Placido Petino: «Bufalino mi invogliò a indagare sui sopravvissuti alla tempesta di Camarina»

Libri e Fumetti Dopo decine di anni di ricerche, iniziate su sollecitazione dell'intellettuale di Comiso - «Sa che uno dei comandanti potrebbe essere suo parente?» -, lo scrittore catanese recentemente premiato ad Etnabook, ha dato alle stampe "Il Dìwan Rosso". Un romanzo storico la cui uscita è stata messa più volte a repentaglio dalle sue precarie condizioni di salute

In occasione della premiazione del contest “Cultura sotto il vulcano” annesso ad Etnabook, il primo festival internazionale del libro e della cultura di Catania, è stato assegnato, in un tripudio di applausi, il premio della critica “uomo” ad un catanese che vive la propria esistenza in maniera riservatissima.
Nemo propheta in patria? In parte sì. In un vis-à-vis tenutosi nell’antro di una stupenda dimora nel cuore di Catania, ci si rende conto di quanta pochezza sono fatti gli urlatori pubblicati da certa editoria italiana. È qui che incontriamo Placido Petino, autore de Il Dìwan rosso (CTL Edizioni, 2019), che narra la vicenda avvenuta nel 255 a.C. tra Roma, Tunisi e Camarina, quando i cartaginesi trucidarono Marco Atilio Regolo e il senato di Roma decise un atto di forza per porre fine alle troppe violenze.

Autore raffinato, Petino ha impiegato decine di anni per approfondire la vicenda dei due consoli Servio Fulvio Petino Nobiliore e Maro Emilio Paolo, che uscirono indenni dalla tempesta che travolse le loro flotte tra i territori di Pachino e Camarina, di ritorno dalla resa dei conti coi cartaginesi. Ad invogliare, indagare e scrivere di questo fatto di storia, fu un suo amico, anch’esso riconosciuto come una tra le migliori penne della letteratura contemporanea in tarda età: Gesualdo Bufalino.
«Non sapevo da dove iniziare – dice Petino –, che documenti cercare. Ma non volevo, né potevo rifiutare, le sollecitazioni di Gesualdo Bufalino. Tra scoraggiamenti, esortazioni e qualche problema di salute che mi ha segnato, iniziai la ricerca e trovai molte fonti, stranamente per me, più inglesi che italiane».

Placido Petino con il premio della critica di Etnabook - Igor photo

Placido Petino con il premio della critica di Etnabook – Igor photo

L’insistenza di Bufalino, col quale si dava del “lei”, fu costante sino all’ultimo incontro, quando lo stesso le chiese se aveva iniziato le ricerche. Poc’anzi mi ha raccontato che un giorno esordì quasi ammonendolo: “Deve farlo immediatamente! Lo sa che uno dei comandanti della flotta aveva il suo cognome? Potrebbe essere un suo parente!”, fu quello il momento che si decise?
«Gli risposi che non credevo d’aver radici antiche così nobili e importanti, ma che avrei fatto le ricerche perché mi invogliava con un certo ardore, ma non perché c’era questo console, Servio Fulvio Petino, che poteva forse essere un mio avo. Questo console, tra l’altro, per aver vinto e salvato i legionari di Atilio Regolo fu onorato di fasti trionfali a Roma, dove gli fu concessa la facoltà di fregiarsi oltre che del titolo della famiglia Petinus, anche dell’aggettivo Nobiliore, che divenne parte del suo nome. Ancora oggi a Roma vi è un grande viale che gli è stato dedicato, il viale Nobiliore appunto».

Un incrocio tra storia e cultura.
«Con questi incoraggiamenti e la gratitudine verso il maestro Bufalino per avermi onorato di questo incarico, iniziai le ricerche, una volta per tutte, su questa tragica e luttuosa vicenda. Spulciando tra documentazioni inglesi, riuscii a trovare conferme su conferme di questa benedetta famiglia Petinus, che a dirla tutta non so se è un pregio o una mannaia che mi è arrivata sul capo, e che per diversi centinaia di anni ebbe un immenso e notevole potere a Roma, tanto che dal 200 al 400 a.C. diversi membri di questa famiglia furono consoli, governarono anche la Spagna, vinsero battaglie. Narro tutto nel mio romanzo».

La copertina di Il Dìwan Rosso

Decenni di ricerche per dare luce finalmente, lo scorso anno, a Il Diwain rosso, che approfondisce un episodio storico non molto conosciuto e che Lei ha reso fruibile appassionando i lettori, tanto che l’opera ha subito avuto un ottimo riscontro di critica e di lettori. Quale il mistero di questo successo?
«Ho usato lo stile del romanzo, con puntelli precisi per dimostrare che i fatti hanno una radice storica. Tutto ciò che ho scritto ha una radice storica ben precisa, che oggi, rispetto a quando iniziai io, è verificabile anche nei portali internet che si curano di storia».

Come è approdato a CTL, editore indipendente livornese che non “violenta” contrattualmente i suoi scrittori vincolandoli ad assurdità simili ad un atto despota?
«Dagli anni della ricerca sino alla pubblicazione si susseguirono un intervento cardio chirurgico e due ictus. Pian pianino mi misi a scrivere e a lavorarci ancora, per tirare le somme e comporre il mosaico di tanta fatica… . Era il 2017. Dovevo tirare le somme, dovevo fare sintesi di tutto quanto avevo in mano da decenni. Capisce bene che non pensavo che ce l’avrei mai fatta, invece dopo sei mesi dalle ‘botte’ alla mia salute… Ho avuto danni notevoli a diversi organi, poi si aggiunse anche quello visivo. Difatti io vedevo le persone, ma non riuscivo a leggere nulla. Ma col tempo mi ripresi, anche se ad esempio le mie capacità vocali si erano ridotte a condizioni davvero angoscianti. Mi chiedevo cosa avrei potuto fare dopo anni e anni di studio su e per questa vicenda, dopo che la malattia mi aveva invalidato anche i nervi ottici. Tornando a noi, provai a cercare su internet un editore a cui proporre il mio romanzo. Non editori a pagamento o finti despoti perbenisti, come diceva prima lei. La vista brillò al nome di CTL. Gli inviai il dattiloscritto (e che fatica a scrivere tutto in quelle condizioni!) nonostante non credevo mi avrebbero risposto. Ma tempo dopo ricevetti la mail di Nino Bozzi, il fondatore e direttore della casa editrice, che si complimentava per l’eleganza dello stile e per l’oculato lavoro di ricerca reso nella forma del romanzo».

Da lì alla pubblicazione il passo fu breve?
«Per nulla. Il mio romanzo era si interessante e ben curato nelle peculiarità storiche, ma presentava diverse lacune ed errori di impostazione, che solo un editor, un consulente e un agente letterario potevano renderlo migliore. Fui felice di ricevere la mail e poi delle telefonate dal capo della casa editrice, che fu molto schietto nel dirmi di far visionare ad un professionista il mio lavoro. Io non sapendo a chi rivolgermi, e uscendo da una situazione patologica che mi aveva parecchio destabilizzato, chiesi allo stesso se poteva indicarmi qualche nome».

A chi si rivolse?
«Mi fece dei nomi di agenzie letterarie che valutai. Scelsi la EditReal, dopo aver indagato sulla loro professionalità. Trovai un’accoglienza e una onestà notevole, e fui seguito dalla dott.ssa Michela Tanfoglio, che rese il mio libro un romanzo di interesse che non mi aspettavo. Le inviai il dattiloscritto, passò del tempo e ricevetti la sua telefonata, dove si diceva meravigliata dell’eccelsa opera che avevo scritto».

Placido Petino con l'agente letteraria Michela Tanfoglio - Igor photo

Placido Petino con l’agente letteraria Michela Tanfoglio – Igor photo

Una soddisfazione grande dopo lunghissimi anni a far ricerca, interrotti dai problemi di salute…
«Mi commossi… ero arrivato al confine con la morte. Come potevo mai immaginare che tutto quel lavoro fatto, avrebbe potuto prendere vita dopo quella serie di malanni? Sentir dire che l’opera era eccelsa, che la vicenda narrata era degna di uno storiografico, mi emozionò. Comprenderà bene che la morte io l’ho conosciuta, e con lei il sapere di non portare a termine ciò che mi aveva demandato Gesulado Bufalino».

Sembra che lei non abbia ancora metabolizzato la malattia nonostante l’uscita de Il Diwaìn rosso
«Sono morto e son tornato a vivere. I giorni trascorsi in terapia intensiva, lo stordimento, la non lucidità. Non sentivo dolore, grazie alla tanta morfina, ma non sentivo anche più nulla. Mancò in un quid tutto ciò che fui. Non vedevo, non mi muovevo. La riabilitazione fu tragica e pensante. I medici mi dissero di fare molti cruciverba, ma io non vedevo più. La settimana enigmistica si era ridotta a carta poggiata, messa lì, in un comodino. Ero disperato, mi alzavo alle 5 del mattino, prendevo quel plico di enigmi e tentavo di definire le linee, le lettere nello sfondo delle immagini dei rebus. Non mi andava che non potevo più leggere, aprivo libri e non vedevo nulla. I cruciverba furono salvavita: iniziai a intravedere le verticali e le orizzontali che formavano i quadrati dove inserire le lettere. Fu tremendo. Avevo degli occhiali, ma non giovavano a nulla… Sono un ateo…».

Placido Petino nella sua casa al centro di Catania

Placido Petino nella sua casa al centro di Catania

Non la seguo: che correlazione c’è tra questa tormentata ripresa e la sua, adesso improvvisa, esternazione di ateismo?
«Anche la mia posizione vacillò. Frattanto che continuavo la riabilitazione anche motoria, una mattina di giugno andai al cimitero a trovare i miei genitori, portai delle rose a mia madre che in vita era molto sensibile a questi gesti, le parlai chiedendole di aiutarmi, di darmi forza, di non farmi soffrire più. Sa com’è, nei momenti più tragici ci aggrappiamo alle persone che più amiamo e che più ci hanno amato. Tornai a casa dal cimitero, mi sedetti e presi un libro che mia moglie aveva lasciato sul tavolo. Non riuscire a leggere era diventato il mio tormento. Aprii a caso… lei può non credermi, ma qui c’è mia moglie che può confermarlo e che rimase sbalordita: iniziai a leggere, a vedere tutto in maniera chiara, come prima dei due ictus e dell’intervento al cuore».

Un miracolo?
«Sono un ateo convinto, ma forse la forza dell’amore del rapporto con mia madre ha realizzato un fatto miracoloso. Il miracolo è la sorta di scossa che mi sono dato, la reazione del corpo e dei sensi, dettati dall’amore materno. Ecco perché prima ho detto d’improvviso “Sono ateo”, dovevo raccontarle questo aneddoto. Da quel giorno ho ripreso a leggere, non caratteri piccoli, ma riesco a leggere».

Non è alla sua prima opera letteraria, ma forse quest’ultima fatica rappresenta la svolta?
«Ho pubblicato diversi romanzi storici, ma anche dei saggi che rientrano nel periodo della mia attività di avvocato e professore [Composizione delle liti e ruolo del sindacato, Giuffrè edizioni 1989, n.d.a]. Non so se Il Dìwan rosso rappresenta la svolta, posso dirle che i libri pubblicati con Prova d’Autore hanno avuto un discreto interesse locale, ma ammetto che quest’ultima è più che una fatica letteraria».

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