le si erano aggrovigliati per anni nella testa come i colli dei capponi del Manzoni. Amava passeggiare per strade affollate, meglio se non incontrava qualcuno che la conoscesse e con cui avrebbe dovuto scambiare le solite banalità che fanno buona l’educazione, e superficiale l’affettuosità. La notte però era il suo momento ideale. Le piaceva tutto della notte: il clima umido e frizzante, ma anche quello afoso e profumato di zagara; il silenzio degli uomini e delle loro attività; l’abbaiare lontano dei cani, il sonno che faceva tacere la gente, la visione limitata nel buio che regalava ai suoi fari l’illuminare i tragitti abituali, ma a volte quelli non conosciuti, ignoti che le facevano battere il cuore per scenari nuovi mentre un leggero torpore rendeva vigile solo una parte del cervello in cui ricordi e riflessioni affioravano come le lacrime contenute a stento.

Di giorno le piaceva andare per negozi dell’usato dove scopriva nella penombra polverosa che smorza la definizione dell’immagini, l’odore prepotente del passato che si insinuava nei folti tappeti, il tempo segnato nella magie lucenti di panciute zuppiere e piatti in porcellane degne di presenziare sulle tavole dei ricchi, quando ancora le moltitudini, quando potevano permetterselo, mangiavano da un unico coccio sbeccato posto al centro del desco. Lo spazio in questi luoghi perdeva densità donando minore resistenza e maggiore licenza di muoversi fluidamente, tra presente e passato, e di mischiare epoche e personaggi, come nell’unica aula scolastica di un microscopica isola spersa nel mare, dove si fondono le diverse classi e scolari di tutte le età convivono pacificamente nell’odore di scuola e della carta dei libri nel comune obiettivo del sapere. In quei bazar trovava di tutto: specchi di varie fogge e dimensioni; chissà quanti sguardi si erano riflessi su quelle lucide superfici per controllare che tutto fosse a posto, per compiacersi della propria figura o sfuggirne inorriditi, per insegnare ad un bimbo la propria immagine e dirgli, “vedi sei tu! ”, o per trarre vigore e ulteriore impulso in un amplesso di coppia o coprendolo con un velo scuro nella cronaca amara di un lutto.

E quanti lampadari in disarmo perché non più in auge o rotti o mancanti di pezzi: pretenziosi, di cristallo, di vetro dozzinale, umili plafoniere da cucina in plastica deformate dall’usura, e poi decine e decine di vecchi dischi in vinile ammonticchiati in pile instabili che incurvavano la loro schiena polverosa, scatole piene di bottoni in osso, file di bicchieri da rosolio o flutes da spumante che, come soldati residuati da battaglie inutili, stavano insieme in numero spariglio. Formavano nuovi servizi raccogliticci che mai nessuno avrebbe comprato e settimanalmente, come vecchie ed ostinate maitresse, nell’attesa che per pochi euro li portassero via, si facevano liberare dalla polvere per ostentare un ultimo balenio di vecchi cristalli. Di tutti quegli oggetti di cui ignorava il passato, ma che portavano incollate le presenze di chi li aveva posseduti, creava nella mente inverosimili storie a cui conferiva fantasiosa autenticità e che andava aggiustando ed arricchendo nei particolari che le si presentavano alla mente. Oramai i proprietari di quegli empori la conoscevano, e spesso nei momenti di minore affluenza di una clientela già invero esigua, si divertivano a chiederle informazioni su quelle cose di cui loro stessi rigattieri non avevano idea cosa potessero essere. Allora lei cominciava a raccontare, e loro si divertivano a sentire quelle storie fantastiche che avevano il sapore delle fiabe di un tempo. Ricordava sempre il gran successo che ebbe quando associò ad una vecchia cassa da corredo la storia infelice della bella Danae e di suo figlio.

Si misero seduti padre e figlio, sostanzialmente a digiuno di qualunque conoscenza culturale, nati rigattieri e ascesi ad antiquari in quel mercato di inaspettata fortuna economica, ad ascoltare quanto lei diceva e che la faceva cominciare proprio come nelle classiche fiabe, con "c’era una volta". C’era una volta, in un tempo che fu, un re che si chiamava Acrisio e che regnava felice sulla città di Argo, famosa per le centinaia di torri d’oro. Regnava con giustizia e misura, ma la sua felicità non era completa. Infatti non avendo avuto figli maschi a cui poter lasciare le sue ricchezze, angosciato, decise di consultare l’oracolo di corte: questi gli profetizzò che egli avrebbe regnato nella pace e nel buon governo, che sarebbe stato sempre amato dai suoi sudditi ma sarebbe morto per mano di un nipote diretto. Allora Acrisio terrorizzato, decise di far rinchiudere la sua unica e bellissima figlia Danae nella torre più alta ed inespugnabile del suo reame, in modo che non potesse in alcun modo concepire. Ma la bella Danae era troppo seducente per non attirare il desiderio di un uomo e Zeus, una notte scura, trasformatosi in pioggia d’oro, la fecondò bagnandola, nella solitudine di una cella inutilmente protetta da catenacci d’oro, drappelli di guardie armate e feroci cani da guardia. Danae divenne madre di un bimbo maschio ma, nella conoscenza del terribile vaticinio, lo crebbe con nascosto amore. Un giorno però, il bambino si punse e il suo piangere riecheggiò prima tra le severe mura dei torrioni e poi scelleratamente, di bocca in bocca, fino all’orecchio di Acrisio che, veloce come il vento, raggiunse la torre e irruppe nella prigione per ucciderli. Davanti alla sgomenta rassegnazione della figlia e del suo piccolo, davanti a quegli occhi che erano in fondo la sua unica famiglia, non fu capace di perpetrare direttamente l’omicidio e allora diede ordini che fossero rinchiusi dentro una cassa e lasciati da una barca al largo della costa.

Danae, Artemisia Gentileschi

La barca alla deriva viaggiò senza meta alcuna fino a quando s’infranse sulle creste aguzze di una scogliera, liberando la cassa che si arenò in una insenatura. Qui, puntualmente veniva interrotta: «Ma signora, come erano sopravvissuti tutti questi giorni e dove erano approdati?» Allora ella continuò e li descrisse abbracciati, giovane donna e il piccolo figlio, bagnati ed intirizziti dal freddo per scampare alla morte. Erano arrivati in un’isola delle Cicladi, dove regnava il tiranno Polidette il quale, nonostante i segni drammatici della disavventura vissuta dai naufraghi, colse subito l’avvenenza di Danae. Furono accolti e rifocillati. E poiché il tempo passa inesorabile, anche nelle fiabe scavando buche profonde nei sentimenti, il cuore del tiranno si sciolse per la raffinata Danae diventata sua schiava, che di lui però poco si interessava perché presa dalla crescita del figlio. Indispettito per la poca attenzione, il potente decise di allontanare il ragazzo affidandogli un’impresa impossibile: l’uccisione della Medusa nelle terre inospitali degli Iperborei, dove lo sguardo delle Gorgoni pietrificava qualunque cosa e il ritorno ai mortali era impossibile.

Interruppe il racconto e i due rigattieri con la bocca spalancata diventavano bambini, e cominciarono a protestare reclamando il supplemento al racconto. Ve lo dirò la prossima volta: mai dire tutto subito! Vi posso solo anticipare che Perseo era figlio di Zeus potente ed era astuto come il padre e, poiché di origine divina, protetto da altri dei. «Ma signora, abbiamo tutto il tempo per sentire la fine!».
«No - disse lei - io adesso ho un altro appuntamento» ed era proprio così…. Li lasciò, indifferente alle loro proteste, per non mancare al suo incontro. Indugiava sempre nell’entrare in quel luogo che chiamava "la stanza dei quadri", come se avesse timore di trovare qualche altro visitatore con cui avrebbe dovuto condividere il suo rito di contemplazione, di cui non avrebbe gradito la presenza o forse, si disse era solo prolungare il piacere dell’attesa. Il quadro, appeso tra una moltitudine di croste riproducenti marine e paesaggi sbiaditi, aveva una cornice a vassoio scolpita. Era stata ridipinta da una mano rude, veloce e superficiale, che aveva saltato a piè pari l’esecuzione di un restauro accurato passando direttamente alla stesura di una vernice forse sintetica, rovinando tutto, perché non se n’era compreso la preziosità del cesello. Il dipinto invece era ben conservato e mostrava, nelle pennellate meticolosissime, un’abilità che mirava alla valorizzazione dei dettagli.

Il soggetto era una giovane donna a tre quarti con il capo coperto da un velo che le scendeva sulle spalle e che la mano sinistra teneva stretto per evitare che tendesse sinuosamente a scivolare, e ne potesse scandalosamente scoprire la figura. Ma la mano della mancina non aveva potuto evitare che ai lati della testa sfuggissero lunghe ciocche di capelli castani che si impigliavano nei grossi cerchi d’oro serrati ai lobi. Lo sfondo del quadro, pur essendo scuro, dava la possibilità di scorgere un mobilio da alcova, forse un harem o una camera da letto ricca di tendaggi pesanti e scuri. Non era un dipinto che idealizzava una particolare bellezza femminile, almeno nei canoni comuni; infatti non aveva fattezze angeliche o particolarmente delicate. Il fascino discendeva dal perfetto ovale del volto, dalla trama di una pelle vellutata, compatta in ogni punto tranne nelle aperture delle piccole narici, della bocca il cui sorriso appena accennato la illuminava. Ma quello che la magnetizzava e che il pittore aveva catturato quasi in un scatto fotografico, era il profondo abisso di quegli occhi neri dalle cornee azzurrine, segnati nei contorni dallo scuro henné.

Scheherazade, Sophie Gengembre Anderson

L’aveva chiamata "Aisha" perché era uno dei nomi che più facilmente si conosce e che poi aveva visto significava "vita, prosperità", e le stava benissimo. Al suo ingresso sentì che Aisha l’aspettava, ed era come se i suoi occhi ammiccassero contenti. Si sedette sul solito sgabello, posò la borsa per terra, si appoggiò scomoda allo scaffale che aveva dietro le spalle, avendo cura di non fare cadere le cornici vuote scompostamente impilate le une sulle altre, incrociò le braccia, chiuse gli occhi dietro le lenti e diventò Aisha. Il tramonto si stendeva già con i suoi colori sull’orizzonte facendolo arrossire e, a breve la notte, in un abbraccio avvolgente avrebbe invaso con la sua oscurità tutte le case; avrebbe ceduto il passo alle tenerezze dell’intimità, alla tristezza della solitudine, al gusto crudele che fa delle esistenze il simbolo dell’infelicità. Il giovane cuore di Aisha era preda di sgomento mentre si lasciava guidare per le vie semideserte, percorrendole per l’ultima volta con le sue gambe ancora inconsapevoli della fine della sua fanciullezza.

La sua pena, la sua afflizione, erano profonde e desolate come le strade e i crocicchi che, ora privi di passanti, rivelavano nella spazzatura raccolta negli angoli, tutto l’abbandono e il degrado in cui versava. Lasciavano la periferia per raggiungere la parte più elegante e storica, compattandosi nel drappello familiare quasi temessero che la loro estrazione sociale fosse denunciata ad ogni passo, via via che si avviavano verso i quartieri più ambiti della città che trovavano nell’eleganza dei vecchi palazzi nobiliari un elogio alla ricchezza. Aveva appena sedici anni, e scortata dagli uomini della sua famiglia che, al contrario di lei, intuiva soddisfatti ed appagati, veniva condotta da un uomo che aveva appena intravisto e la cui dimora sarebbe diventata prigione, recinto dorato da cui folle e impensabile era il pensiero di evadere. La sua mente galoppava a briglia sciolta, in un misto di attesa e paura, di quello che sarebbe accaduto. Aveva per sua natura la capacità di ragionare e la sua mente agile cercava il coraggio di confortarsi e si ripeteva che mai suo padre avrebbe scelto male. Poi però, pensò che quello che poteva essere una scelta ritenuta felice per lei, poteva essere invece rivelarsi una scelta orrida. Si abbandonava così a pallide congetture su come sarebbe potuto essere il suo futuro legato a un uomo a cui altri concedevano, al suo posto, il diritto e la libertà di toccarla, frugarla, violarla secondo i suoi più biechi capricci. Ciò la rese ancora più infelice. Lo immaginò camaleontico, rigido, amorevole, dispotico, raffinato, clemente, volgare, sorridente, inflessibile, spezzante, violento. E lei come avrebbe dovuto comportarsi, al di là di quanto le avevano indottrinato, e come sarebbe apparsa, stupida ed inerme ragazza che si aggrappava col pensiero alla sua infanzia di cui sentiva già una sconfinata nostalgia. Presto l’avrebbe saputo e, almeno questo in ogni caso, avrebbe tacitato la sua ansia.
Avvertì una mano sulla spalla e trasalì: «Signora, dobbiamo chiudere; l’abbiamo già chiamata più volte, la saracinesca è già a metà».
«Si, scusate non vi avevo sentito». Raccolse la borsa da terra, vi posò gli occhiali, si alzò dallo sgabello e, a fatica, uscì.


© Riproduzione riservata
Pubblicato il 04 giugno 2018



Daniela Robberto

Questi sono i miei racconti. Nata a Messina nel lontano 1955, figlia femmina e, a detta dei miei (e quindi è sicuro) non troppo desiderata, di una coppia disastrosamente poco affine per luogo di nascita, carattere, studi, obiettivi nella vita, ambizioni... mia madre e mio padre. E devo forse a tali diversissime fonti genetiche la mia curiosità ed una personalità fortemente complessa ed agitata, che mi spinge a scrivere su ciò che più mi colpisce, che più mi intriga. Ho fatto per anni un lavoro facendomelo piacere, anche se non era il mio ma, alla fine sono abbastanza contenta di come mi è andata, e soprattutto della mia formazione perché quando devo descrivermi, come in questo caso, o quando penso a me stessa, alla mente mi sovviene subito il mio nome, poi che dovrei dimagrire e poi che sono biologa. Sono su facebook.


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