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Magia di treni e stazioni nell’inedito di Gaetano Savatteri a colloquio con Andrea Camilleri: «Quell’incertezza che crea bellezza»

Libri e Fumetti A pochi giorni dal centenario della nascita di Andrea Camilleri, il 6 settembre, uno degli amici (e colleghi) più vicini, Gaetano Savatteri, si racconta su "Il gatto che prendeva il treno. Conversazioni sulla magia delle stazioni", inedito dialogo con lo scrittore di Porto Empedocle, in libreria dal 29 agosto: «Quella del gatto è una cosa che appartiene, tra il fantastico e il verosimile, alla tipicità della scrittura magica di Andrea. E se lo ha detto, è comunque vero!»

Il treno si sgrana dal buio come un gigante addormentato che respira piano. Il primo chiodo di luce della giornata entra dalle finestre e allinea i contorni delle valigie, dei sedili, delle mani che cercano un posto comodo. Il fischio è una nota di partenza, breve e curiosa. Sembra chiedere se si è pronti a lasciar andare qualcosa per accogliere qualcos’altro. Dentro, il vagone è una piccola città in movimento.

I rumori: un ticchettio costante, un sussurro di conversazioni, il soffio lieve di una tazza di caffè. Ogni sedia è una mappa; ogni finestra, un portale. Il paesaggio scivola fuori come una pellicola. Campi che si fanno oro. Fiumi che curvano come una sigla. Alberi solitari che dipingono un ricordo sullo sfondo. I viaggiatori non sono solo passeggeri: sono protagonisti di un intreccio silenzioso. C’è chi legge una lettera una pagina alla volta, cancellando il mondo con la sua curiosità. Un bambino disegna treni immaginari sulle mani della madre. Un anziano attende consumando dolci. Tutti insieme creano e collegano storie diverse. Il treno attraversa una galleria, e per un attimo tutto all’esterno è oscuro, tranne una scintilla di stelle disegnata sulle ruote. Quando esce, l’aria cambia: profumi di pane caldo, di erba bagnata, di pioggia lontana. Ogni sosta è una finestra su un nuovo racconto. Una stazione dove una vecchia signora racconta una leggenda di viaggiatori perduti. Un mercato dove si vendono souvenir che sembrano piccoli sogni.

Ieri ed oggi del trasporto ferroviario in una stazione italiana

Con questa nostra riflessione apriamo l’intervista che lo scrittore e giornalista Gaetano Savatteri ci ha concesso in anteprima a proposito dell’uscita, venerdì 29 agosto, di “Il gatto che prendeva il treno. Conversazioni sulla magia delle stazioni” (Bibliotheka, pp. 65, € 14,00), un inedito dialogo con l’amico Andrea Camilleri, che finisce per diventare una intervista.

Con Savatteri è stato un cercarsi, senza mai trovarsi a primo colpo, quasi un ricorrersi che alternativamente saltava di pochi secondi, fino a quando la telefonata ci ha fatto incrociare lungo i sentieri della comunicazione.

Buongiorno Gaetano e grazie per la pazienza. Possiamo investire un po’ di tempo per parlare un po’ di questo inedito?
«
Certo, ma partiamo dal presupposto che ci diamo del tu, sennò se mi dai del lei, anche io lo farò!»

Assolutamente! Gaetano, vorrei iniziare chiedendoti quanta influenza della Sicilia c’è nella tua scrittura, ovviamente non nei contenuti.
«Se non fossi nato al nord – per poi tornare a dodici anni stabilmente a Racalmuto, paese di Sciascia e della mia famiglia – forse poco. Questo mio trasferimento a dieci-dodici anni, ha permesso di costruire la mia scrittura. Vivere in un posto letterario come Racalmuto, ti permette di vivere in una dimensione letteraria dove ogni cosa può essere letteratura».

Racalmuto è uguale a Sciascia.
«Agrigento tutta richiama più autori. Da una parte è Pirandello, e non si può non essere pirandelliani; da un’altra c’è Sciascia, e non si può non essere sciasciani. E anche con Camilleri, vale la stessa cosa: non si può non essere camilleriani. È chiaro che tutte queste, chiamiamole, “parentele letterarie”, dato che non c’è una scuola siciliana propriamente detta, influiscono nella formazione di chi scrive. Quasi come se un bambino apprende dai parenti che ne influenzano la crescita e formazione, pertanto Pirandello, Sciascia, Camilleri incidono nella grande famiglia della scrittura siciliana. Dunque, così come la metafora dei parenti con le nonne che raccontano le cose ai nipoti, per me è valsa anche per la letteratura».

Storica foto a Racalmuto con Gaetano Savatteri e Andrea Camilleri davanti la statua di Leonardo Sciascia

Nasci  e cresci a Milano: quanto c’è di milanesità nella tua formazione?
«Milano mi ha consentito sicuramente di mantenere uno sguardo da lontano. La Sicilia osservata da lontano, nei suoi vizi e nelle sue virtù, viene vista meglio. Il siciliano che vi è nato e rimasto, deve costruirsi questa veduta, per me, invece, quel pezzo di vita milanese è stato utile perché mi ha permesso uno sguardo stupito, arrabbiato, indignato e stupefatto. Mi è giovato molto a vedere la realtà con occhi non viziati».

Cosa accadde al ritorno definitivo sull’Isola in giovanissima età?
«Il ritorno definitivo in Sicilia ha costruito un principio di identità che non sapevo ancora cosa fosse: a dodici anni pensavo di essere un bambino milanese che ogni estate andava in vacanza in Sicilia, ma quando torno definitivamente in Sicilia, capisco che ero un siciliano nato a Milano e che tornava con uno sguardo nuovo, che come ti ho detto non poteva esserci in persone che in Sicilia nascevano e vivevano. A quest’ultimi perché manca la visione dalla distanza».

 

Il 6 settembre si celebrano i 100 anni dalla nascita di Andrea Camilleri: pensi di avere un debito nei suoi confronti?
«Assolutamente! Come ti dicevo siamo pirandelliani e sciasciani e con loro lo abbiamo e ovviamente anche con Andrea (Camilleri, ndr). Ma nei confronti di Camilleri non sono soltanto io ad averlo, ma tutti.»

Perché tutti?
«Andrea (Camilleri, ndr) ha inserito nella sua scrittura la lingua siciliana aprendo le porte alla possibilità di scrivere in questa lingua. Non che prima non vi fosse questa possibilità ma c’erano dei grandi scrittori, dei mostri sacri come Bufalino, Consolo, Sciascia che in qualche modo erano inarrivabili. Camilleri, con quello che lui stesso chiamava il suo “artigianato di qualità”, ci ha consentito di poter scrivere anche dentro più generi, comico, poliziesco, storico. Con Camilleri è come se fossimo usciti, anzi ne siamo usciti, da una Sicilia in bianco e nero, per entrare in una Sicilia fotografata a colori e le porte che ha aperto lo hanno identificato come scrittore generoso e incoraggiante con i giovani e quindi, nuovamente, una vera e propria apertura di porte alla lingua siciliana scritta».

Andrea Camilleri nel 2010

Addentriamoci nei contenuti de “Il gatto che prendeva il treno”, l’inedito dialogo tra te e Camilleri, che il 29 agosto uscirà per i tipi di Bibliotheka Edizioni. In questo breve e intensissimo pamphlet si narra della magia del treno e delle stazioni, ma anche di figure che sembrerebbero comprimarie, ma che invece si ergono a primi attori: dal casellante al gatto, all’odore di zolfo, alla sosta non prevista. Puoi illuminarci?
«Il treno è stato un elemento importante nella vita di Andrea… se ricordi lui scrisse “Il casellante”, dove già ne raccontava. Se pensiamo al treno, ci viene in mente Ignazio Buttitta che lo ha raccontato nelle sue ballate. Ma anche altri hanno come elemento centrale il treno, era il posto dove tutto avveniva».

La magia riportata nel sottotitolo si riferisce, quindi, ai luoghi dove si ferma, le stazioni?
«Il treno ha permesso la nostra migrazione, quella italiana, anzi europea. Mentre quella oltre oceano è stata in primis con le navi. Ma col treno si partiva da Racalmuto e si arrivava a Amburgo e in 36 ore diventavi un emigrato come tutti gli altri che erano emigrati prima di te».

Gaetano Savatteri

Gaetano Savatteri

Descrivi in maniera affascinante i concetti di dubbio e incertezza del viaggio: il treno che parte dalla Sicilia a cosa introduce?
«Ancora adesso io prendo il treno, facendo il pendolare da città a città. L’ho sempre preso, lo facevo da studente per andare a Palermo o quando rientro in Sicilia ad esempio prendo il treno proprio da Palermo per tornare a Racalmuto. Il treno lo amo, è un mezzo di trasporto che mi piace molto. Un tempo si parlava e si discuteva, oggi si sta con le proprie cuffiette ad ascoltare e guardare gli smartphone. Quanto al dubbio c’è da collegarsi allo scetticismo del treno. Quando sei in attesa alla stazione se uno ti chiede “sta arrivando?”, un altro ti risponde “dicono che arriva, chissà…”.»

Meno magia e più ansia.
«C’è sempre un dubbio, che si innesca nel pericolo nell’incertezza e questo lo crea il viaggio che per antonomasia con i suoi imprevisti, non dà mai certezze. L’ansia? Mi capita di essere in aeroporto e ci sono le persone che la vivono per un ritardo di 15 minuti. Questa cosa mi incuriosisce.»

Cosa nello specifico?
«Penso a chi prende il treno che vive molte più incertezze a causa dei ritardi: specie coi treni siciliani con cinque, sei ore di ritardo. Ecco che lì il dubbio diventa bellezza della più volte citata incertezza. Ti porta in quella magia delle stazioni: un tempo la bellezza era l’attesa che si consumava con pane, salame, biscotti e un mazzo di carte in attesa che arrivasse il treno. Dunque il viaggio in treno prevede un cambiamento iniziando proprio dai ritardi: ci adattiamo ai luoghi dove arriviamo e ci adattiamo durante il viaggio, ritardi inclusi».

Stazione di Cometini

Stazione di Comitini, nell’Agrigentino, dove Savatteri da ragazzo rimase fermo per quattro ore a causa di un problema al treno

Tra gli imprevisti, molto intrigante è il racconto di quando la moglie del capostazione venne in soccorso ai viaggiatori: ce ne parli?
«Quello accadde proprio a me e a un’altra settantina di studenti, quando aspettavamo il treno per andare a scuola. Era il famoso treno da Agrigento a Racalmuto, che per giungere a destinazione ci stava 40 minuti. Una mattina si ruppe la locomotrice e restammo in una stazione, a Comitini, dove non c’è nulla se non la stazione, la casa del capo stazione e la campagna. Scendemmo tutti, non esisteva aria condizionata. La moglie di un capo stazione, che lì viveva, in quelle quattro ore di ritardo ci diede da bere, ci permise di andare in bagno. All’epoca non c’erano telefonini… quando si risistemava il treno si ripartiva per arrivare. Questo ci fa comprendere l’adattarsi al cambiamento anche in un migrare di soli 20 chilometri».

Il gatto: chi è questo animaletto su cui vi siete soffermati con Camilleri?
«C’è da dire che la grande capacità affabulatrice di Andrea, la sua abilità “camilleriana” di prendere un dettaglio e renderlo focus del racconto, ancora una volta ha fatto centro. Questa magia del treno di una volta, dove c’era anche un gatto che conosceva le stazioni dove scendere, gli orari per poi aspettarne un altro e  risalire. È una cosa che appartiene tra il fantastico e il verosimile alla tipicità della scrittura magica di Andrea e se lo ha detto Andrea, è comunque vero!».

 

Permettimi una incursione su “Màkari”, la cui versione fiction per il piccolo schermo torna dal 6 ottobre su Rai 1: hai “spinto” su Saverio Lamanna perché diventasse un personaggio televisivo di successo?
«No, fu una serie di convergenze fortunate che lo hanno portato in tv. Un personaggio mio, che è anche indipendente nella serie televisiva, perché in questa c’è una grammatica diversa da quella dei romanzi. La cosa che mi è rimasta è che quando scrivevo e raccontavo di Saverio Lamanna, e degli altri co-protagonisti di “Màkari”, non davo loro un volto. Adesso i volti invece li ho e sono proprio quelli di Claudio Gioè, di Domenico Centamore, di Ester Pantano, Tuccio Musumeci e degli altri attori».

I protagonisti del “Màkari” televisivo: da sinistra Serena Iansiti, Claudio Gioè, Domenico Centamore e Ester Pantano

Il lusso della giovinezza, Sellerio, 2020, di Gaetano Savatteri

“Il lusso della giovinezza”, Sellerio, 2020

La tua risposta, non so perché, mi riporta al tuo romanzo “Il lusso della giovinezza”…
«C’è il classico quarantenne, rimasto un po’ Peter Pan. Quella dei quarant’anni è l’età in cui più nessuno ti fa sconti nella vita, nei rapporti umani. Sei un uomo, non puoi avere più sconti».

È proprio vero, la vera magia delle stazioni non risiede esclusivamente nei luoghi, ma anche nel modo in cui il treno unisce chi è dentro a chi è fuori. Le mani che si cercano tra una carrozza e l’altra, la risata condivisa su un corridoio stretto, lo sguardo che, per un attimo, riconosce in un estraneo un volto amico. In quel ritmo costante, la vita sembra scandita da una musica: un battito che invita a respirare con calma, a lasciar scorrere le paure, a credere che ogni viaggio sia una nuova pagina aperta.

Quando il viaggio si interrompe o giunge al termine, qualcosa resta prima di adeguarsi al cambiamento: un profumo di metallo nichelato e pane caldo, una promessa di nuove destinazioni, lo zolfo, e per una volta anche una certezza, che la magia dei treni non è solo nei luoghi che si vedono, ma nel modo in cui si cambia chi si è mentre si va. E se chiudiamo gli occhi, possiamo ancora sentire quel camminare dolce delle rotaie, come un battito che magari promette “tornerò”.

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