Pietro Montandon: «Il mio teatro fatto di voce e corpo»

Sugnu Sicilianu Catanesissimo a dispetto del cognome, l'attore si racconta a partire dal suo percorso artistico, iniziato nel 1976 al Teatro stabile etneo, e che lo ha visto lavorare prima con i nomi più grandi del panorama nazionale - da Turi Ferro a Giuseppe Di Martino, solo per citarne alcuni - e poi con la compagnia svizzera Mummenschanz, nota per le performance di mimica, l’utilizzo di maschere e costumi surreali. Oggi recitazione e gestualità sono alla base dei suoi spettacoli, come "Maruzza Musumeci" dal testo di Andrea Camilleri, che venerdì 6 dicembre porterà in scena al Centro Zo di Catania

Siculo, anzi siculissimo. A dispetto del cognome che rivela le origini francesi della famiglia – il bisnonno giunse a Catania per lavoro rimanendoci per amore- l’attore Pietro Montandon rivendica orgogliosamente le sue radici isolane, anche se da parecchi anni vive a Roma e da sempre è cittadino del mondo. Infatti nel suo camerino non manca mai «Una tovaglietta rossa che mi ha regalato una cara amica e collega, Matilde Piana, e un marranzano con dentro una pietruzza di lava simbolo della mia terra». L’inizio della sua carriera, costellata da tanti successi, ebbe inizio proprio nella sua città natale: «Era il 1976 – esordisce – quando debuttai al Teatro Stabile di Catania in uno spettacolo bellissimo che s’intitolava “Vita dei campi” per la regia di Lamberto Puggelli».

All’epoca si apprestava a terminare la Scuola d’arte drammatica “Umberto Spadaro”, dove ebbe l’opportunità di conoscere e lavorare con i nomi più grandi del panorama nazionale, artisti del calibro di Turi Ferro, Mario Scaccia, Gianni Santuccio e Anna Proclemer. «Spesso mi mettevo in quinta – prosegue – e osservavo quei mostri sacri per carpirne il mestiere. Mi reputo molto fortunato ad averli incontrati, ed è un’esperienza che ancora oggi mi porto dietro come un tesoro». Una figura che segnò molto gli attori di quella generazione fu indubbiamente il regista Giuseppe Di Martino, fondatore poi della Compagnia dei giovani al TSC: «Non ci ha insegnato solo la recitazione, la dizione, come stare sul palcoscenico, ma anche l’importanza di questo mestiere, come confrontarsi con la realtà fuori dalla scena e a difendere la propria personalità».

Pietro Montandon in “Lunaria”

Viene spontaneo chiedergli se c’è un aneddoto che ricorda particolarmente: «Ero in un angolo – risponde senza esitazioni -, provavo l’intonazione da dare a una poesia quando all’improvviso Di Martino si avvicinò e mi disse “Montandon lei – perché lui dava del lei a tutti- non deve dirla bene ma con la verità e la fantasia che le competono”. Incredulo lo guardai e gli chiesi cosa intendessi. Lui mi rispose “non ha bisogno di cercare il suono giusto, la dica solo con l’anima che ha dentro e che riesce a donare agli altri”. Rimasi sbigottito, aveva capito che c’era un mondo da tirare fuori dalla mia persona, e che quella sarebbe stata la mia caratteristica. Non lo dimenticherò mai».

Anche se la lista di attori e registi con i quali ha collaborato, fra cinema e teatro, è davvero lunga e annovera personalità importanti tra le quali ricordiamo Antonio Calenda, Giuseppe Patroni Griffi, Umberto Orsini, Giancarlo Sbragia, Damiano Damiani, Giuseppe Tornatore, Alberto Sironi, Marco Sciaccaluga, Carlo Bagno, Flavio Bucci, Piero Maccarinelli, Giuseppe Pambieri, Sergio Corbucci e Duccio Tessari, alcune hanno segnato il percorso artistico in maniera specifica. «Sicuramente Turi Ferro e Mario Scaccia furono per ragioni diverse due mentori. Il primo era un animale da palcoscenico, istinto meraviglioso, mentre il secondo era un attore acuto e studiosissimo. Per me rappresentavano due modi diversi di indagare un personaggio, per questo cercai di rubare da entrambi, perché incarnavano due aspetti che si completano a vicenda». 

Altro incontro cruciale fu quello con Giancarlo Sepe nello spettacolo “E ballando… ballando”: «Sono sempre stato molto curioso, mi piace esplorare l’arte teatrale in tutte le sue sfaccettature, così dopo tanto lavoro sulla parola decisi di provare con il teatro-danza. Feci due lavori con Sepe e fu un’esperienza che mi servì moltissimo, perché mi diede coscienza della mia fisicità, mi spinse a ricercare l’asciuttezza della mia presenza fornendomi in qualche modo le basi per l’esperienza con i Mummenschanz».

Una scena di uno degli spettacoli della compagnia svizzera Mummenschanz

Fondati nel 1972 dagli svizzeri Bernie Schürch e Andres Bossard insieme all’italiana Floriana Frassetto, i Mummenschanz con i quali Montandon comincia a collaborare dal 2007 in poi, basano le loro performance sulla mimica, l’utilizzo di maschere e di costumi surreali: «Anche questa è stata un’esperienza meravigliosa e inaspettata per certi versi. Avevo lavorato con Floriana vent’anni prima, e quando si presentò l’occasione si ricordò di me. In quegli spettacoli recitavo con il corpo e le maschere, la parola non c’era e non mi è neppure mancata perché per come mi muovevo nello spazio era come se parlassi. In quel periodo ho imparato ad avere un rapporto maggiore con la mia fisicità, una cosa che mi è tornata utile nel teatro che faccio oggi, dove racconto con la voce e trasmettendo emozioni con il corpo, perché il pubblico vuole sentire l’energia che gli arriva dal palcoscenico, altrimenti si alza e se ne va. Come diceva Pina Bausch “la parola può mentire, il corpo no”. È per questo che amo gli spazi teatrali particolari, adoro i teatri all’italiana, tuttavia m’intrigano di più altre forme di spazialità. A Catania ci sono tre posti che mi piacciono particolarmente: il Piccolo Teatro, Scenario Pubblico e Centro Zo perché il contatto con la platea è ravvicinato, come per il Teatro Libero di Palermo dove sono stato di recente, ed è come se abbracciassi il pubblico». 

Ed è proprio al Zo Centro Culture Contemporanee di Catania che venerdì 6 dicembre alle ore 21 Pietro Montandon sarà protagonista di “Maruzza Musumeci”, spettacolo tratto dall’omonimo romanzo di Andrea Camilleri, che lo vede unico protagonista in scena a dare voce e corpo ai vari personaggi.
«Il primo incontro con Maruzza – spiega – è stata una vera folgorazione.  Era il 1° gennaio del 2008 e stavo passeggiando con degli amici quando entrammo in un’antica libreria di Torino. Era come se quel libro mi chiamasse, scorsi il frontespizio e intrigato decisi di regalarlo a mia moglie scrivendole come dedica “il primo libro dell’anno”. Quando lo lessi ne rimasi catturato, perché è un testo ricco di sfumature: struggente, ironico, malinconico che custodisce al suo interno una storia d’amore bellissima fra un uomo semplice, legato alla terra, e una donna che invece è una creatura del mare. Gnazio e Maruzza avranno due figli: Cola, stregato dalle stelle, e Resina, il cui nome è l’anagramma di sirena. Un’altra peculiarità è che il testo racchiude una dimensione sinistra, misteriosa: Maruzza e la bisnonna si vendicheranno dell’affronto ricevuto da Ulisse».

Pietro Montandon in “Maruzza Musumeci”

Un’eccezione rispetto alla produzione dello scrittore empedoclino, segnata dal giallo e dal romanzo storico, e che in questo testo vede riportare in auge il mito d’impronta greca, filtrato attraverso il cunto. «Mi piaceva l’idea di raccontare questa favola come se fossi il pronipote di Mastru Minico, il sovrastante del nonno di Camilleri da cui lo scrittore la sentì per la prima volta, come riportato anche nelle note finali del libro. Cercando di trovare questa figura, entro in scena come se fossi un ricordo, un’entità che arriva da un’altra dimensione, e non svelo altro».
Il suo personale ricordo dello scrittore siciliano è ammantato di poesia: «Andrea Camilleri era un uomo coltissimo, ironico, profondamente generoso nell’animo. Una cosa che mi piaceva particolarmente di lui era la sua forte personalità.  Non aveva timore di dire quello che pensava e oggi è così raro trovare delle persone che si espongano per un ideale, che già quest’aspetto lo rendeva straordinario. Fermo restando che è uno dei più grandi scrittori del Novecento».
A firmare la regia dello spettacolo è Daniela Ardini, anima della Compagnia Lunaria che lo produce, e autrice insieme a Montandon dell’adattamento: « Ci tengo a precisare – sottolinea con la modestia che lo contraddistingue – che ho usato la parola di Camilleri, traducendo al momento qualche parola più difficile, ma non ho mai voluto italianizzare il testo. Noi dobbiamo essere orgogliosi di portare avanti la nostra lingua e la sua musicalità… Napoli è conosciuta in tutto il mondo per questo».

Maruzza Musumeci è uno dei tre capitoli della cosiddetta “Trilogia della narrazione” al centro della quale si collocano tre grandi Maestri della letteratura siciliana: Camilleri, Pirandello e Consolo. «Come per “Maruzza Musumeci” anche nello spettacolo “Il fu Mattia Pascal” sono da solo in scena, anche se in quest’ultimo uso molto le maschere mentre per “Lunaria”, che ha debuttato quest’estate, con l’inizio del nuovo anno partirà una tournée che dalla Sicilia mi porterà in tutta Italia». Il sodalizio con la regista Ardini ha inizio proprio con Maruzza Musumeci: «Conobbi Daniela durante lo spettacolo “La lunga vita di Marianna Ucria”, perché era molto amica di una grande interprete siciliana, Mariella Lo Giudice. Quando conclusi la mia esperienza con i Mummenschanz mi invitò a partecipare al Festival In una notte d’estate che ogni anno organizza a Genova, fu lì che le sottoposi l’idea del romanzo. Da allora è iniziato il nostro percorso artistico».

Pietro Montandon in “Il fu Mattia Pascal” – ph Maiani

Prima di sbarcare a un teatro essenziale, Pietro Montandon ha vissuto la stagione dei “kolossal teatrali” dello Stabile etneo, opere come “Don Giovanni in Sicilia”, “I Beati Paoli” e lo stesso “La lunga vita di Marianna Ucrìa”, che avevano alle spalle una complessa macchina teatrale e cast molto numerosi. Oggi gli investimenti nel settore culturale si sono assottigliati sempre più e messe in scena di queste dimensioni sono praticamente impossibili: «La crisi del settore culturale agguanta tutta l’Italia purtroppo. Ci sono paesi come la Francia dove s’investe nel teatro, nella cultura, nell’opera, mentre in Italia è il primo settore da cui si taglia, sintomo della pochezza dei nostri amministratori. Allo stesso tempo penso che anche il pubblico stia cambiando, per questo occorre una progettualità forte, che tenga conto anche delle richieste del territorio». 

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