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Ci ha inventato lui: Pippo Baudo o dell’Italietta in bianco nero che si colorò di leggerezza

Blog Nell'Italia democristiana in bianco e nero chi ha portato il “colore” - non come futuristica tricromia dello schermo catodico di allora, ma come segnale comunicativo di una comunità che aveva voglia di scrollarsi di dosso gli eccessivi grigiori di una vita dominata dal partito cattolico dominante – quello era Giuseppe “Pippo” Baudo, giovane, allora, rampollo di una borghesia siciliana di provincia estrema – la piccola Militello in Val di Catania dove sarà sepolto mercoledì - che aveva ben chiara la sua mission: diventare il migliore entertainer italiano. E che per decenni ci riuscì

Nel regno dei ciechi chi ha un occhio è re. E nel regno democristiano dell’Italia in bianco e nero degli Anni 60 chi ha portato il “colore” – non come futuristica tricromia dello schermo catodico di allora, ma come segnale comunicativo di una comunità che aveva voglia di scrollarsi di dosso gli eccessivi grigiori di una vita dominata dal partito cattolico dominante – quello era Giuseppe “Pippo” Baudo, giovane, allora, rampollo di una borghesia siciliana di provincia estrema – la piccola Militello in Val di Catania dove sarà sepolto mercoledì – che aveva ben chiara, all’americana, la sua mission: diventare il migliore entertainer italiano. E che per decenni ci riuscì.

Pippo Baudo

Baudo a quell’Italia grigia e perfettina aggiunse il colore dell’emotività, della tv fatta prevalentemente in diretta, con tutto “il bello della diretta” come diceva Gianni Minà, dove l’errore era possibile ma creava “feeling” con il suo pubblico. Oggi con la sua morte, ultima “rappresentazione” del suo amato sabato sera, si celebra quasi l’ultimo figlio della balena bianca democristiana, quel mostro mitologico fatto di centralità assoluta, coperchio di tutte le pentole, di cui apparentemente non puoi fare a meno. Ovviamente non è stato così neanche per l’onnipresente Baudo, colui che inventò l’ubiquità televisiva, e di cui, apparentemente, non potevi fare a meno per il suo essere professionale e rassicurante. La mia generazione che “purtroppo” (imprecazione dettata dal tempo che se ne va) le trasmissioni di Baudo le conosce tutte, “Settevoci compresa”, aveva un degno contraltare in Renzo Arbore, l’ultimo grande vecchio della tv ancora in vita. “Alto gradimento” alla radio con Gianni Boncompagni, che sdoganò la comicità surreale, e “L’altra domenica”, che inventò il Benigni televisivo pop, prima del boom Anni 80 di “Quelli della notte” e “Indietro tutta”, ci offriva una via diversa all’entertainment televisivo fra varietà, musica e nuova comicità.

Baudo, però, era sempre lì, monarca assoluto dello show tv del canale madre della Rai, l’allora Primo canale poi Rai Uno. Con la triade “da guerra” Sanremo-Fantastico-Domenica In era presentatore, autore, direttore, regista, musicista, showman, incantatore delle masse catodiche perché in possesso di tre doti fondamentali per stare al centro della scena che gli derivavano dal suo “mestiere” mai svolto, quello di avvocato: arte della parola; capacità di attrarre su di sé la massima attenzione; capacità di glorificare al meglio tutto quello che emanava da lui stesso.
E lo stesso ha fatto anche nella sua Catania con l’allora nascente Antenna Sicilia del suo amico di sempre Mario Ciancio e diretta dal compianto Domenico Tempio, piccole parentesi di puro divertissement locale con programmi di culto come “Il festival della nuova canzone siciliana” o “I siculissimi” con l’amico-fratello Tuccio Musumeci. Sotto il Vulcano si concesse anche come direttore e presidente del Teatro Stabile per “riportare” a casa Turi Ferro, esperienza poi vanificata dalla governance successiva del teatro pubblico catanese che dilapidò ogni risorsa ed energia.

Forte è stato il suo legame con la sua Sicilia, terrà che lo ha amato e idolatrato, ma che gli ha fatto anche del male, come quando nel 1991 la mafia di Nitto Santapaola gli fece saltare in aria la villa di Santa Tecla. E lui, democristiano ma con la schiena dritta, con Maurizio Costanzo, contro i mafiosi non le ha mai mandate a dire.

 

E’ quasi ovvio che uno che è stato, per più di mezzo secolo, principe del mezzo televisivo  – lo strumento di comunicazione di massa più forte della tecnologia recente, prima del dominio del web – non poteva che diventare un eroe popolare, nel senso più democristiano del termine, e lo intendo stavolta in senso positivo, ovvero nel significato di ecumenico. Baudo, ancor più di Berlusconi in politica, voleva piacere a tutti e noi tutti, volenti o nolenti, ma veramente tutti, a spizzichi e bocconi, abbiamo apprezzato qualcosa di Baudo. Io personalmente lo apprezzerò sempre per averci donato l’irriverenza del Beppe Grillo comico (e non il politico che “sbarellava”) a “Luna Park”, il programma del 1979 che aprì le porte alle fortunatissime stagioni di “Fantastico”.

Anche per il suo rifiuto secco e continuo alle lusinghe della politica, Baudo l’ecumenismo lo ha veramente sfiorato, a differenza di un Berlusconi, nel suo midollo uomo di una sola parte del mondo. Non a caso il rapporto professionale Baudo-Fininvest, nato dopo la cacciata del presentatore siciliano dalla Rai da parte dei socialisti, dopo la famosa battuta di Beppe Grillo sui socialisti craxiani ladri mancati in Cina – non durò a lungo, solo sei mesi, perché la centralità di matrice siculo-isolana di Baudo non poteva sposare la bramosia di strapotere mediatico, economico e politico del nordico Berlusconi. E sopratutto perché Baudo si sentiva l’alfiere del servizio pubblico quindi obbligato a dare di più, a dare il meglio e non poteva piegarsi alle logiche commerciali delle tv private.

Nel suo eclettismo Baudo è stato un creativo, il suo essere nazional-popolare, come lo etichettò in modo sprezzante l’allora presidente socialista della Rai Enrico Manca dopo il caso Grillo -, era comunque voglia, sempre in nome e per conto del servizio pubblico Rai, di tirare fuori il meglio da ciò che il panorama dello show-biz offriva. Si poteva essere gramsciani via etere? Per Baudo sì, nazional-popolare era allargamento democratico del concetto elitario dell’arte.  Baudiano, infatti, è diventato un aggettivo riconosciuto dalla Treccani per indicare l’arte pura della trasformazione della cultura in spettacolo. I socialisti di allora, quintessenza dei politici radical chic che in nome dell’edonismo sfrenato tradirono la sinistra per la destra, tra le tante cose che non capirono ci fu quella che Baudo – Re Sole del palcoscenico (lo show sono io) – non voleva dipendere dalla politica perché convinto fermemente che la politica avesse bisogno di lui. E per tanti anni è stato così.

Clicca sull’immagine e guarda lo speciale Baudo di Techetechetè

Oggi, ovviamente, quel mondo televisivo non esiste più, e da tempo. Anche la tv, sommersa da canali via etere, via web, via satellite, free, a pagamento, on demand, è customizzata come neanche una Harley Davidson degli Anni 70. Ognuno, in teoria, ha ciò che vuole, ma forse non ha più il piacere di essere pubblico. Tutto è rating, tutto vive o muore con un like, e nessuno, neanche il miglior Fiorello o Amadeus o entrambe, sono riusciti ad avere un “pelo” dello stesso “hype” di Baudo.

Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella di Baudo ricorda la professionalità, la cultura, il garbo e la staordinaria capacità di interpretare i gusti e le aspettative dei telespettatori italiani. Tutto vero, tutta roba che l’ignoranza becera della destra di governo di oggi non è in grado di capire. La sua frase più nota – “L’ho inventato io” – ne racchiude tutta la sua filosofia. Non solo un talent scout infinito – e oggi mezzo mondo dello spettacolo gli rende il giusto tributo – , ma inventore proprio di noi stessi – che lo abbiamo conosciuto, quantomeno televisamente parlando -, come pubblico. Ci ha inventato lui, questo glielo dobbiamo riconoscere, come spettatori a 360° tra spettacolo e cultura della leggerezza.

Beppe Grillo nel suo ultimo saluto ci ha fatto sorridere e commuovere invitando Baudo, al cospetto con il Supremo, a non dirgli che “lo aveva inventato lui”. Lo stesso ha fatto il vignettista Totò Calì che lo ha disegnato per il quotidiano “La Sicilia” su una scalinata sanremese per incontrare il vero San Remo. Ma il suo “Paradiso” non sarà certo in bianco e nero.

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