Sylvie Clavel e i “nodi” dell’amore che l’hanno portata fino in Sicilia

Siciliani a colori L'artista parigina, ex danzatrice, dal 1986 vive nell'Agrigentino: inizialmente seguì il suo compagno, l'ingegnere sambucese Giuseppe Giaccone, ma dopo la sua morte ha deciso di rimanere. E' qui, infatti, che trova l'ispirazione giusta per annodare le pesanti corde da cui prendono vita le sue sculture tessili tridimensionali e policrome, uniche nel loro genere, che rimandano ad archetipi culturali mitologici e tribali

«Annodare, annodare ed ancora annodare perchè aiuta a svuotarmi. Le opere nascono da sé, sul filo dell’improvvisazione, della spontaneità». Sylvie Clavel, 65 anni, parigina, è uno scricciolo di energia. La sua vita sembra uscita dalle pagine di un libro ma invece è scritta sulla tessitura delle sue opere, sulla tonicità dei muscoli delle braccia che ricordano il tempo, interminabile, trascorso ad annodare le pesanti corde da cui prendono vita le sue sculture. Grandi, policrome, come la maestosae colorata Araba Fenice, simboli dalla straordinaria potenza immaginifica di quel Mito tra Oriente e Occidente, di cui Sylvie sembra possedere le chiavi di accesso.

Sylvie Clavel, l'artista parigina dal 1986 in Sicilia

La incontriamo in una giornata luminosa nella sua casa laboratorio ad Agrigento che si protende verso lo splendido scenario della Valle dei Templi. Dal giardino di casa arriva il profumo di lavanda e di gelsomini. E’ qui che dopo la parentesi a Sambuca di Sicilia, dove ha vissuto per 12 anni insieme al suo compagno Giuseppe Giaccone, ingegnere sambucese che la convinse nell’86 a trasferirsi da Parigi nella campagna di Adragna, Sylvie ha deciso di rimanere dopo la sua morte. «A chi mi chiedeva il perchè di questa scelta, rispondevo “per amore”. Amore per questo paesaggio, per questa terra bella, varia e selvaggia».

Sylvie Clavel a lavoro su una delle sue opere

Lei, minuta ma non fragile, ha mantenuto la stessa postura elegante di quando danzava. ha iniziato presto al Centro Americano nella capitale francese con la coreografa Sheila Ray. All’età di 17anni, Sylvie parte per gli Stati Uniti. In punta di piedi, insegue il suo sogno. Le è più congeniale la dance contemporanea. Prima nel Vermont, poi insegna la danza classica a San Francisco nell’ Accademia di Janet Sassoun ed infine nella Grande Mela inizia a insegnare, ma fa diversi lavori per mantenersi. «Già allora avevo appeso delle corde nel soggiorno di casa che di tanto in tanto annodavo, giusto per distendermi. A farmi compagnia le immagini di un libro, Macramé and creative design, che mi hanno ispirato. Un nodo dopo l’altro, scaricavo la tensione dell’attesa di essere chiamata a lavorare in qualche compagnia».

Sylvie Clavel annodava fili, inizialmente, per rilassarsi

Ma un evento traumatico fa da spartiacque nella sua vita.«All’età di 26 anni – racconta- tornata in Francia sarei dovuta partire per la Germania perché mi avevano chiamata a lavorare nella compagnia di un teatro stabile». Ma Sylvie non ci andrà mai. Un brutto incidente automobilistico la immobilizza per un anno e non le permette più di vivere come prima.
«Ritrovo a malapena la mia schiena, la mia gamba e la mia testa- dice con un filo di ironia nella voce questa piccola donna dagli occhi neri, grandi e vivaci- non potrò mai più ballare». Grazie allo yoga a cui il padre l’aveva indirizzata fin da piccola trova «la chiave per accettare la trasformazione».

Lo studia alla Federazione di Yoga a Parigi e al contempo inizia a frequentare l’atelier de nouage della Signora dell’arte tessile, la cilena Ester Chiacon Avila «che durante la presidenza di Chirac – racconta- viene trattata come una principessa. Le sue opere sono esposte nei musei e le vengono messi a disposizione sedi prestigiose, come la Biblioteca Forney, per i suoi laboratori». E’ una tecnica elementare quella usata da Sylvie: dai movimenti delle sue dita che intrecciano fili di corda di juta, di lino, di spago, di cotone ed anche di madreperla, per un’affascinante alchimia, prendono vita le sue sculture “tridimensionali”.

La Fenice di Sylvie Clavel

«Intrecciando i miei fili sono felice- dice Sylvie mentre il suo sguardo si illumina – sono autodidatta, non ho alcun bagaglio culturale di studi artistici. Non sopporto le imposizioni e le regole poste alla mia creatività ed alla mia libertà». L’art de nouer di Sylvie Clavel, mezza chiave e talvolta nodo piatto, emerge da un’anima in metallo utilizzata come sostegno alla materia dell’opera che non si definiscono a priori, ma nascono durante il processo creativo.
«Non ho un metodo per costruire i miei lavori e non potrei insegnarlo a nessuno- spiega Sylvie- è una ricerca che ognuno compie dentro sé».
Nella gestualità del nodo, Sylvie ritrova se stessa. Nodi per legare corpo e mente, nodi da sciogliere per raccontarsi. «La mia prima opera è l’Africano inginocchiato– racconta- l’ho realizzato così perché dopo l’incidente non posso più assumere questa postura… il mio ginocchio non si piega più. Questa è una posizione di meditazione yoga molto importante, che mi manca molto. Stavo ore ed ore seduta cosi».

Sylvie Clavel nella sua casa laboratorio di Agrigento

Diciotto le opere realizzate in circa 40 anni di attività, di cui 9 esposte nell’ex Monastero di Santa Caterina a Sambuca di Sicilia dove rimarranno fino al 2024. Opere uniche nel loro genere, sia per le modalità di esecuzione che per il fascino che emanano. Sculture multicolorate che rimandano ad archetipi culturali tribali, come lo Sciamano. E ‘ il caso che fa incontrare Sylvie e l’Africa, scoperta in alcun stage di danza etnica e primitiva nelle periferie di Parigi, ed è sempre per caso che riceve in regalo 14 maschere africane, donatele dal fratello di ritorno da un viaggio ad Abdijan, in Costa d’Avorio.

Una delle sculture di Sylvie Clavel

«Poi le ho messe accanto agli elementi in legno provenienti da una fonderia del New England, insieme ai cordami, a da qui l’ opera dell’Africano inginocchiato. Complesso e lungo è il processo di “gestazione”, -spiega l’artista- di visualizzazione, gli occhi e la mente che insieme creano una visione. Così si va amplificando questo desiderio di creare, in un concorso di circostanze non volute, sulle quali io non ho alcun controllo»

Le conchiglie nate dagli intrecci di Sylvie Clavel

Sylvie si muove con leggera eleganza tra le sculture in corso d’opera che va realizzando senza uno schema preciso, seguendo solo l’istinto che la spinge a lavorare ora su Kronos, il dio del tempo, ora sulla testa di Medusa. In un angolo la Grande Madre, forse una delle opere più belle di Sylvie, occupa uno spazio non solo fisico… emana una forza prorompente.
«Mi piacerebbe avviare un progetto multiculturale, avendo a disposizione tutte le mie opere così da poterle fare conoscere, creando delle sinergie con artisti e mecenati come Antonio Presti o in alcuni eventi di pregio come le Orestiadi».
Parigi è lontana da qui, ma sembra non essere un problema. «Non credo che vi tornerò – dice Sylvie -. Ho anche venduto la casa che avevo lì». Si, perché Agrigento, l’antica Akragas, terra di miti e di storia antica, l’ha proprio stregata.

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