venerdì 24 maggio 2019

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La Sicilia amara di Rita Dalla Chiesa: «Papà, lo Stato ti ha lasciato solo»

Libri e fumetti

E' un testo forte "Mi salvo da sola" (Mondadori), racconto di un pezzo di vita individuale, tra momenti dolorosi e felici, della giornalista e conduttrice figlia del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa ucciso dalla mafia a Palermo. Un libro che, ancora 37 anni dopo il tragico eccidio, non nasconde la rabbia. Un viaggio nell'anima e nella storia d'Italia


di Salvo Fallica

“Papà, nella sua telefonata di stamattina, mi chiede del mio lavoro, si informa sugli esami da giornalista professionista che fra poco devo affrontare. Gli scritti li ho già superati. Adesso devo fare gli orali. Mi dice: 'Mi raccomando, Topino, studia, non farmi fare brutta figura'. Le sue ultime parole della nostra vita insieme”. E' uno dei tanti passaggi intensi del libro di Rita dalla Chiesa, dal titolo emblematico “Mi salvo da sola”, edito da Mondadori. Un libro che è il racconto di un pezzo di vita individuale che collima con una fase importante della storia d'Italia, una ricostruzione autobiografica in cui Rita dalla Chiesa estrinseca il suo mondo interiore, e lo fa con passione e con tenera sensibilità. Racconta nodi cruciali della sua esistenza, sia quelli dolorosi che quelli felici. Vi sono le persone più importanti della sua esistenza in questo libro, vi è anche Fabrizio Frizzi. E vi è in primo luogo il rapporto con il padre, il generale Carlo Alberto dalla Chiesa, la persona, l'uomo di Stato, il carabiniere coraggioso e rigoroso che ha contribuito alla sconfitta del terrorismo delle Brigate rosse in Italia, e che già da giovane aveva inflitto duri colpi ai clan mafiosi. Il generale Carlo Alberto dalla Chiesa tornò più volte in Sicilia. L'ultima volta da prefetto, inviato dallo Stato per sconfiggere la mafia, ma “fu lasciato solo”, e fu ucciso in un agguato mafioso nella sera del 3 settembre del 1982 assieme alla compagna Emanuela Setti Carraro.

Con una efficace capacità narrativa ed una scrittura essenziale e nitida Rita dalla Chiesa rivive le fasi in cui venne a conoscenza della morte del padre. Si trovava a Roma. Come in una sequenza cinematografica narra momenti del suo viaggio verso l'aeroporto, poi il volo Roma-Palermo. E ricorda: “Stanotte non mi sono sentita al telefono nemmeno con i miei fratelli. Tanto, cosa avremmo potuto dirci? Hai saputo che ci hanno ucciso papà ed Emanuela? La crudeltà della montagna di dolore che ci è stata scaricata addosso la possiamo capire solo noi. La possiamo vivere in solitudine. Ognuno a modo proprio. Anche se non c'è un 'modo'. Non c'è nessun 'modo', quando ne sei stato schiacciato, per affrontare una sofferenza del genere. Che ancora non sei riuscito a incanalare. Ti toglie il respiro e aspetta di esplodere”.

E' un testo forte quello di Rita dalla Chiesa, un libro che estrinseca un mondo interiore nella sua nuda verità, che non nasconde nulla, che non cela il dolore: “Mi faccio prestare un giornale. Pesa fra le mie mani come il dolore che provo. Papà mio... Come vi hanno ridotti. Il suo corpo è riverso su quello di Emanuela, il suo viso è devastato dal sangue, lo stesso sangue che mi si sta ghiacciando nelle vene, non sembra nemmeno lui, i vetri della macchina sono tutti in frantumi, la mano di lei è abbandonata fuori dallo sportello. Con il suo orologino al polso”.

Un libro che non nasconde la rabbia: “Faccio fatica a non urlare. 'Bastardi, pezzi di merda, non siete uomini d'onore, siete solo dei poveracci, Siete solo una manovalanza sottopagata. Siete il niente, contro il tutto che c'è in quella macchina. E che ci sarà per sempre. Mentre voi potreste essere fatti fuori anche domattina. Lo sapete, vero? Da quello stesso potere che adesso ride, brinda nel carcere dell'Ucciardone. Ma c'è anche chi ride e brinda seduto sulle poltrone rosse, a Roma. Avete dormito, stanotte? Se esiste un Qualcuno vi deve fulminare. Dovete rimanere anche voi schiantati a terra. Subito. Anche se state abbracciando vostro figlio o vostra madre. Perché io e i miei fratelli nostro padre non lo riabbracceremmo più. Ed Emanuela non potrà più essere abbracciata da suo madre e da suo padre, dai suoi due fratelli”. Rita mostra il travaglio interiore che ha vissuto in quei momenti, senza veli, senza smussare gli angoli, la sua anima come in una tragedia greca si palesa nella sua piena autenticità. L'autrice si chiede se suo padre ed Emanuela avranno avuto il tempo di provare paura, se mentre “gli spappolavano la faccia” avranno sofferto. E scrive: “Le moto che li seguivano hanno stretto la macchina verso il marciapiede. Quindi se ne saranno accorti. Guidava Emanuela, povera creatura. Con il suo vestitino a fiori che avevamo comprato insieme a Milano. E dietro di loro la macchina dell'agente di scorta, Domenico Russo. E' ferito gravemente, scrive il giornale. Dopo dodici giorni, giorni di tentativi inutili per salvargli la vita, il 15 settembre un'altra famiglia crollerà nel nostro stesso dolore. Ecco perché mio padre non ha mai voluto la scorta. Nemmeno quando combatteva contro le Brigate Rosse. Non ha mai voluto mettere a rischio la vita dei suoi uomini, lui. Lui che la sua la rischiava davvero. Quanta gente inutile la pretende, oggi, la scorta?”

Rita Dalla Chiesa

Rita dalla Chiesa atterra a Palermo. Le emozioni vissute sono riportate con nettezza, e si intersecano con i ricordi da ragazza. “C'è caldo, mentre scendo la scaletta. Mi arriva una zaffata del profumo forte e buono del mare di Punta Raisi. Quante corse in macchina, da ragazza, su questa strada che porta a Palermo. Quante ginestre raccolte, quanti Rita Pavone e Al Bano e Fausto Leali ascoltati nel mangiadischi azzurro (…) Mario il mio primo grande amore. 'Perché sei arrivata così tardi? Ti ho detto mille volte che alle otto devi essere a casa'. 'Scusa, papà, si è rotto lo spinterogeno della macchina di Mario'. Non ho mai saputo cosa fosse uno spinterogeno. E non lo so nemmeno adesso che sono in macchina con Maria Giulia per raggiungere Villa Whitaker, sede della prefettura”. Al dramma della terribile strage mafiosa si alternano ricordi dolci, vi è la purezza delle emozioni che sgorgano, vi è la memoria del padre che vive nei pensieri e nei sentimenti della figlia. Ma la tragedia è lì, e riaffiora subito: “La prima persona che vedo, entrando nella camera ardente, è mio fratello Nando. E' stravolto, ha gli occhi gonfi dal pianto, dallo strazio. Davanti a noi, due bare. Su una il berretto da crocerossina di Emanuela, sull'altra, quella di mio padre, vedo la corona della Regione Siciliana. Chi c'è l'ha messa? Con quale coraggio? Succede tutto in un attimo. Acchiappo con tutte le mie forze la corona, e la butto fuori dalla porta, in corridoio”. Rita dalla Chiesa vede invece un giovane capitano dei Carabinieri, “con gli occhi rossi, che mi segue con lo sguardo. Forse vorrebbe abbracciare me e Nando, ma la sua divisa glielo impedisce. Ci sono regole da rispettare anche nel dolore più profondo. Gli appoggio una mano sul braccio e gli dico: 'Per favore, mandi qualcuno di voi a casa di papà ed Emanuela. Sulla bara di mio padre voglio il tricolore, il suo berretto da generale dei Carabinieri, e la sua sciabola di ordinanza'. Il voi significa voi Carabinieri. Voi, nostra famiglia di tutta la vita. Mio padre è morto da prefetto di Palermo, ma è sempre vissuto da Carabiniere. E quello che sto facendo adesso è sicuramente quello che vorrebbe lui”.

Carlo Alberto Dalla Chiesa

Rita dalla Chiesa rivive quei ricordi, alcuni frangenti che in molti hanno visto nei tg, una fase drammatica della storia italiana, attraverso lo sguardo di una figlia. Che soffre ma non perde la lucidità, che affronta con coraggio ogni passaggio, che è consapevole che quella tragedia poteva essere evitata, che suo padre non doveva essere lasciato solo. “Ti hanno lasciato solo, mentre tu rimanevi fedele allo Stato. E allora ci resto io, vicino a te. Il tricolore e il suo berretto da generale sono stati appoggiati, dal capitano dei Carabinieri, con gli occhi rossi, su questa 'cosa' di legno che nasconde quello che non hai più. La tua vita. Quella che ti hanno tolto ieri sera”. Un libro tutto da leggere, un viaggio nell'anima, un viaggio nella storia d'Italia. Ci sono i dialoghi con il giudice Giovanni Falcone, grande magistrato ed uomo di profonda umanità. Ecco uno dei ricordi dell'autrice: “Vuoi un caffè, Rita? Mi guarda con dolcezza, intuisce quanto sia difficile per me essere lì davanti a lui. Il suo ufficio è una specie di bunker guardato a vista. Mi accorgo che anche un caffè è un problema. Infatti, poco dopo, entra un poliziotto, ha in mano un vassoio con dieci tazzine. Ma nella stanza siamo solo in due. Guardo Falcone con un punto interrogativo stampato in faccia, e lui alza un sopracciglio con un mezzo sorriso: 'Non si sa mai'. E penso subito al caffè avvelenato di Sindona in carcere”. Un libro vero, autentico. Il racconto di una donna che si è sempre 'salvata da sola'...


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Pubblicato il 06 maggio 2019





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