domenica 15 settembre 2019

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Momenti di parole

Il corredo, un "bagaglio" ben nascosto

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L’uso di fare il corredo alle figlie femmine in Sicilia è stata sempre una tradizione molto sentita ed era, nel caso di famiglie benestanti, il perno su cui ruotavano matrimoni e patrimoni, ma c'è un corredo più articolato e variegato di qualunque ricamo speciale, che nessun lavaggio sbagliato potrà mai rovinare...


di Daniela Robberto

Doveva posare i prolunghi e le spazzole dell’aspirapolvere utilizzati per pulire a fondo i tappeti di casa in quello che era stato, e sarebbe rimasto, uno sporadico impeto di pulizia. Lo scatolone in cui riporre questi accessori era posto nello scaffale in allumino situato a destra, entrando nel ripostiglio. Trovava defilato domicilio nell’ultima scansia in alto, accanto ad altri di cui non ricordava più il contenuto. Arrivata a metà dei gradini della sua scala a forbice aperta male, l’attrazione verso gli imballi misteriosi la rese ardita e la fece salire ancora. Adesso li osservava da una distanza ravvicinata e, così come si guarda, secondo un’altra prospettiva a cui non si è abituati, ambienti, cose, persone, tutto le sembrava diverso, e così interessante da non potersi sottrarre alla verifica del contenuto. Ma che cosa poteva esserci lì dentro che non conoscesse? Non aveva sistemato lei stessa in prima persona tutti quegli scatoli che affollavano inutilmente lo sgabuzzino?

Era sempre alla ricerca de lnuovo, dello sconosciuto, di qualcosa da inserire in un mosaico che diventava elastico, dove mancava sempre una tessera e poi un’altra ed un’altra ancora, nel disegno indefinibile della sua curiosità. Decise di procedere all’indagine. Ricoperti di polvere, stretti nell’aderente guepiere del nastro adesivo, erano pesanti ed occupavano molto spazio; tirando a sé il primo scatolone, lateralmente riconobbe nella sua grafia, la scritta “corredo” e subito ricordò che facevano parte di certe masserizie comprate per la figlia quando ancora era adolescente e che ormai da anni, lavorando in terra straniera, di quelle carabattole nulla sapeva ed ancor meno gliene importava. Decise comunque di vedere cosa ci fosse dentro. Sbilanciò sulla destra pescando a caso nel comparto destinato agli attrezzi di lavoro. Da quando era rimasta sola, essi vivevano in quel ripiano l’orrida condizione del disoccupato dedito agli ozi forzati di un avvilente e perenne dopolavoro, e fu forse per questo che il cacciavite a brugola, entusiasta di essere stato afferrato al volo, partecipò, pur nella sua incompetenza professionale, alla forzatura di una corazza di cartone. Ruppe felice il sigillo del nastro ormai asciutto che cedette facile, liberando le ali ripiegate della confezione di cartone e svelandone il contenuto così da poter capire se fossero bicchieri, asciugamani, tovaglie o altro.

L’uso di fare il corredo alle figlie femmine è stata sempre una tradizione molto sentita ed era, nel caso di famiglie benestanti, il perno su cui ruotavano i matrimoni ed i patrimoni che venivano così recuperati e rinsaldati sempre all’interno della stessa fascia sociale; a volte con lacrimevole dispiacere, il padre della sposa alienava parte di beni immobili e terreni appartenenti alla famiglia d’origine a favore della nubenda. Alla fine di uno straziante “do ut des ” nasceva la nuova coppia di un certo grado di rispettabilità sociale, dove giovani donne ben educate, mediamente istruite e con discreti beni dotali, ricevevano in cambio un cognome rispettabile, l’assicurazione di un mantenimento dignitoso e un padre per l’eventuale prole.

Al contrario, il non fare il corredo poteva indicare un preciso allineamento ad estreme ideologie politiche e sociali di genitori rivoluzionari o, molto più semplicemente, costituire una formale ammissione di indigenza o di stentato benessere economico. Ciò avrebbe costituito un ostacolo insuperabile all’accasamento delle figlie che, senza dote, si sarebbero dovute maritate “nude e crude”, operazione già difficile ma resa impossibile se le fanciulle fossero state, anche nell’apparire, non particolarmente avvenenti. La nascita di una figlia femmina ha sempre rappresentato motivo di tristezza, se poi erano più di una, la tristezza diventava un dramma all’Enrico VIII. Negli anni successivi al dopoguerra, il benessere cominciò a diffondersi e a circolare anche negli strati medi della popolazione decretando l’accesso a beni di consumo mai sperati. Questi, dapprima osservati con languida nostalgia solo nelle pellicole cinematografiche d’oltreoceano e proiettate tra fumo e sputi nei cinema di periferia, riempivano la mente di desideri, e fu allora che il boom economico fece il miracolo: ognuno poteva pensare di accedere al possesso di un’automobile di piccola cilindrata, alla lavatrice, al sogno dapprima condiviso e poi personalizzato della televisione. Tutto veniva comprato a rate, e la cambiale diventò il titolo di ogni iniziativa finanziaria delle famiglie italiane.

A tale forma di acquisto non poteva certo sottrarsi la dote che veniva programmata con rilevante anticipo. Come nelle caverne calcaree sedimenta in milioni di anni l’accumulo di carbonato di calcio accrescendo le stalattiti presenti in estensione e spessore, così il corredo filiale si andava stratificando in teli e lini di più o meno pregio. Ricordava la figura di un venditore che quando era ancora adolescente magicamente appariva sull’uscio delle case nelle ore in cui era assente il capo di famiglia e, porta a porta, seduceva con gli articoli custoditi nella grande ed elegante valigia di finta pelle. Esponeva la sua mercanzia su divani e poltrone del salotto buono, davanti a madri che andavano strofinando tra le dita i lembi delle tele saggiandone la qualità e chiedendo per ognuna il costo e l’eventuale e impensabile sconto su quella roba che, dovendo essere venduta a violino, era già inamidata dall’abbondante ricarico. L’ambulante batteva instancabilmente tutti i condomini di una città in espansione, al fine di regalare un sogno alle madri e metri e metri di lini e cotoni alle figlie, da consumare e rendere lisi in un futuro anteriore con compagni di vita ancora ignari dei destini a loro assegnati. Erano questi i ragazzini con i pantaloncini corti ancora liberi di percorrere orbite lontane, di giocare a pallone, scorrazzare in motorino, flirtare con le compagnette, inconsapevoli del vortice a spirale che li avrebbe inghiottiti, condotti come sonnambuli e presentati allo stargate finale dove li aspettavano lenzuola ricamate a punto cinquecento, copriletti ed asciugamani con trine e merletti in macramè e tanti quadrati in lino dall’uso ancora misterioso.

Si comprava a rate o come forbitamente si dice, con riserva di proprietà: la mamma sceglieva da sola, o al limite con il consiglio della vicina, quelle cose che al momento dell’acquisto erano di moda ma che al momento dell’uso sarebbero apparse inevitabilmente tramontate nel gusto o non più utilizzabili, come la famosa coperta Somma che sì, era di lana merinos, ma talmente pesante che quando ci si coricava sotto, era come avere tutto un gregge che pascolava sopra la coppia seppellita. Il pagamento delle rate era lungo ed estenuante, di solito un paio di anni, alla fine dei quali la proprietà del bene passava all’acquirente e di qui, insieme alla naftalina, illuminante esempio chimico di sublimazione, dormiva per anni nei grandi bauli, sarcofagi inquietanti presenti in quasi tutte le case. Chiaramente la mole di coperte, lenzuola ed asciugamani, era tale che sarebbe stato sufficiente per più di una vita, e non di rado veniva arricchito da quello di zie nubili, le quali, dopo sporadici tentativi di coniugarsi, appendevano rassegnate “le cetre dell’amore alle fronde dei salici, per farle oscillare lievi al triste vento della solitudine”.

Viatico femminile destinato nell’immaginario futuro di moglie felice, vincolo che deve legare qualcuno a qualcun altro che ancora non si conosce, ma che poi assume un volto, uno sguardo, un sorriso, non sempre risultava di gradimento alla supervisione della futura sposina, e generava dissidio e malumore nel tradursi in frasi del tipo: “ma non mi piace, non mi piace” a cui la madre, alla quale non piaceva più (neanche a lei!), replicava con simulata competenza ed ignobile falsità “ma è bellissimo! E poi è di stoffa buona” aggiungendo sommessamente in modo da instillare nella figlia il rimorso che il suo disdegnare riduceva il sacrificio affrontato “non sai quanto è costato!" nonostante non ricordasse proprio quanto fosse costato. Era il solito corso e ricorso storico, cambiavano i personaggi, i ruoli di una madre che era stata figlia, e di una figlia che un giorno sarebbe stata madre, ma sostanzialmente la scena come nelle migliori commedie d’arte si replicava in assenza di pubblico. Non poté fare a meno di sghignazzare rischiando di cadere da una scala aperta precariamente al ricordo di suo marito che, appena sposati, uscì dal bagno avvolto in un damascato bianco le cui lunghe frange pendendogli di dietro lo rendevano come un gocciolante pavone albino dalla coda miseramente trascinata per terra e totalmente zuppo d’acqua perché, come è noto a tutti, il damascato non assorbe niente e non affonda neanche se lo anneghi in pieno mediterraneo con un mare forza otto.

Il corredo da sempre veniva concordato e pianificato nell’accordo tra famiglie, ed era spesso oggetto di malumori e liti, che non di rado finivano con l’annullamento della promessa matrimoniale consentendo che ruggini perenni corrodessero per sempre i rapporti tra famiglie che avevano rischiato di divenire parenti. Quando la cosa andava in porto, solo ad anulare saturo dell’ambito cerchietto d’oro, i genitori della fanciulla, tirando un sospiro di sollievo potevano concludere: “ e …anche questa l’abbiamo sistemata!” Lenzuola famose hanno sventolato al vento della letteratura e del cinema, a cominciare dal lenzuolo funerario di omerica memoria del vecchio Laerte, tessuto di giorno e scucito di notte, in virtù di una cieca fedeltà scarsamente ricambiata ed oggi assolutamente impensabile, al velo dipinto di Maugham per finire a “tre sotto le lenzuola”, ma quella era tutta un’altra pellicola, da non augurare ad una figlia, o forse si, non sapeva. Ai figli si danno a corredo pezze inutili di stoffa che il tempo sbiadirà e l’usura ridurrà a brandelli, cancellando ogni traccia della loro esistenza, dimenticando il bruciore degli occhi di chi lo ha ricamato, la rata di chi con fatica lo ha pagato sottraendo il denaro alla spesa del mese, a scarpe non comprate agli altri figli, a cambiali andate in protesto e sanate con ulteriori prestiti… ma il corredo più importante è quello che viene bistrattato, mai ben considerato.

E’ quello allestito nei secoli, molto più articolato e variegato di qualunque ricamo speciale perché legato al profumo dell’immortalità; che può essere utile, inutile o persino dannoso, ma che nessun lavaggio sbagliato potrà rovinare, nessuna moda potrà oscurare, e dove il tempo non agisce usurando ma, al contrario, esaltandone nei tratti delle personalità, una trama, che può essere interessante come quella di un film d’autore o piatta e banale come il ripetersi delle azioni del quotidiano. Questo Corredo con la c maiuscola è l’informazione complessa che si conserva nelle generazioni, che caratterizza gli esseri viventi distinguendoli da ogni altra cosa; ripaga con la straordinaria varietà degli intelletti il cui infinito potenziale porta alla logica, al ragionamento ma anche alla creatività, al talento per le arti e la letteratura, che descrive le ragioni dei sentimenti, le regole della coscienza, e fanno del pensare il vero riflesso della libertà.
Mentre stava appoggiata con le mani dentro il contenitore e seguiva il filo dei pensieri alla luce delle sue riflessioni, quella del camerino si spense, forse si era fulminata la lampadina. Improvvisamente lo scatolone tenuto in bilico tra la scala e lo scaffale le scivolò dalle mani. Voleva trattenerlo, ma con una mano sola non ci riuscì, anzi temette di cadere anche lei, e allora lo abbandonò lasciando che la sua mano lo seguisse come si lascia piano qualcuno che va via, come la mano di chi aggrappato a fatica durante un naufragio non ce la fa più, molla la presa ed in piena consapevolezza di ciò che sta accadendo, si abbandona nel cielo grigio d’umidità alle acque scure gonfie di tempesta.

Cadde per terra col tonfo sordo del fragore dei vetri rotti, poi fu il silenzio. Ed allora ella scese adagio, guardando nella penombra della luce che le arrivava dal corridoio, e vide la bocca spalancata e distorta dello scatolo, i cocci di vetro e le porcellane scheggiate che non avevano mai avuto una vita reale, se non quella dell’attesa in un ripiano di uno scaffale, al buio dentro uno scatolo di cartone. Chiuse dietro di se la porta del ripostiglio lasciandosi dietro le macerie di una paccottiglia che presuntuosamente per anni aveva creduto di essere “ corredo”.


© Riproduzione riservata
Pubblicato il 09 giugno 2017




Daniela Robberto

Questi sono i miei racconti. Nata a Messina nel lontano 1955, figlia femmina e, a detta dei miei (e quindi è sicuro) non troppo desiderata, di una coppia disastrosamente poco affine per luogo di nascita, carattere, studi, obiettivi nella vita, ambizioni... mia madre e mio padre. E devo forse a tali diversissime fonti genetiche la mia curiosità ed una personalità fortemente complessa ed agitata, che mi spinge a scrivere su ciò che più mi colpisce, che più mi intriga. Ho fatto per anni un lavoro facendomelo piacere, anche se non era il mio ma, alla fine sono abbastanza contenta di come mi è andata, e soprattutto della mia formazione perché quando devo descrivermi, come in questo caso, o quando penso a me stessa, alla mente mi sovviene subito il mio nome, poi che dovrei dimagrire e poi che sono biologa. Sono su facebook.


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