Lungo la via del fuoco. Vulcani metafora di vite

Libri e Fumetti “Draghi sepolti”, libro della vulcanologa Sabrina Mugnos, è un viaggio scientifico e sentimentale tra i crateri d’Italia per raccontare storie di uomini e donne che abitano in una situazione d’instabilità. Da Sua Maestà l’Etna ai focolai eoliani sino ai Colli Albani. Lo sguardo che attraversa il libro usa queste montagne impetuose e ardenti come sfondo per raccontare le persone che lì intorno vivono (lo stile di vita, gli affetti, il senso dei luoghi)

Dimmi all’ombra di quale vulcano abiti e ti dirò chi sei: questo, in sintesi, Draghi sepolti, metafora fantastica che intitola il libro della vulcanologa (giornalista e divulgatrice scientifica) Sabrina Mugnos. Un “viaggio scientifico e sentimentale tra i vulcani d’Italia” il sottotitolo, perché lo sguardo che attraversa il libro usa queste montagne impetuose e ardenti come sfondo per raccontare le persone che lì intorno vivono (lo stile di vita, gli affetti, il senso dei luoghi). La metafora del vulcano diventa spunto per raccontare anche la nostra vita, così instabile, continuamente mossa. Dove nulla però accade per caso, il problema è che questo caso è difficile da calcolare e prevedere.

Crateri, vulcani, solfatare, per le persone che lì intorno abitano sono come amici, familiari. Un po’ temuti, un po’ amati, indispensabili comunque per la loro vita. In fondo, la terra intorno a un vulcano è fertile, la vegetazione è lussureggiante. I catanesi la mattina osservano l’Etna e si chiedono: me lo farà prendere l’aereo? I pescatori siciliani e calabresi guardano da che parte sbuffa il fumo di Stromboli per capire se e come sono cambiati i venti (tra l’altro Stromboli, dice la Mugnos, è il faro del Mediterraneo, sei nel buio del Tirreno finché non appare il chiarore del vulcano).

Dunque, nel libro, si passano in rassegna vulcani e uomini di tutta Italia (come i nostri umori interagiscono con i movimenti delle placche) e si comincia, naturalmente, da Idda, a Muntagna. Sua Maestà l’Etna «che con oltre 3.300 metri d’altezza dimena il suo mantello infuocato dal tetto d’Europa. Volubile come ogni buona “signora”, alterna innocue eruzioni sommitali più o meno vigorose con altre più insidiose lungo i fianchi, poiché capaci di aprirsi a basse quote in mezzo ai centri abitati. Idda è amata e rispettata, forse perché nella sua vita ha lesinato i colpi di testa e le carneficine, senza mai smettere di ammaliare con la sua grazia unica l’occhio di ogni turista sceso tra queste sponde. Talvolta colorata come la tavolozza di un pittore, altre volte austera e incappucciata di nubi, quando decide di negarsi a milioni di sguardi indiscreti, rimane probabilmente colei che più di ogni suo compagno sa far battere il cuore».

«La geometria dell’Etna non è severa come quella di altri vulcani, per esempio quelli guatemaltechi, andini o lo stesso dirimpettaio Stromboli», descrive Sabrina Mugnos. «I suoi fianchi sono dolci e la cima, arrotondata, ospita diversi crateri; infatti, ci sono zone del suo circondario dalle quali può apparire come un’altura assolutamente anonima. Eppure, anche quando non si esibisce con manifestazioni pirotecniche spettacolari, visitarlo significa entrare in un universo inaspettato, un’esperienza che va ben al di là di arrampicarsi su un ammasso di roccia vulcanica».

Sabrina Mugnos, vulcanologa, giornalista e divulgatrice scientifica

Idda, ‘a Muntagna, «rigorosamente femmina, con tutti i connotati che la tradizione popolare associa a questo sesso, compreso l’essere dispettosa e volubile», prosegue la vulcanologa-scrittrice. «Quando è di buon umore, accoglie col suo imponente e rassicurante profilo fumante, ammiccando rivolta allo scalo aeroportuale che, proprio in suo onore, ha preso il nome di Fontanarossa. Se invece, all’opposto, è in vena di capricci, si nasconde incappucciandosi di bizzarre nubi o addirittura offusca i cieli con le sue ceneri, impedendo così di raggiungerla».

Eruzione dell’Etna del 1766, incisione colorata di Alessandro D’Anna

L’autrice si avventura sull’Etna, racconta storie di donne e uomini che vivono in simbiosi con ‘a Muntagna. Ci sono Giuliana, «giovane e brillante guida turistica e naturalistica del luogo», e Domenico dell’Osservatorio etneo, l’istituzione scientifica pubblica dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv). Ci sono i giovani Michele e Klaus e c’è la leggenda Don Turi, chiamato così dagli amici: «asciutto, non tanto alto e con gli occhi profondi color ghiaccio incastonati in un viso magro e segnato», è la guida alpina in attività più longeva dell’Etna. Classe 1939, racconta che risale la «sua» montagna da ben 64 anni, e cioè da quando nel lontano 1954 mise piede per la prima volta sull’orlo del cratere centrale. Non per nulla Don Turi, a ottant’anni suonati, è ancora il “camoscio dell’Etna” (altro suo soprannome). In più di mezzo secolo, ha visto l’Etna in tutte le sue sfaccettature, anche in quelle più violente. «Abbassa gli occhi, tace. Poi ci racconta di quello che accadde il pomeriggio del 12 settembre 1979, quando, sceso da poco dal cratere con un gruppo di turisti, si trovò di fronte l’inferno: un violento boato accompagnò l’emissione di blocchi di notevole dimensione che ricaddero come una pioggia sui fianchi. Si trovarono presi in mezzo». Suo figlio Biagio e lui riuscirono a scamparla, ma nove persone persero la vita. «Gli occhi gli si fanno lucidi, e allora Biagio prende la parola: stava per ricapitare un dramma simile nel luglio 1998, quando una frattura di 150 metri si aprì d’improvviso sul bordo della Voragine espellendo un fiume di lava fluida rosso intenso che ipnotizzò i turisti. Come l’attività crebbe tutti furono fatti scendere, compreso un gruppo di giornalisti, ma il padre volle rimanere. Di colpo, la lava cessò di fluire e dopo qualche attimo di silenzio surreale si scatenò un parossismo. Don Turi riuscì a scappare via di corsa, ma fu ritrovato da amici e soccorritori solo dopo diverse ore», ancora in stato di shock.

Etna fumante, foto Dario Bonelli per https://catania.italiani.it/

Sabrina Mugnos cammina in bilico tra gli inferi, immersi in densi vapori mefitici, borbottii e i crepitii, sul tetto infuocato d’Europa, a quota 3.320 metri circa: «Solo centovent’anni fa ospitava un solo cratere centrale mentre oggi ne troviamo ben cinque: il “cratere di Nordest” nato nel 1911, la “Voragine” datata al 1945, la “Bocca Nuova” risalente al 1968 e il “cratere di Sudest” del 1971, che poi ne ospiterà uno “nuovo” a partire dal 2011». Ricostruisce le grandi eruzioni, s’addentra nei boschi, raggiunge i rifugi, si sofferma sulla Valle del Bove, attraversa i centri di tutti i versanti del Vulcano – Catania, Aci Castello, Mascali, Bronte, Zafferana -, per salutare lo sbuffante vulcano sotto una pioggerellina di cenere nera con un bicchiere di limoncello in mano, dimenticando però le strade del vino che stanno rilanciando il territorio etneo nel mondo.

Il viaggio prosegue nell’arcipelago delle Eolie, fra Iddu, il “faro” sempre acceso di Stromboli, le zaffate di solfuro d’idrogeno di Vulcano, “il fabbro degli dei”, e le altre isolette al loro fianco, piccoli giganti col focolaio ormai spento: «Alcuni sono dei colossi, come il famigerato Marsili, altri, invece, assomigliano a mozziconi quasi irriconoscibili. Nessuno è in eruzione, ma diversi sono ancora attivi». Risalendo lo Stivale, raggiunge il Vesuvio, la cui ultima eruzione risale al 1944, «persuadendo quasi un milione di persone a stabilirsi sulle sue fertili pendici, fiduciosi di non assistere al suo risveglio che, presto o tardi, però, avverrà. Più inquieti, invece, sono i vicini Campi Flegrei, il vulcano più potente del Mediterraneo capace, se solo volesse, di stravolgere il clima e l’ambiente dell’intero pianeta». Punto di arrivo sono i Colli Albani, «una vera e propria sentinella di fuoco alle porte della Capitale di cui ha costruito parte del suo basamento e anche dei suoi edifici».

Stromboli, il fabbro degli dei

È un viaggio interessante, affascinante, pieno di curiosità e notizie, quello della Mugnos. Offre punti di vista vari, antropologici, sociologici, e naturalmente vulcanologi, fa capire come si vive (con quali strumenti e riti) più o meno stabili in mezzo alla instabilità e anche come bisognerebbe proteggersi, per non sfidare troppo la sorte.

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