Antonio Di Grado: «La storia scava trincee, la letteratura costruisce ponti»

Libri e Fumetti Il libro di Antonio Di Grado “Scrivere a destra” (Giulio Perrone editore) è una mappa letteraria e storica scritta con l’inchiostro dell’empatia. Serve a orientarsi nel mare di scrittori oggi ignoti o rimossi che abbracciarono il fascismo. E' una miniera di memoria scritta con l’onestà intellettuale di chi si dichiara di sinistra ma vuol tenersi fuori dalle divisioni omologanti. La recensione e la videointervista

La storia oscura i vinti, soprattutto se al fuoco delle armi hanno anche mescolato  quello delle idee. E se i dimenticati furono validi scrittori e poeti, sembra non spetti loro neppure l’onore delle arti. Eppure le zavorre del fascismo italico schiacciarono molte menti brillanti e inquiete che oggi definiremmo “dal pensiero attuale”.

“Scrivere a destra” (Giulio Perrone editore) di Antonio Di Grado, già docente ordinario di Letteratura italiana all’Università di Catania e direttore della Fondazione Leonardo Sciascia, è uno di quei saggi scritti con il rigore della ricerca e della conoscenza, ma anche con il gusto della conversazione sincera, che abbraccia allo stesso modo semplici (ma curiosi) lettori e studiosi. Il sottotitolo del testo chiarisce qualunque eventuale incomprensione: “Vite narrate e vite perdute nel ventennio nero”.

Antonio Di Grado e il suo “Scrivere a destra”

Una mappa letteraria ed empatica

“Scrivere a destra” è prima di tutto una mappa letteraria e storica scritta con l’inchiostro dell’empatia. Serve di certo a orientarsi nel mare di scrittori oggi ignoti o parzialmente rimossi che abbracciarono il fascismo, come Berto Ricci, Dino Garrone, Marcello Gallian, Luigi Ugolini, Concetto Pettinato, Margherita Sarfatti, Umberto Fracchia, Mario Puccini, Paola Masino, Enrico Emanuelli,  Arnaldo Frateili,  Giose Rimanelli, Giorgio Soavi ma anche degli osannati Giuseppe Ungaretti, Elio Vittorini, Vitaliano Brancati, Corrado Alvaro, Massimo Bontempelli, Curzio Malaparte

Molti di questi ultimi si distaccarono in tempo per potersi annoverare tra gli antifascisti, altri ne presero le distanze da intellettuali comunque di destra,  altri ancora non fecero alcun passo indietro. Tra questi Luigi Pirandello, troppo grande anche solo per essere minimamente scalfito dalla sua iscrizione al Partito fascista. Lo scrittore godeva di una fama mondiale e anche delle lusinghe del Duce. Arrivò in suo soccorso proprio in un momento di difficoltà del Regime, qualche mese dopo il delitto Matteotti.

Luigi Pirandello

Ma se  “la storia scava trincee”, allora “la letteratura costruisce ponti”, scrive Di Grado che si chiede quanto siamo stati vittime della Hybris delle etichette, della comoda classificazione “buoni” e “cattivi” della penna. E c’è da chiederselo se noi italiani si guarda sempre con interesse e senza inutili pregiudizi ad autori di caratura internazionale come Celine o Jünger e si fa fatica a riconoscere il valore di molti obliati di casa nostra.

Tra quei nomi – alcuni veramente colpevoli, altri meno, tutti comunque umiliati e offesi – si nascondono molte storie interessanti, sia letterarie che private.

Le figure di Vittorini e Brancati percorrono in lungo e largo tutto il volume di Di Grado. Sono ben note le esperienze fasciste dell’uno e dell’altro; in quanto ex “fascista di sinistra”, Vittorini il maestro, ma anche Vittorini il sognatore, come altri giovani  entusiasti del suo tempo poi preda di “astratti furori”, diventa pietra di paragone per molte esperienze civili e letterarie che caratterizzarono i letterati e le letterate di quegli anni.

Chi poi potrebbe dimenticare il siciliano Brancati prima sedotto dal vigoroso giovanilismo del regime e poi, da adulto, impegnato in una battaglia contro il Ventennio, anche per voce di quell’Aldo Piscitello, il meraviglioso insignificante de “Il vecchio con gli stivali”.

Vitaliano Brancati

 Concetto Pettinato, siciliano dimenticato 

Piuttosto affascinante, tra i siciliani confinati nell’ombra della memoria, la figura di Concetto Pettinato, uno dei più brillanti e significativi giornalisti italiani del Novecento.

Catanese di nascita, allievo di De Roberto (forse il più amato), dopo la caduta di Mussolini  e la nascita della RSI, Pettinato viene nominato proprio dal duce direttore de “La Stampa”, di cui era stato un brillante inviato. Ma nel giugno 1944 osó pubblicare sul quotidiano torinese il celebre corsivo “Se ci sei, batti un colpo”, rivolto proprio a Mussolini. Il giornalista aveva colto le finalità geopolitiche della prova che si stava avvicinando e come lui altri direttori di testata (formarono quello strano “partito” che non fece strada) auspicavano un fascismo più dialogante. E chi gli fu vicino? Proprio quel Marino Moretti firmatario del Manifesto antifascista crociano. Pettinato scrisse anche un romanzo, “Purgatorio”, per Di Grado di buona qualità.

Concerto Pettinato

Il caso Paola Masino

Uno spazio a parte meritano le donne coinvolte nel fascismo qualche volta per amore, altre per complice indifferenza, altre ancora per fragilità. Forse fa un po’ male ricordare quel “Da quando c’è lui tutti si vive in pace” proferito da un personaggio del romanzo “Annalisa Bilsini” del 1927, di Grazia Deledda. Il premio Nobel era in ottimi rapporti con il Duce.  

Ma Di Grado ricorda con grande interesse  anche Paola Masino, compagna di Bontempelli divenuta poi antifascista, autrice  “Nascita e morte della massaia”, oggi pubblicato da Feltrinelli. Per l’autore di “Scrivere a destra” si tratta di un “romanzo geniale”. E che dire della grande Margherita Sarfatti che finì per divenire “ugualmente invisa al fascismo affermato e poi all’antifascismo vincente”?

Paola Masino

L’omologazione e la pietà  

Ci sarebbe altro, quantomeno da segnalare, ma “Scrivere a destra” è una miniera di memoria, spunti, episodi scritti con l’onestà intellettuale di chi si dichiara di sinistra ma vuol tenersi fuori dalle divisioni omologanti. Il lettore si imbatterà spesso nella linea non troppo demarcata tra il nero e il rosso e dunque “tra i devoti di due religioni sconsacrate, tra i cultori caparbi e tuttavia delusi di un sogno infranto” degli intellettuali di destra del tempo, l’uso fascista delle tematiche legate alla terra e il “riuso” ingenuo di Giacomo Leopardi. Sognatori candidi alcuni, altri soltanto svegli calcolatori, altri ancora sopraffatti.

“Pietà: mi piace concludere con questa parola sublime, ignorata e anzi disprezzata dai mesti gestori e dagli esangui tecnici di quelle che oggi si suole sgabellare per “scienze umanistiche”, assoggettate a sterili algoritmi anziché a vive passioni, a feconde contraddizioni”. Così Di Grado nel capitolo conclusivo.

Sembra sentire l’eco di quel “contraddisse e si contradisse” di sciasciana impronta  e di certo non è un caso. Qui il punto di vista dell’autore è letterario prima ancora che strettamente storico e civile, e questo cambia radicalmente le cose.

Guarda l’intervista di Rosa Maria Di Natale a Antonio Di Grado



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