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Già rimpiango la piccola “scuola” che mi si era riunita intorno

Blog A fine mese, dopo quarantasei anni, lascerò l'Università. I primi anni della formazione "orizzontale" con i colleghi miei coetanei furono i "più belli". Gli ultimi i più avvilenti con la poltica tutta che ha impoverito Università e scuola. Con rimpianto, comunque, lascio le aule, Soprattutto del rapporto con gli studenti, ai quali ho trasmesso nozioni e valori e dai quali ho appreso tanto

A fine mese lascerò l’università, ben quarantasei anni dopo quell’ottobre 1973 quando Carmelo Musumarra e Giuseppe Savoca mi chiamarono a collaborare con loro, da assistente supplente nell’allora Magistero. Nel ’78 il mio ingresso nella Facoltà di Lettere, da assistente ordinario: e furono gli anni più belli, a conversare (la mattina a Palazzo Sangiuliano, la sera davanti a una pizza) con quelli che restano a tutt’oggi gli amici più cari, Nunzio Zago, Fernando Gioviale… E con loro c’erano gli altri nostri colleghi coetanei a scambiarci idee, crucci, confidenze: il compianto Saro Contarino, Rosamaria Monastra, Rosalba Galvagno, Rita Verdirame, Nello Grasso anche lui scomparso. Era una formazione “orizzontale”, perché discutendo animatamente di tutto, dalla letteratura al cinema o alla politica, dal “metodo” ai nostri “astratti furori”, e perché no dal calcio alle canzoni e ai nostri amori, ci si arricchiva reciprocamente, si cresceva insieme.

L’ultima fase è stata quella spesa tra le celle e gli ambulacri del monastero benedettino. Importante anche quella, con l’assunzione di maggiori responsabilità, ma avvilita da un quarto di secolo di governi (di destra o di sinistra poco importa) che delegittimavano e impoverivano l’università e la scuola, sbarravano le porte ai giovani, bandivano il pensiero critico in favore di neutre “competenze”, di algidi algoritmi, di spietate leggi di mercato. Ultimo atto, proprio mentre sto per appendere la toga al chiodo, l’ateneo tutto dichiarato “bandito” per le eventuali malefatte di pochi, infangando la dedizione e la passione dei più.

Intendiamoci: ho sempre criticato aspramente, e pubblicamente, le storture perverse dei meccanismi concorsuali e le “combines” delle consorterie accademiche, ma è solo una radicale riforma che può porre fine a tutto. Come? Semplicemente abolendo i concorsi, in favore d’una carriera che come in tutti i rami della pubblica amministrazione sia graduale e non conflittuale e traumatica, né sottoposta ad arbitrii baronali (ma ovviamente da monitorare col criterio dei meriti: pubblicazioni, gradimento degli studenti, etc.); poi abolendo le gerarchie (ricercatore, associato, ordinario), da sostituire come a scuola con la figura del docente unico; infine aprendo ai giovani, trasformando i dottorati e le varie forme di precariato in reali preludi all’assunzione e alla carriera.

Lectio magistralis finale di Antonio Di Grado del 10 ottobre

Ma di ciò basta: è con rimpianto, tuttavia, che lascio quelle aule. Rimpianto per la piccola “scuola” che in anni di speranze mi si era riunita intorno (e già, l’aspirazione d’un maestro a “fare scuola”, a cooptare i migliori allievi è legittima, se obbedisce a valutazioni serene e oggettive, che non escludano gli “esterni” se meritevoli). Rimpianto per il rapporto con gli studenti, da cui ho appreso tanto, a cui ho cercato di trasmettere non solo nozioni ma valori, con cui ho vissuto negli anni bellissime esperienze di didattica interattiva, di confronto intellettuale e soprattutto umano, di invenzione collettiva di forum, magazine e cento altri esperimenti creativi. E perciò l’ultima e la più grande emozione che porterò nel cuore sarà quella inaspettata standing ovation tutta giovanile, di allievi di ieri e di oggi, che ha suggellato la Lectio Magistralis con cui ho preso, con amore e nostalgia, congedo.

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