L’ironica autodifesa di Caino e il “cunto” mancato di Camilleri

Libri e Fumetti L'ultima eredità dello scrittore empedoclino. In questo sintetico testo, il primo postumo realizzato con la nipote Arianna Mortelliti, vien fuori ancora una volta il Camilleri affabulatore e narratore autentico che doveva tornare in scena, un anno dopo il Tiresia siracusano, alle Terme di Caracalla di Roma, due giorni prima della morte dello scrittore

Un’opera da cantastorie, anzi da “contastorie”, in linea con la concezione della sua visione della letteratura. Autodifesa di Caino, il primo libro postumo di Andrea Camilleri pubblicato da Sellerio, racchiude una parte essenziale della filosofia cultural-letteraria ed artistica del creatore del commissario Salvo Montalbano, la narrazione come “cuntu”. Lo scrittore come un “contastorie”, una dimensione che recupera un’antica e nobile tradizione della letteratura orale che ha il suo capostipite più illustre in Omero. Una dimensione culturale che affonda le sue radici nella Grecia antica, alle origini della civiltà occidentale, e che unisce attraverso la tradizione dell’oralità mondi lontani, Oriente ed Occidente. Rimanda ad una genesi antropologica.

Al testo Camilleri ha lavorato con il supporto della nipote Arianna Mortelliti (figlia del regista teatrale e cinematografico Rocco Mortelliti). Il testo è stato curato da Arianna. Per completezza va aggiunto che la rilettura della figura di Caino è supportata da una ricerca bibliografica alla quale oltre ad Arianna Mortelliti hanno lavorato anche Laura Pacelli e Fiorenza Petrocchi.

In questo sintetico testo vien fuori ancora una volta il Camilleri affabulatore e narratore autentico, capace di intersecare tematiche diverse in maniera multidisciplinare. Camilleri che racconta e raccontando reinterpreta, rielabora, fa vivere una storia, un personaggio. Il punto è che Andrea Camilleri è stato uno scrittore che unendo capacità razionale e dimensione emotiva, creando una sua nuova lingua, è riuscito ad essere un creatore di storie, ed anche un divulgatore ed un notevole comunicatore. Anche quando non utilizza la sua lingua, mistione di italiano e dialetti siciliani, neologismi e termini arcaici, costruisce una struttura linguistica chiara ed efficace, intrisa di ironia e verve. La sua è una chiarezza mentale e concettuale che si traduce pragmaticamente in linguaggi, ci piace usare questa terminologia alla Wittgenstein (la seconda fase del grande filosofo del linguaggio).

Ne parliamo in questo tratto dell’articolo al presente, perché le opere di Camilleri continuano a vivere e continuano a trasmetterci i suoi pensieri, stati d’animo, idee ed emozioni. Giustamente nella nota dell’editore che precede questo libro vi è scritto: “Dal punto di vista del “contastorie” (che è autore e attore e regista del proprio spettacolo) opere quali l’Autodifesa di Caino (e così l’altra che l’ha preceduta di un anno Conversazione su Tiresia) possono perciò sinceramente essere viste come un coronamento, una sintesi ed un congedo. E certamente come la realizzazione di un desiderio. Perché destinate non solo ad essere lette, ma anche ad essere “contate” e cantate da lui. Come, appunto, un cantastorie in una piazza, in un luogo aperto”.

Andrea Camilleri

L’Autodifesa di Caino che purtroppo Camilleri non ha potuto “contare” il 15 luglio del 2019 alle Terme di Caracalla, avrebbe ripercorso il filo rosso della straordinaria rappresentazione dell’anno precedente di Conversazione su Tiresia nel suggestivo e storico teatro di Siracusa. Che ripresa in tv e con la proiezione nelle sale ha raggiunto milioni di spettatori. Il che è un bene, perché Camilleri ha sempre creduto nella cultura democratica, nella cultura come dimensione della partecipazione. Non circolo chiuso ma sfera democratica dell’incontro, come nella polis greca. Solo che nei tempi contemporanei la polis è molto più vasta, e la comunicazione culturale non può che essere ampia e multimediale. Camilleri non ha mai trascurato i suoi lettori, anzi il suo pubblico, ha scritto testi che in nuce e nella loro attuazione erano multimediali e si prestavano e prestano alla rappresentazione teatrale, alla trasmutazione in fiction televisiva, alla transcodificazione cinematografica.

Tornando a questo libro pubblicato postumo, Camilleri propone una visione diversa di Caino, e lo fa con il suo stile, con la sua ironia. Con una narrazione “orale” e ricca di letture colte. Caino si difende: “Sapete qual è stato il mio errore? Quello di non essermi mai difeso, di non avere mai esposto le mie ragioni. Ma ora basta! Questa sera ho deciso di pronunciare la mia autodifesa, immaginando che davanti a me ci sia un’aula di tribunale e che voi, se vorrete ascoltarmi, siate i giurati”. Camilleri riparte dalla “Genesi” e la rilegge in maniera sui generis, ma non la sveliamo, è tutta da leggere così come ogni pagina del libro.

“La morte di Abele”, illustrazione di Gustave Doré

Caino continua nella sua autodifesa: “Ma credetemi, io avevo voluto semplicemente compiere nei riguardi del Signore lo stesso atto d’amore che avevo avuto nei confronti di mia madre. La goccia che fece traboccare il vaso fu però un’altra. Io, come Dio col giardino dell’Eden, avevo curato, con una fatica del diavolo, è il caso di dirlo, un pezzo di terra facendone un orto stupendo, dove cresceva la più appetitosa verdura della Terra. Figuratevi quale fu la mia rabbia quando un giorno quest’orto venne invaso da una mandria di pecore di Abele che in un attimo lo devastarono mangiandosi tutto il raccolto. Io mi precipitai da Abele per fargli le mie rimostranze e con una certa veemenza, non lo nascondo, e anche con qualche insulto, non nascondo nemmeno questo, gli rinfacciai cosa avevano fatto le sue pecore. E lui serafico mi disse: ‘Va bene, allora mi ridai le pelli con le quali ti copri e mi restituisci anche la carne delle mie bestie di cui ti sei servito senza chiedermi il permesso’. Quindi come vedete i moventi per l’assassinio furono diversi. (…) Ma dopo un po’ che continuavo a protestare, Abele reagì di brutto. Mi mise le mani addosso, era più forte di me e poco dopo che ci eravamo avvinghiati, gli fu facile abbattermi”. La storia continua nella versione camilleriana, ed è tutta da scoprire…

Mentre cresce la vostra curiosità, ci piace segnalarvi un altro libro, scritto con ottica diversa. Si tratta di un testo (edito da Marsilio) suggestivo ed interessante di Navid Kermani, “Lo stupore e la bellezza”, dal sottotitolo evocativo: “Meraviglia e seduzione dell’arte cristiana”. Per restare in tema, l’autore dedica un capitolo alla vicenda di Caino dipinta da Cormon nel 1880 (Caino, olio su tela, Parigi, Musée d’Orsay). Scrive Kermani: “Le tenebre del passato precedono gli esseri umani, simili a una lunga ombra da loro stessi proiettata. Non c’è nessuna fiducia nel futuro, nessuna gioia: né sui visi, né nel paesaggio. Il Caino di Cormon non è marchiato a fuoco da uno stigma visibile: a denunciarlo sono il suo sguardo, rivolto all’interno sulla desolazione della sua anima, le sue spalle ricurve, gravate dal peso della colpa, e il suo indice teso che non sembra additare alcuna meta concretamente raggiungibile”. L’autore ricorda Caino come primo costruttore di città. E sostiene: “Il suo crimine è la nostra storia, la storia della nostra civiltà, verso la quale il manipolo di Cormon sta marciando, ma dalla quale, al tempo stesso, sta fuggendo. (…) Lo sapranno, i proscritti, di dovere tutta quella miseria a loro padre, che non ha voluto accontentarsi dell’agricoltura”.

“Caino” di Fernand Cormon, Musée d’Orsay, Parigi

Letture da intersecare, interpretazioni multidisciplinari da disvelare tra letteratura, teologia, arte, religione, tradizioni orali. Alla ricerca di significati, di riflessioni sul senso dell’esistenza, fra mondo fisico e metafisica. Le stesse domande filosofiche e morali che da millenni l’essere umano continua a porsi, e continuerà a porsi nonostante il pullulare di continue scoperte tecnologiche…

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