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Natale. Se chiudi gli occhi, le feste passano prima

Blog Nella mia mente di bambina non ancora contaminata dalla nera peste del disincanto mi rattristavo enormemente per il Bambinello nudo "lasciato" al freddo e al gelo. Oggi ci sorridiamo con educazione, ci scambiamo gli auguri ma prendiamo le distanze da qualunque festeggiamento comune. E’ quasi un tacito accordo, una strategia silenziosa di commiato personale dal proprio passato

Il Natale per nessuno di noi ha mai rivestito un carattere religioso limitandosi quindi ad un’occasione per riunirsi e raccogliere la famiglia attorno ad una data calendarizzata in rosso. Solitamente i nostri Natali quando eravamo bambini venivano trascorsi a Messina, presso i nonni paterni dove per tradizione veniva allestito un piccolo albero, profumatissimo perché addobbato con i mandarini dei tempi dell’infanzia. La cosa che più mi elettrizzava era l’attesa dei ciaramiddari che una volta saliti, nella vecchia casa dei nonni, nella concitazione dei coinquilini tutti riversati sulle scale, dedicavano un breve brano natalizio suonato con le zampogne, al semplice presepe che, a volte, consisteva nella sola presenza del bambinello Gesù. Questo posizionato sulla mangiatoia era nudo, coperto solo da un misero panno bianco e San Giuseppe e la Madonna invece di soccorrerlo, coprirlo e tenerlo serrato tra le braccia come avrei fatto io, lo contemplavano instupiditi lasciandolo, come dice il canto natalizio, al freddo ed al gelo.

Guido Reni, La nascita di Gesù

Nella mia mente di bambina non ancora contaminata dalla nera peste del disincanto mi rattristavo enormemente non cogliendo il significato iconografico della vicenda e
cercavo di coprire con la carta di una caramella posta a mo’ di copertina quel piccolo innocente riscaldato solo dagli aliti pesanti del bue e dell’asinello ed affidato ad una famiglia che mi sembrava più che sacra, un po’ scellerata. Gli zampognari arrivavano con un nutrito seguito di monelli incuriositi per l’evento e per quegli strani costumi che vedevano nelle corte brache in fustagno, nel pellicciotto di lana caprina e le ciocie ai piedi, un impiccio aggravato dai pesanti e strani attrezzi sonori.

Camminavano sempre in coppia ed una volta entrati nelle case intonavano
“tu scendi dalle stelle” tra la meraviglia di tutti. Il vedere dilatare e sgonfiare quelle otri in pelle, di uno strumento musicale così arcaico e l’osservare gli abiti dalla foggia antica mi incantava e credevo che quelli fossero realmente i pastori della grotta e non poveri sventurati, i figuranti che con l’arrivo del Natale cercavano di arrotondare le scarse entrate con queste esibizioni. Al brano che era il loro cavallo di battaglia, facevano seguire nenie natalizie ed antiche melodie pastorali e tutti ci trovavamo mentalmente tra greggi belanti al seguito di una stella cometa, persino in una città di mare come Messina. La mia convinzione veniva tra l’altro suffragata dalla nonna che si prontava a dare delle monete, e che li salutava come se fossero i re magi in persona.

Quanti alberi di Natale ho conosciuto: veri, di plastica, in carta, sughero o legno, ricchi ed eleganti, avveniristici o minimali ma, nulla poteva competer con quello che mia madre allestiva frettolosamente per la nostra formazione adolescenziale. La struttura, perché alla fine rimaneva solo quella, con qualche residua foglia aghiforme veniva ricoperta da un filo di luci ed addobbata con le palline, alcune delle quali, traumatizzate dalla
frettolosa dismissione post-epifanica dell’anno precedente, presentavano il collo reciso di netto. Ma noi, le si utilizzava lo stesso! Le palline venivano infilate per il collo direttamente nel ramo a mo’ di nuvola elettronica; tale fatto ha avuto probabilmente la sua valenza didattica: infatti, tra lo stupore del docente di chimica I, ho subito compreso la configurazione spaziale degli orbitali chimici di tipo s, che io conoscevo benissimo ricoperto di porporina luminosa. L’addobbo dell’albero veniva completato dai fili argentati, inizialmente posizionati con cura ma alla fine gettati con impazienza in ordine sparso, ai quali era affidata la disperata missione di omogeneizzare il tutto dando un dolorosissimo colpo d’occhio finale.

Il Natale ritorna ogni anno così come periodicamente riciclano le stagioni che fungono da marcatempo nella vita di ognuno; noi, un tempo ragazzi, già adulti maturi ed i nostri figli un tempo bambini, oggi adulti a loro volta. E’ lo spietato avvicendarsi biologico degli esseri viventi a cui tanto insopportabile riesce convincersi e rassegnarsi. Oggi che alcuni non ci sono più e quelli che rimaniamo siamo come reduci di guerra in un ospedale da campo, ci sorridiamo con educazione, ci scambiamo gli auguri ma prendiamo le distanze da qualunque festeggiamento comune e, se possiamo, non ci riuniamo più per le feste. E’ quasi un tacito accordo, manifestato solo dal comportamento, l’adottamento di una strategia silenziosa di commiato personale dal proprio passato dove l’elaborazione nostalgica non è protesa verso un ritorno al passato ma ricerca di una sorta di anedonia per le mutate condizioni.

Di solito non intervengo mai quando sono occasionalmente presente alla frenesia per i preparativi capestro di incontri, eventi, cene, feste, anzi trovo indispensabile l’entusiasmo che anima chi si agita ed organizza, per chi si abbandona alla suggestione delle festività, perché, diceva Socrate “l’animo umano deve nutrirsi di speranza… rifugiarsi nelle illusioni….” ma, quando incontro qualcuno che riconosco a fiuto essere come me, non resisto alla tentazione di sussurrargli all’orecchio:
«Non ti preoccupare amico! Se chiudi gli occhi, le feste passano prima».

Ad occhi chiusi, opera di Roberta Zambon

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