Antonio Di Grado, furore ed estasi di un viandante del pensiero: «Viva l’inattualità»

Pensiero Dopo quasi messo secolo di docenza all'Università di Catania, il suo entusiasmante viaggio nella letteratura non si ferma. Scettico sul futuro della letteratura siciliana - «E' morta con Sciascia 30 anni fa» -, anarchici e mistiche sono le “maschere” cui si è dedicato negli ultimi suoi libri e studi. Dostojievskiano il suo incontro con Dio: «Ammiro Calvino così come Ignazio di Loyola, ma più d’ogni altro amo l’immenso Dostoevskij, e i suoi deliranti personaggi, santi e peccatori»

Antonio Di Grado circa due mesi fa ha lasciato dopo quarantasette anni e centinaia di studenti la docenza all’Università di Catania. Lo ha fatto con una mirabile lectio che è diventata un libro Le amanti del loin-près (ed. Le Farfalle). L’ho intervistato dopo il convegno a Racalmuto in memoria di Leonardo Sciascia. Antonio Di Grado e la sua disobbedienza, le sue passioni, la sua profondità, la sua immensa cultura, il suo entusiasmante viaggio nella letteratura.

Devozione e rivolta, furore ed estasi

Antonio Di Grado durante il recente viaggio in Messico con la maglietta di Lev Trockij

Cito: “da viandante, vivo il mio pensionamento universitario come uno dei tanti transiti, dei tanti snodi e crocevia che hanno fortunatamente frammentato il mio percorso…”. Il viaggio in Messico, subito dopo la lectio di commiato dall’Università, è anch’esso uno snodo rispetto allo studio sulle mistiche, rispetto al pensionamento? Una vacatio biografica o un’erratio letteraria?
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Ero in Messico per un congresso, che non mi ha impedito di vivere alcune grandi emozioni: la metropoli zapoteca di Monte Alban, la casa di Trockij più che quella della smerciatissima Frida Kahlo, i colori di Oaxaca, le barche di Xochimilco, il manto di elegante dolore di Nuestra Señora de la Soledad, le tracce del mio eroe Emiliano ZapataE non a caso cito insieme la Vergine e un anarchico, accostamento che potrebbe apparire blasfemo: devozione e rivolta, furore ed estasi sono le due facce del Messico, ma anche le due tensioni che negli ultimi anni hanno orientato i miei studi: i due libri sull’anarchia, l’ultimo sulle mistiche».

Anarchici e mistiche, le due “maschere” cui si è dedicato negli ultimi suoi libri e studi, sono modelli per il presente o figure investite di una carica malinconica improponibile al nostro tempo? Non teme che il loro ribellismo unito a un trasognamento così profondo e folle possa attirarsi l’accusa di anacronismo?«Amo l’anacronismo e l’inattualità. La mia idea di anarchia ha più a che fare con gli Esseni, i Catari o gli Anabattisti che coi regicidi ottocenteschi o i black bloc odierni. Se essere “attuali” significa accettare il mondo com’è e non concepire e praticare alternative, viva l’inattualità. E viva l’apparente inutilità degli studi umanistici, oggi mortificati e stravolti nelle università, assieme a ogni residua traccia di pensiero critico, dalle tecniche funzionali al mercato, asettiche e neutre: le “competenze”, che hanno sostituito la conoscenza, le sue avventure libere e folli. E, invece, l’inattualità di chi si ostina a studiare un sirventese di Guittone d’Arezzo o un affresco di Giusto de’ Menabuoi anziché compilare algidi teoremi o subire la tirannia degli algoritmi, ha il sapore d’una sacrosanta disobbedienza. La stessa che animò i miei anarchici, in lotta col mondo, e le mie mistiche, in fuga dal mondo».

A partire, da uno degli eserghi a Le amanti del loin-près, cioè i versi di Hosein Al-Hallaj detto il Cristo dell’Islam, mostra di essere attratto dal simbolo cristologico, il corpo del martirio. Quanto ha di dostojievskiano il suo incontro con Dio?
«Credo fermamente e appassionatamente in Gesù Cristo, nel Dio da lui annunziato, nei suoi atti e nelle sue parole sia pur parzialmente e tardivamente trasmessi dai vangeli, canonici e apocrifi, e da Paolo di Tarso. Del cattolicesimo respingo dogmi e gerarchie, detesto i cattolici collusi col potere e truffaldini, ma ammiro le mille opere di solidarietà e assistenza portate avanti da anonimi volontari. Studio con passione l’ascesi dei suoi santi e delle sue meravigliose mistiche. Accetto anche il culto mariano che sovrappone un volto femminile al profilo insopportabilmente maschile del Dio dell’Antico Testamento. Del protestantesimo, grazie al quale a cinquant’anni tornai alla fede, ammiro il rigore morale, il rapporto diretto con Dio, il sacerdozio universale (e perfino la variante anabattista del “libero esame”), l’idea luterana (prima paolina) della giustificazione per fede, la laicità delle scelte; ma mi preoccupa un eccesso di secolarizzazione, una diffidenza per il Sacro e il Mistero e tutto ciò che li evoca (immagini, riti, devozioni), una nudità immaginativa che si affida solo all’ascolto della Parola e allo svuotamento, puramente simbolico, della Comunione. E comunque amo Martin Lutero così come amo Teresa d’Avila, ammiro Giovanni Calvino così come Ignazio di Loyola, leggo Karl Barth e Bonhoeffer ma anche Sergio Quinzio, il cardinale Ravasi e don Giussani. E amo anche le sontuose liturgie della chiesa ortodossa, i suoi “folli di Cristo” e i suoi anacoreti e soprattutto le sue icone, astratte e sublimi evocazioni del Sacro, sue rappresentazioni ben più rispettose di quelle naturaliste ed estetizzanti dell’arte occidentale. E più d’ogni altro scrittore amo l’immenso Dostoevskij, e i suoi deliranti personaggi, santi e peccatori. E infine amo perdutamente gli eretici, né cattolici né ortodossi né protestanti, da Michele Serveto e Giordano Bruno a Lev Tolstoj e a Simone Weil. Tutti – Lutero come santa Teresa, Alësa Karamazov come fra’ Diego La Matina, l’eretico che uccide il suo inquisitore – nella sequela del Messia, tutti ancora ai piedi della Croce, tutti come le Marie a interrogarsi, a interrogarci spauriti e senza ripari confessionali, dinanzi a un sepolcro vuoto.

La Chiesa oggi ha spazio per le mistiche? Cosa pensa della Chiesa di Papa Francesco che porta il nome ingombrante del giullare di Dio, del compagno di fede di Chiara?
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Riparo alla lunghezza della risposta precedente limitandomi a dire che il buon parroco Francesco ha tutta la mia ammirazione. E che diverse mistiche del Novecento (su tutte la sublime Simone Weil) non godono del riconoscimento della chiesa cattolica».

Detesto le gabbie dei “metodi”

Antonio Di Grado con il suo ultimo libro “Le amanti del loin-près”

Nel suo ultimo libro, che lei definisce una causerie o addirittura un autodafé, e che io mi permetto di dire un pamphlet militante, lei dichiara di essersi accostato alla critica di tipo anagogico. Quanta polemica e quanto spirito anarchico c’è in questa affermazione, al di là dell’evoluzione di un personale pensiero critico?
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Detesto le gabbie dei “metodi”, detesto i critici-ragionieri coi loro compitini esanimi, detesto le gelide deduzioni anglosassoni, detesto infine il bisturi cruento d’una critica invasiva, che squarta e disseziona, che non sa arrestarsi con la dovuta devozione dinanzi all’inviolabile mistero della Bellezza. La mia polemica è diretta all’esegeta che indossa il camice sozzo di sangue del medico legale, oppure inforca le lenti da presbite dello strizzacervelli, o fa tintinnare le manette del questurino. Pochi che sappiano leggere oltre le incombenze diurne o i fantasmi notturni del malcapitato artista, e anziché frugare in un corpo fissare le stelle, per cogliere un destino in quell’unico punto di fuga dove il tempo s’incrocia con l’eterno. Perché la letteratura, quella grande e vera, che non intrattiene ma “che atterra e suscita, che affanna e che consola”, abita nei regni dell’Oltre».

La critica è oggi sempre più fagocitata dalla stampa, che ospita la riflessione letteraria sottraendola al mondo accademico. Il mestiere di critico sembra essere quello più facile di tutti, visto che la rete, oltre alle arcinote generazioni di imbecilli, ha promosso anche una massa talvolta informe di recensori e intellettuali dell’ultima ora. Chi scriverà la storia della letteratura: la stampa, l’accademia o i social?
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Lo studioso resiste, ma asserragliato nelle università. Invece il critico è morto, sostituito dai blogger, dai dilettanti allo sbaraglio. E del resto non ci può essere critica militante se non c’è più quella che una volta si chiamava “battaglia delle idee”. Quanto alle storie della letteratura, mi chiedo com’è possibile che si continui a navigare nel tempo e nello spazio newtoniani, a prestar fede a una concezione della storia rettilinea, univoca e progressiva, teleologica e deterministica, fatta di concatenazioni causali, senza tener conto delle rivoluzioni epistemologiche del Novecento, e di come quelle categorie siano state messe in questione dalla fisica moderna (e dalla stessa letteratura). Ho sempre predicato la storia con i se e con i ma, come esplorazione del possibile, come sconfinamento, come dedalo di percorsi erratici e firmamento di imprevedibili scarti analogici».

L’ultimo suo libro è un viaggio commovente e fervido, per chi lo legge e soprattutto se ha avuto la fortuna di essere suo allievo, tra alcuni topoi digradiani: Vittorini e gli astratti furori, Sciascia, Bernanos, Savinio, Borgese, Simone Weil, il cinema e Pasolini. Una specie di suo canone occidentale?
«Non credo nei canoni e soprattutto in chi li promulga. Dante a tutti, e poi a ciascuno i suoi amori. E le sue idiosincrasie. Io, per esempio, non amo Joyce. E la migliore storia della letteratura italiana mai scritta, quella di De Sanctis, è piena di ingiustificabili sottovalutazioni».

Presente e futuro della letteratura siciliana.
«È morta con Sciascia, trent’anni fa, al culmine d’una ininterrotta trasmissione di intelligenza critica. Ora non si fa più “letteratura siciliana” perché, vivaddio, uno scrittore nato in Sicilia può ambientare i suoi romanzi in Patagonia, o nei meandri più remoti della psiche. Dio ci salvi da chi sta ancora elaborando il lutto per la perdita della casa del nespolo e il naufragio della Provvidenza».

Da Sciascia ho avuto l’onore impareggiabile d’essere designato direttore della Fondazione

Antonio Di Grado e Leonardo Sciascia

Lei ha avuto il privilegio di conoscere Leonardo Sciascia e di essere il direttore scientifico della Fondazione Sciascia. Per anni è stato membro della giuria del premio Vittorini. Nota è la sua esperienza come assessore alla cultura del Comune di Catania e quella al Teatro Stabile. Di recente, proprio nella sua rubrica settimanale “Plausi e Botte” su SicilyMag, ha caldeggiato attenzione verso Franco Battiato e i suoi scritti. Sappiamo prenderci cura del nostro patrimonio culturale?
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Sciascia, Bufalino, Consolo, Addamo… Anche Battiato, certo. Ho avuto la fortuna di frequentarli, e da Sciascia l’onore impareggiabile d’essere designato direttore della Fondazione. Spero solo che si dedichino loro sempre più studi seri e sempre meno sagre e premi, o pigri appuntamenti della convegnistica nazionale».

Nei suoi interventi pubblici non lesina bacchettate alla politica attuale e i suoi scritti sugli anarchici chiariscono la sua posizione in maniera inequivocabile e sono ricchi di spunti. Cosa pesa di più nel dibattito politico di oggi la sciatteria del linguaggio, l’adulterazione della memoria o l’assenza di ideologie?
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L’assenza di pensiero, di progettualità, di moralità. Anche qui Sciascia aveva previsto tutto. Dove? Nel “Contesto”».

Ritengo la Donna secolare depositaria di strategie conoscitive diverse

Marta, Elvira Seminara, e Viola, le donne di casa Di Grado

Antonio Di Grado e le donne. Il regno delle Madri di Vittorini ha segnato l’inizio di un rapporto simbiotico e fiero, poco femminista e molto femminile. O no?
«Anche femminista, perché no? Sono nato e cresciuto in una famiglia matriarcale, e vivo ancora tra donne, mia moglie e due figlie. Ritengo la Donna secolare depositaria di strategie conoscitive diverse, più duttili e feconde, rispetto ai prevedibili sentieri battuti dal Logos maschile e dalla sua piatta razionalità. Nel mio ultimo libro ho identificato quel tesoro inesplorato, e da sempre conculcato, con il medievale intellectus amoris. “Donne ch’avete intelletto d’amore”: è l’intelligenza d’amore, è il pensiero critico alimentato dal vissuto affettivo, è l’analisi demistificatrice contaminata dalla compassione, l’unico “metodo” critico, l’unico approccio ermeneutico che io stesso vorrei saper usare per descrivere e analizzare un testo letterario, un’opera di pensiero, un quadro o un film, un evento o una società».

Lascio l’università con la gioia d’aver formato una “scuola”

Antonio Di Grado ritratto da Felice Ravagnoli

Antonio Di Grado è un maestro. Sente peso, fastidio, orgoglio di fronte a questa affermazione?
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Lascio l’università con la gioia d’aver formato una “scuola”, d’aver trasmesso passioni e valori. E non mi riferisco solo ai miei allievi che mi succedono nell’insegnamento accademico, ma ai tantissimi (tantissime anzi, perché per lo più donne) che insegnano nelle scuole, e ai tanti (anzi tante) di loro che mi hanno fatto il regalo di venire ad applaudire la mia ultima lectio».

Le piacerebbe essere descritto come un funambolico inseguitore di astratti furori o come un libertino sciasciano che ha varcato il cancello della preghiera?
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L’uno e l’altro. Ma Dio sa se quel cancello l’ho davvero varcato».

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