Il Martoglio rivisitato da Gimbo ci restituisce l’ancestrale rapporto con i quartieri popolari

Recensioni Ogni qual volta si perdono i punti di riferimento, ci salva il passato. Fabbricateatro riparte da Martoglio, precursore del neorealismo, e fino al 6 settembre porta in scena allo Spazio Pippo Fava di Catania "U vaccinu", rilettura di Elio Gimbo di "U contra", dove il coronavirus è l'attualizzazione del colera di un secolo fa. Il teatro di Gimbo riparte dalle fondamenta, dall’ancestrale rapporto con i quartieri popolari, macrocosmo in cui custodire la memoria del vernacolo e culla antropologica della città

Crediate sia un caso che per la ripartenza della prosa, la città di Catania abbia scelto proprio Nino Martoglio? Nient’affatto. Ogni qual volta si perdono i punti di riferimento, l’istinto e il buonsenso ci costringono a riallacciare i legami con il passato. Com’è avvenuto per lo Stabile etneo, anche Fabbricateatro affida la propria rinascita al drammaturgo belpassese. Il giornalista e scrittore, del quale il prossimo anno ricorreranno i cento anni dalla morte avvenuta in circostanze ancora oggi misteriose, fu uomo del Novecento, attento ai frequenti cambiamenti della società, vicino alla modernità e alla sperimentazione. In questo senso è d’obbligo ricordare l’esperienza del Teatro Minimo al Metastasio di Roma, dove diresse molti atti unici o il legame con il nascente cinematografo nel quale, con il suo Sperduti nel buio, «gettò una pietra nello stagno e mosse le acque» anticipando di un trentennio il Neorealismo. L’impresa più grande resta comunque quella di aver definito i contorni del teatro dialettale, grazie alla Compagnia Drammatica Siciliana, al centro della quale mise figure come Grasso, Musco ma anche Pirandello e Rosso di San Secondo. Si riparte dunque dalle fondamenta, da quell’ancestrale rapporto con i quartieri popolari, ieri Civita oggi San Cristoforo e Librino, complesso macrocosmo, luogo in cui custodire la memoria del vernacolo e culla antropologica della città. Così, con i suoi centodue anni ‘U contra, che in tempi di pandemia si trasforma in un propiziatorio U’ vaccinu, contro la fevri cinisi, diventa pretesto per creare continuità con il passato nella messa in scena firmata da Elio Gimbo

Da sinistra Caminiti, Coppolino, Chiaramonte, Collorafi e Manna, foto di Gianni Nicotra

Savi Manna è don Procopiu, foto di Gianni Nicotra

Muniti di mascherine, guanti e metro, per mantenere il distanziamento, Zia Saridda (Cinzia Caminiti) si prepara insieme a Cicca (Sabrina Tellico) a spacciare marijuana in un rione che senza andare troppo per il sottile, tocca da vicino quella Catania ‘o scuro cantata da Francesco Lo Presti e Niko Pandetta usata in apertura di spettacolo. Un mix tra musica dance e neomelodica, per descrivere figure che spesso agiscono ai margini della legalità, abituati a vivere di espedienti, si veda Don Cocimu Binanti (Carmelo Zuccaro), o a impugnare con facilità armi anche per una banale lite, proprio come in Gomorra. L’istruzione diventa tema di scontro, una materia in cui Don Procopiu (Savì Manna), Ballacchieri di nome e di fatto, pensa di eccellere ergendosi a esperto conoscitore della legge e ad abile precettore per la giovane Agatella (Francesca Coppolino). Per appena cinque euro, infatti, si offre di istruire la ragazza nell’arte della poesia e della trigonometria, in modo da non farla sfigurare con lo spasimante Peppino (Alessandro Chiaramonte) che frequenta l’alberghiero e ha un’anima nerd. La svalutazione del lavoro e l’abbandono scolastico non sono forse due grandi piaghe purtroppo ancora oggi aperte?

Da sinistra Tellico, Collorafi, Manna, Caminiti e Zuccaro, foto di Gianni Nicotra

A osteggiare, ma solo per superbia, il tenero sentimento sono le rispettive madri: Saridda e Donna Concetta (Paola Collorafi). Alla vicenda principale legata alla trasmissione del virus, che vede da una parte i baddisti e d’altra i culunnisti, se ne intrecciano altre, solo all’apparenza secondarie. In un contesto in cui la povertà va spesso a braccetto con la delinquenza e il malaffare, Don Procopiu rifiuta di far passare un comune rimedio contro l’indigestione per il tanto agognato vaccino. Una commedia degli equivoci nella quale prevale il lato comico e talvolta surreale di certi comportamenti umani, relegando l’amarezza a quest’ultimo personaggio, interpretato con grande sensibilità da Savì Manna che ha saputo tenere serrati i ritmi del melodioso dialetto restituendo tridimensionalità a un personaggio arcinoto al pubblico.

Da sinistra Zuccaro, Tellico, Caminiti e Manna, foto di Gianni Nicotra

Ottimo contraltare è stato il ruspante Don Cocimu Binanti di Carmelo Zuccaro, furbo traffichino, che affronta la vita con leggerezza fra canzoni e allegria. Questi due nuovi interpreti si vanno ad aggiungere al nucleo storico della Compagnia, composto dalla Caminiti e dalla Tellico, le quali conferiscono a Sara la Petrajana e Cicca Stonchiti una freschezza tutta nuova, soprattutto la seconda che si allontana dai soliti cliché interpretativi, pur mantenendo gli eccessi del personaggio. L’emancipazione della donna diventa in quest’ambiente una cura spasmodica per l’aspetto fisico, via baffi e sopracciglia folte a cui le edizioni storiche ci hanno abituati e benvenuti leggins leopardati, trucco abbondante, smalto e paillettes.

Da sinistra Chiaramonte, Tellico, Collorafi, Manna, Spartà e Caminiti, foto di Gianni Nicotra

A completare il cast, composto da dodici interpreti, troviamo anche un gruppetto di giovani attori. Divertente la coppia, ben assortita, composta da Coppolino e Chiaramonte: Agatella è un po’ svampita e trascorre le giornate davanti allo smartphone per la lezione di zumba ma cerca riscatto nell’istruzione per essere degna di Peppino. Nonostante l’ambiente in cui vive, quest’ultimo è un bravo ragazzo, studia, scrive acrostici e alla stregua di molti giovani che nei mesi scorsi hanno fatto volontariato, porta a casa di ammalati e anziani generi di prima necessità. Bene anche la Betta di Marilena Spartà, impicciona strafattona, che genera il malinteso sul vaccino. A dispetto della giovane età Paola Collorafi si difende discretamente nei panni di un personaggio come Donna Concetta, che avrebbe richiesto la presenza di un’attrice più matura sia anagraficamente sia nella professione, un po’ meno convincente appare invece il dottore Anfuso di Marco Cambiano. Forse sarebbe stato meglio farlo parlare in italiano, visto anche il suo status, piuttosto che approcciare a un vernacolo alquanto stentato ben lontano dalla fluidità linguistica del siciliano. Daniele Scalia è Don Pietro, il boss della zona, una figura che per certi versi ricorda Don Antonio Barracano di De Filippo ma è che calato nel contesto pittoresco degli altri personaggi, con la sua tuta metallizzata e gli occhiali estrosi da Elton John. Per finire William Signorelli (Nitto) e Carmelo Incardona (Pippo), sono i due carusazzi di quartiere con la maglia del Catania e i tatuaggi, che si trasformano in servizievoli infermieri/portantini per il morente Don Pietro. Bernardo Perrone immagina uno spazio scenico semplice ma funzionale, costruendo un palcoscenico con due scalette, che s’incastra perfettamente all’interno del giardino novecentesco inglobando anche i resti di una fontana. La grande magnolia dello Spazio Pippo Fava funge da scenografia naturale, per il resto ci sono solo due panche ai lati, un grande tavolo sul fondo e uno steccato costruito con cassette di legno poste in verticale. Di contro i costumi pur nella semplicità delle linee, sono ricchi nei tessuti e nei colori: sgargianti e metallici. 

In primo piano Daniele Scalia è il boss don Pietro, foto di Gianni Nicotra

Elio Gimbo confeziona una regia artigianale, condensando i tre atti in un unico e avvicinando i fatti alla contemporaneità con grande inventiva linguistica, a cui fa seguito una minuziosa partitura gestuale fatta di mascherine ch si alzano e si abbassano, di distanze fisiche ottenute tramite un metro o un rotolo di carta igienica, per finire con l’uso dello spray disinfettante. Sotto finale i tempi si dilatano un po’, niente però che con il rodaggio dello spettacolo non si possa recuperare. È evidente che dietro ci sia un attento studio del genere umano e una profonda conoscenza della società locale. Anche l’omaggio finale con le foto di Martoglio e Fava evidenzia un progetto che ha radici lontane e che punta non solo al ripristino della tradizione teatrale e culturale ma anche a una riflessione su quello che accade intorno a noi, rimarcato ancora una volta nella scelta quasi controtendenza di tenere così a lungo in scena gli spettacoli (venti in tutto le repliche, fino al 6 settembre) e di accogliere un numero contenuto di spettatori, al di là del contingentamento legato al Covid-19. L’obiettivo è stato raggiunto, attraverso una spiccata creatività lo spettatore può purificarsi da tutti quei sentimenti negativi vissuti in questi mesi, sciolti da un riso liberatorio.

Applausi finali, foto di Gianni Nicotra

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