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“Colla”, il nuovo romanzo dell’apolide etneo Sal Costa: «Sesso, droga, mafia e rock nella Catania post-contestazione»

Libri e Fumetti Quarto romanzo per l'editore milanese Morellini, "Colla", ultima fatica dello scrittore catanese, non le manda a dire contro quelli che negli anni '80 erano gli "scemi" e che oggi primeggiano per distruggere il pianeta: «Pezzi della mia vita da ventenne sono finiti lì dentro, mischiati alla musica, a un sacco di fronzoli inutili ma buoni a creare uno spaccato preciso dei tempi in questione. Ne consiglierei la lettura ai ragazzi per sapere da dove vengono e dove è meglio evitare di mettere le manine». Presentazione a Catania il 7 maggio

Un’intervista nuova – che punta a regalarci spunti tecnici e umani sui rapporti non sempre facili tra un editore e un autore – è quella che è venuta fuori dialogando con lo scrittore catanese Sal Costa sul suo nuovo romanzo, dal titolo “Colla“, uscito il 24 aprile scorso per i tipi di Morellini. Proprio con l’editore milanese e con il succitato Costa, anni fa ci incontrammo per una cena in uno dei locali più noti di Catania, il Nievski trattoria e pub nel cuore del centro storico della città dell’Elefante, ed è proprio lì che Sal Costa e Mauro Morellini mi svelarono in anteprima dell’ingresso in scuderia letteraria dello scrittore etneo, autore di otto romanzi, metà dei quali, ad oggi, editi proprio da Morellini.

Sal Costa è maestro indiscusso dell’hard boiled italiano ma soprattutto è un apolide libero. Ad esempio, si pensi, che, nonostante l’abisso sostanziale nella visione politica, l’anarchico Costa più volte pubblicamente ha dichiarato che Louis-Ferdinand Céline, scrittore non lontano ideologicamente dal nazismo, è stato il migliore autore del Novecento. E in occasioni come queste c’è parso di sentire altri due autori siciliani – Enrico Scandurra e Giovanni Coppola – che non si sono preoccupati di sentirsi “esiliati” dall’opinione pubblica per il loro giudizio sull’autore francese. E i tre non si conoscono personalmente. Sal Costa è anche un creativo della scena culturale intellettuale italiana che poliedricamente è apparso in teatro, nelle cantine, per strada, nei luoghi definiti d’élite o in progetti musico letterari (ricordiamo quel tour con i jazzisti Rosalba Bentivoglio e Antonio Petralia, nel 2018), o ancora nell’interpretazione di una poesia melodista dalla sua sola voce dedicata alla “sex worker” Franchina, straordinario personaggio che assieme a Domenico “Mimmo” Trischitta, è forse il maggior interprete di quella che è ricordata come la zona più “epica” di Catania, il quartiere San Berillo, città nella città, per la sua lunga storia di queartiere del sesos a pagamento. Per non tralasciare i lunghi “tour” letterari di Costa, che affolla sale, librerie, pub, associazioni, bar…

Ma non divaghiamo, iniziamo.

Sei pronto?
«E come no, mi hai fatto attendere ore, hai un concetto troppo estremo di tempo (ride di gusto)».

Partiamo dalla domanda più complessa: come si costruisce un romanzo?
«Rispondo facile: scena per scena. Come in un film».

Sal Costa in un recente scatto del 2026

Sal Costa in un recente scatto

Sal, tu hai pubblicato con più editori, fino a quando sei giunto alla corte di Mauro Morellini, dal quale non ti sei più staccato: come mai è così longevo questo sodalizio fra scrittore ed editore?
«Perché con Mauro Morellini mi trovo bene. È una persona corretta, un imprenditore appassionato del suo lavoro. Inoltre è un grande estimatore delle cose che scrivo, bontà sua, mi segue e mi assiste, sempre pronto con il suo staff a venire incontro alle mie esigenze. Ci siamo conosciuti grazie a Gianluca Vittorio che aveva letto il mio Mercante di Dio (Bonfirraro, 2018) e mi propose a Gabriella Kuruvilla, curatrice della raccolta Sicilia d’autore per conto di Morellini, per far parte con un mio racconto dell’antologia di scrittori siciliani che l’editore aveva in cantiere. Fu subito amore. Dopo di allora ho pubblicato per lui: Come ammazzare il tempo quando sei morto, Saravà, L’istinto del lupo, e quest’ultimo, “Colla“».

“Colla” dal 24 Aprile in libreria

In breve, come canta un altro Sal, il cantante Da Vinci, con Morellini “Accussì. Sarà pe’ sempe sì!”?
«Per me, Morellini ha rappresentato il salto di qualità. Una bella casa editrice solida, dinamica, né troppo grande, impersonale, né troppo piccola e indifesa. Mi calza a pennello, per come la vedo. Sì, insomma, ci sto comodo. Mi piacerebbe farlo ricco Morellini. Ma per farlo dovrei diventare ricchissimo anch’io. E non lo so se mi va. Qui parla l’epicureo che è in me ma non dategli ascolto, dice minchiate. Diffondetemi e fateci vendere un sacco di copie, per la gioia di Mauro Morellini da Milano e di Salvuccio Costa da Catania. E poi, detto fra noi, il libro li vale tutti quei 17 euro. Parola di Sal Costa. Come si dice, provare per credere».

Li vale tutti quei 17 euro, dici. Quanto ci hai messo a scriverlo? Nel senso: è stata dura? Con quei 17 euro ci paghiamo il sudore della tua fronte?
«Il romanzo, per come lo vedi, ha avuto una gestazione lunghissima. È nato come sceneggiatura cinematografica circa due anni fa. L’ho fatta vedere in giro e pare sia piaciuta. Ma poi, al momento di chiudere, non s’è fatto vivo nessuno. Ho imparato che l’editoria è un mondo chiuso, una specie di monade impenetrabile ma il cinema è peggio. E allora, mi sono detto, chi me lo fa fare? Ho già faticato abbastanza per penetrare l’editoria. I soldi, quelli veri, sono nel cinema, lo so, ma io ho una certa età, e francamente, mi sono un po’ rotto. A scrivere la sceneggiatura ci avrò messo sette, otto mesi. Poi, per trasformarla in romanzo, lavoro lungo e faticosissimo, davvero, non credevo, ci ho messo altri sei mesi. Insomma, nel complesso, un anno e mezzo, giù di lì, di gran lavoro. Parlo di otto, dieci ore al giorno. Calcolato che da ogni copia venduta ci prendo circa un euro, dovrei vendere qualcosa come quindicimila copie per pagarmi la fatica».

Ce la farai?
«Che dire, speriamo. Non facile, comunque. È la vita, baby».

A proposito di cinema, molti lettori parlano di “immersione cinematografica” quando descrivono la lettura dei tuoi romanzi. È un effetto cercato fin dall’inizio o è un dato che emerge in fase di scrittura?
«È solo la conseguenza naturale del modo in cui sento la storia. Scrivendo mi interessa eliminare la distanza fra chi legge e ciò che accade. Il fatto che i lettori la percepiscano come un’esperienza filmica è, per me, la conferma che quel tipo di immersione si è attivata davvero. Ma è qualcosa che emerge durante la scrittura, non una formula costruita prima».

2024 - Presentazione de “L’istinto del lupo” alla Zanichelli di Bologna, con l'editore Mauro Morellini

Sal Costa, due anni fa, con l’editore Mauro Morellini, per la presentazione de “L’istinto del lupo” alla Zanichelli di Bologna

Parlaci di “Colla”. Cosa tratti? Quale esigenza ti ha spinto a scriverlo e perché un lettore dovrebbe leggerlo?
«Uno alla volta, per carità. Cosa tratto? “Colla” racconta la storia di tre ragazzi d’estrazione borghese che si confrontano coi loro tempi. È il 1980, anno in cui l’età della contestazione è moribonda. L’edonismo reaganiano già impera. Siamo in pieno riflusso. Una intera generazione deve farci i conti. E s’aiuta come può, s’aggrappa alla santa trinità: sesso, droga & rock ’n’ roll. In più metti che siamo a Catania, città non tenera, epicentro, in quegli anni, insieme a Palermo, del narcotraffico mondiale. Un sacco di ingarbugliati interessi, un sacco di soldi, un sacco di motivi per morire. In una parola: mafia. I dolci sogni borghesi si infrangono su una scogliera dura, proletaria, nera di lava. Ed è questo che mi ha spinto a scrivere “Colla”, il bisogno di testimoniare un’epoca. Pezzi della mia vita da ventenne sono finiti lì dentro, mischiati alla musica, a un sacco di fronzoli inutili ma buoni a creare uno spaccato preciso dei tempi in questione. Insomma, ne consiglierei la lettura ai ragazzi per sapere da dove vengono e dove è meglio evitare di mettere le manine. E poi perché è una bella storia e i ragazzi adorano le belle storie. Con lo stesso fervore lo consiglio agli adulti perché, vorrei ricordargli, gli spari sopra erano, e sono, per noi. Sì, insomma, i Trump e i Salvini, i Vannacci oserei dire, gli Orban, non vengono fuori dal nulla. Qualche mostro li avrà partoriti. Un’intera generazione li ha partoriti: la nostra. Ma com’è stato possibile? Eravamo così carini. Inoffensivi. Dateci un po’ di droga, buona musica da ascoltare, sesso da praticare, e ce ne stiamo lì, buoni buoni in un angolo. E i mostri di cui sopra? Erano i più scemi fra noi, quelli che non gli avresti dato una lira, troppo scemi per godersi lo sballo. Li senti gli spari? Li senti?»

2018 in apertura nello storico VIVERE inserto de La Sicilia con Antonio Petralia e Rosalba Bentivoglio

L’articolo del 2018 sulla performance “Un, du’e tre” pubblicato da “Vivere”,  inserto de “La Sicilia”

Il tuo romanzo, come d’altronde quelli precedenti, ha uno stile estremamente cinematografico: sequenze rapide, montaggio quasi visivo e dialoghi che sembrano catturati dal vero. Quanto c’è di costruito e quanto di istintivo in questa scelta narrativa?
«C’è una componente istintiva all’origine ma il risultato è assolutamente chirurgico. Non ho mai cercato la descrizione fine a sé stessa. Ho cercato l’impatto. Ogni scena è costruita come un’inquadratura, ogni passaggio come uno stacco di montaggio. Il ritmo è una struttura portante, non un effetto collaterale. I dialoghi, poi, sono il lavoro più radicale. Li ho svuotati fino a lasciarli respirare da soli. Niente orpelli, niente spiegazioni inutili. Solo ciò che un personaggio direbbe davvero, nel momento esatto in cui lo direbbe. A volte anche a costo di sembrare spigolosi, perché la realtà non è mai perfettamente levigata. Quello che cerco è una forma di immersione totale, quasi fisica. Se il lettore, mentre legge, dimentica di star leggendo e si ritrova dentro la scena senza accorgersene, allora lo stile ha funzionato».

2021 - Ambasciatori Coop Bologna - Presentazione di "Come ammazzare il tempo quando sei morto", con AlessandroBerselli

La presentazione nel 2021, con AlessandroBerselli, all’Ambasciatori Coop di Bologna di “Come ammazzare il tempo quando sei morto”

I tuoi dialoghi sono estremamente realistici, ma anche molto “tagliati”, quasi essenziali. Quanto lavoro di sottrazione c’è dietro questa apparente naturalezza?
«Dietro quei dialoghi c’è un lavoro di sottrazione quasi ossessivo. Tolgo tutto ciò che non serve a far avanzare la scena o a rivelare un sottotesto. Anche a costo di rendere le battute più brusche, meno letterarie. L’obiettivo non è far suonare bene il dialogo sulla pagina, ma farlo sembrare inevitabile nella bocca dei personaggi. Mi interessa quella zona in cui il parlato diventa quasi un nervo scoperto: interrotto, implicito, a volte incompleto. È lì che, secondo me, si avvicina alla verità. Ed è lì che sta la difficoltà. Avvicinarsi alla realtà senza aderirvi completamente, essere credibili. Come spiegare? Bisogna cercare di essere verosimili, e non veri. Il parlato vero è deprimente, sia che tu faccia parlare un erudito, sia che tu faccia parlare un proletario».

Nel 2024 alla Fondazione Achille Marazza di Borgomanero in Piemonte per presentare “L’istinto del lupo”

L’evento

Giovedì 7 maggio, alle 17.30, la prima nazionale di “Colla”, alla Libreria Ubik Cavallotto, in viale Ionio 32 a Catania, in collaborazione con la rassegna “In viaggio con Bardamu”. L’autore Sal Costa dialogherà con Salvatore Massimo Fazio.

 

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