Libri e Fumetti Uno psicologo nevrotico scivola da un tentativo di leggere Calvino a un internamento inesorabile, tra flashback di diversa natura. Da questa premessa parte "Quella sfortunata domenica di febbraio" (Castelvecchi editore) dove l'autore di Letojanni denuncia una società spietata che "butta via" i malati di mente dimenticati. Scandurra pubblica un libro-paradosso tra comico e amaro: chi ascolta i traumi altrui soccombe ai propri, in un finale aperto che invita i lettori a guardarsi dentro
Trasformando il suo “periodo nero” del 2017 in un romanzo vorticoso, dal titolo “Quella sfortunata domenica di febbraio” (Castelvecchi editore, pp. 90, € 13,50), Enrico Scandurra torna in libreria con un gioiello di “outing” psichiatrico, mantenendo quella scrittura forbita, e fruibile a tutti, che lo hanno reso noto al grande pubblico. Uno psicologo nevrotico, senza nome né cognome per incarnare chiunque, scivola da un tentativo di leggere Calvino a un internamento inesorabile, tra flashback di diversa natura. Influenzato da Céline e Baricco, l’autore di Letojanni denuncia una società italiana spietata che “butta via” i malati di mente dimenticati. Traendo ispirazione dal suo paese – il suo “Monte Parnaso” collinare – e dedicando l’opera a familiari, amici e una confidente speciale – Scandurra pubblica un libro-paradosso tra comico e amaro: chi ascolta i traumi altrui soccombe ai propri, in un finale aperto che invita i lettori a guardarsi dentro. La sua gentilezza è riconosciuta e tra i tantissimi impegni che questo volume gli sta incasellando nell’agenda ci ha accolto nell’inverno di Letojanni.

Enrico Scandurra, nel 2021, nella foto di Alessio Bruno, al centro tra la presidentessa Melina Patanè e il vice presidente Antonello Bruno del Caffè Riva d’Arte
Buonasera Enrico, ringraziandola per la sua disponibilità l’esordio della nostra chiacchierata non può che iniziare dal chiederle come è nata l’idea di raccontare una giornata disastrosa attraverso un lungo flashback, e perché ha scelto di non rivelare mai il nome completo del protagonista psicologo.
«Devo dire che l’idea non ricordo esattamente come mi è venuta. Ricordo solo che ero seduto alla scrivania della mia stanza da letto e stavo leggendo “Viaggio al termine della notte” di Cèline. Ripeto: non so cosa mi è passato per la testa. Qualcosa del testo di Cèline mi ha fatto pensare che la storia potesse prendere piede e soprattutto potesse funzionare. Era il 2017, un periodo molto nero per me: in un certo senso allora io ero nella stessa situazione dello psicologo da me creato. Molte delle manie di questo tizio erano anche le mie: i tic nervosi e lo stato di nevrosi in cui ero precipitato dovuto forse alla perdita reale di alcuni miei punti di riferimento, soprattutto in ambito amicale. Molti si sono tirati indietro e mi hanno lasciato solo, criticandomi e facendomi sentire inutile e “malato di mente”. Ma, ripeto, era solo un momento, uno di quei periodi in cui non sai dove sbattere la testa prima. E quindi ti rendi conto che l’unica persona su cui puoi contare sei te stesso. A questi presunti amici che mi hanno fatto del male, non auguro nulla, non li considero neanche nella cerchia dei miei nemici. Per questo motivo non ho scelto di rivelare il nome dello psicologo. Potevo essere io o qualcun altro, ma non importa il nome o il cognome di un personaggio. L’importante è metterci dentro la sua potenza espressiva e la sua verve comica, in questo caso. Spero di esserci riuscito».
La scoperta della paternità illegittima da parte del protagonista e l’azione violenta contro il figlio Nemo (che poi scopre non essere suo figlio) rappresentano il culmine della follia: quanto di paradossale c’è nel far impazzire uno psicologo che dovrebbe aiutare gli altri?
«Certo, certo, gli psicologi dovrebbero prendersi cura degli altri. Ma se succedesse il contrario? Ve lo siete mai chiesti? Se uno psicologo avesse delle mancanze, dei problemi, delle manie che nascono così senza preavviso, come si dovrebbe comportare con i propri pazienti? Il paradosso è proprio questo: tutti pensano che alcuni di noi, nella società di oggi, siano insospettabilmente puri e sanissimi. La verità è un’altra: anche gli psicologi hanno a che fare con i problemi della vita e, a furia di ascoltare e ascoltare i lamenti di tutti, potrebbero sbarellare o prima o poi. Quindi io certamente non scopro l’acqua calda. Il protagonista tra l’altro non compie le azioni che compie solo perché sta diventando pazzo. Ma proprio perché è assediato continuamente da eventi funesti, sciagure, colpi di scena non preventivati, disgrazie imminenti che si palesano proprio quando lui vorrebbe rilassarsi e leggere un libro, il suo unico svago. La scoperta di una paternità illegittima è solo la punta dell’iceberg che affiora nel mare in tempesta. Ma in verità lui è destinato a soccombere, anche se non gli accadesse tutto quello che gli accadrà».

Il romanzo si apre con l’intenzione di leggere “Se una notte d’inverno un viaggiatore” di Italo Calvino e si chiude con un internamento: come ha intrecciato questi elementi per creare un “finale a sorpresa che non è un finale e basta”?
«Ho puntato la mia attenzione soprattutto sulla costruzione delle manie del protagonista. Sul carattere, sul sarcasmo e sull’umorismo. La mia è una storia che ha l’obiettivo di far divertire il lettore, ma è anche una storia che racconta un amore che è quello per la letteratura. Calvino è uno dei miei autori preferiti, uno di quelli che ho letto di più nel corso degli anni e pertanto non potevo non citarlo proprio nel suo romanzo più ricercato che racconta la storia di un lettore che va alla ricerca di libri che inizierà ma che in qualche modo, per qualche motivo uno più disparato dell’altro, non riuscirà a terminare di leggere. Proprio quello che succede al protagonista del mio romanzo che alla fine viene internato in una clinica da dove forse non uscirà mai. Non è un finale e basta, certo, perché la storia, la vicenda potrebbe continuare. E non è detto che non lo farò in un futuro immediato. Ho voluto dare l’idea che le storie non finiscono mai di essere raccontate. Non c’è un inizio né una fine alle storie vere, quelle che cerco di scrivere. E questo l’ho imparato leggendo Alessandro Baricco. In modo particolare “Castelli di rabbia”».
Lei affronta il tema psicologico del “delicato equilibrio mentale” che può spezzarsi all’improvviso: quali problemi “nascosti” della società italiana voleva evidenziare, specialmente riguardo ai “deboli di mente” dimenticati?
«Nell’elaborare il testo mi sono soffermato sulla malattia mentale. Tutto il testo punta l’attenzione proprio su questo. Sui malati di mente che oggi vengono schedati, maltrattati, segregati e infine buttati via senza che nessuno se ne prenda davvero cura. Certo, nel corso degli ultimi anni molti sono stati i passi in avanti fatti dalla medicina psichiatrica, ma cosa si è fatto sotto il punto di vista squisitamente terapeutico? Voglio dire: le strutture dove poter parlare dei problemi che ognuno di noi ha dentro, i propri disturbi che nascono anche dalla società in cui viviamo. Una società spietata, dove non ti puoi permettere di stare male e dove devi dimostrare costantemente il tuo valore e se non lo fai diventi uno scarto, qualcuno da disintegrare e mettere da parte. Quante volte, dopo un lutto importante, ci siamo sentiti dimenticati da tutti? Sempre direi. Io ho perso mio padre in un incidente stradale quando avevo soltanto 8 anni e mia sorella 5. Gli psicologi mi hanno aiutato certamente ma a patto che pagassi. Chi non se lo può permettere cosa fa? Dove va a sbattere la testa? Io me lo sono chiesto. E il romanzo che ho scritto è dedicato proprio a questi soggetti doppiamente deboli».

Enrico Scandurra legge in anteprima un estratto di una sua nuova opera, foto Carmelina Costa
Il protagonista è un malato che non ha contezza della patologia: crede che questo incarni un rischio universale, e come spera che i lettori riflettano sulla propria interiorità dopo averlo letto?
«Anche gli psicologi hanno dentro dei pesi. Cosa credete? È così per tutti. Tutti hanno problemi. Ma si possono risolvere in un certo senso solo ammettendo la verità che noi cerchiamo di celare a volte. Questo è l’errore che fanno in parecchi: pensare di stare bene, mentre invece abbiamo dentro talmente tanti traumi che, in molti casi, non ci accorgiamo di averli in verità. Lo psicologo al centro del mio romanzo avverte un certo disagio, ma non lo ammette del tutto. E quello che gli accade è spesso quello che succede a chi si sente invincibile, un portento della natura. I lettori che leggeranno questo mio romanzo vorrei che si interrogassero su sé stessi continuamente, in modo da potersi aiutare da soli, anche se è sempre necessario un sostegno esterno».
I pazienti abbandonano il protagonista, facendolo riflettere sulla sua vita: è un modo per criticare il sistema di cura mentale in Italia, dove certi problemi vengono “accantonati”?
«In un certo senso sì. Io ho avuto un’esperienza terribile nel corso degli ultimi vent’anni. Prima di imbattermi in un luminare della medicina psichiatrica: il dottor Massimo Cacciola, con cui sono tuttora in cura. Lui ha rappresentato per me la rinascita interiore e il miglioramento della mia salute mentale. Ma non tutti sono come lui. A volte ci si fa affascinare da congetture che poi risultano vane e terribilmente dannose per la propria persona. Bisogna trovare la persona giusta. Quella che fa al tuo caso. Oggi il sistema di cura mentale in Italia è in crisi. Non ci sono strutture o personale adatti, ma soltanto gente che somministra farmaci senza capire una mazza. È brutto dirlo, ma oggi la malattia mentale è stata “accantonata”».
Ha usato un registro linguistico non ortodosso, con accenti al parlato e venature di umorismo calviniano: come ha bilanciato comicità, introspezione e leggerezza per non appesantire la trama?
«Direi che ho voluto narrare questa storia come se la dovessi raccontare ad un amico fidato, così: senza peli sulla lingua e senza barriere particolari. In passato molti scrittori hanno utilizzato questo registro: pensiamo a Cèline, Salinger, Kerouac e tanti tanti altri. Ma devo dire che sono stato affascinato anche dalla scrittura di Marìas e di Saramago, anche se questi sono mostri sacri e io solo un modesto autore che vorrebbe tanto sbarcare il lunario ma non è capace di farlo. Sono sincero. Bisogna esserlo per poter migliorare sempre di più. Per questo leggo continuamente, anche due tre libri contemporaneamente, per misurarmi con i grandi e tentare di arrivare quanto più lontano possibile. Non mi interessano i Premi letterari o la fama. A me interessa solo narrare. Poi quello che arriva, me lo prendo. Per questo motivo ho tentato di stare in equilibrio precario tra comicità, introspezione e leggerezza, soprattutto leggerezza perché è quella che serve oggi più di tutto. D’altronde Calvino docet…».

Primo piano di Enrico Scandurra in uno scatto del fotografo Alessio Bruno
Il romanzo è stato scritto negli ultimi anni: quali eventi personali o osservazioni della vita quotidiana l’hanno spinto a completarlo proprio ora? «Ho completato questo scritto tra l’estate del 2024 e l’inverno del 2025, ma ho iniziato a scriverlo nel febbraio 2017, quando ero in preda ad un esaurimento nervoso che poi mi ha portato a subire un incidente domestico piuttosto grave. Nel corso di questi anni mi sono chiesto il perché dovessi completarlo e pubblicarlo. Me lo sono chiesto continuamente, ma rimandavo sempre nel darmi una risposta plausibile. Oggi che è pubblicato, credo che il motivo per cui l’ho dato alle stampe è semplicemente la necessità di raccontare una vicenda che potrebbe accadere a tutti noi, in qualsiasi momento della vita. Ovviamente ho inventato molti dettagli, ma in sintesi è una storia che potrebbe essere vissuta ad ogni latitudine da qualsiasi soggetto umano».
Ambientato in un “Monte Parnaso” ideale ispirato alla Letojanni collinare, con nomi strambi per i concittadini: quanto del suo universo locale traspare nei personaggi e nei luoghi?
«Io sinceramente devo molto a Letojanni, che è il mio paese d’origine e dove ho sempre vissuto. Come sosteneva Cesare Pavese ne “La luna e i falò”, oggi è importantissimo avere delle radici, che significano rapporti di parentela, amicizie, sorrisi, battute comiche, sketch e soprattutto convivialità e condivisione di valori, storia e cultura. Io sono legatissimo a Letojanni, al mio paese a cui voglio un bene dell’anima. È un punto di riferimento, un’ancora a cui aggrapparsi nei momenti di scoramento e di difficoltà. Letojanni è una poesia d’amore, una lettera d’amore per chi ci vive e per chi ci ha vissuto in passato e ci vivrà in futuro. Devo dire che, pensando a quello che sarà il paese in futuro, mi viene in mente proprio un Monte Parnaso mitologico, pieno di bellezza e storia, da cui trarre sostentamento per l’eternità. E poi la gente, quella gente genuina che è presente soltanto nei piccoli centri, dove tutto è rimasto come un tempo: le vie, i vicoli, le strade, i palazzi, le piazze, tutto è luogo e il luogo è amore per lo stesso luogo. Letojanni è la mia vita. Come la sua gente».

Enrico Scandurra in un selfie al Salone del Libro di Torino di due anni fa
Il pubblico dei lettori come sta accogliendo questo suo potentissimo ritorno sugli scaffali delle librerie?
«Spero che lo leggano e lo apprezzino in molti. Ma sono sincero: credo che passerà inosservato. E forse è meglio così. Ogni libro ha la sua storia, il suo viaggio da compiere. Se non arriva al momento giusto e nel luogo giusto è destinato a morire. Io sto lottando per promuoverlo e ringrazio molto Castelvecchi Editore e in modo particolare il dottor Michele Caccamo per aver creduto in me che in fin dei conti sono il signor “nessuno”. Ma un plauso va fatto anche a voi per l’attenzione che mi riservate. In sintesi spero che venga apprezzato al meglio, ma non sono ottimista per natura. Quindi che faccia il suo corso».
Questa sua opera a chi è dedicata e che messaggio vuole far passare?
«A tutti i miei lettori, a mia madre, a mio padre, a mia sorella, al mio secondo padre, a tutti gli amici, a Giovanni, Michele e Rosalda in modo particolare. E poi infine ad una mia amica speciale che spero leggerà questa mia intervista: si chiama Carola Patanè ed è una delle mie confidenti speciali. A lei, come a qualcun altro, racconto tutto quello che si racconterebbe alle persone fidate. L’amicizia è qualcosa di importante».



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