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Il “tenace concetto” dell’umanità liberata

Blog Come si fa a trovare oggi i sognatori di una politica limpida non compromessa con la partitocrazia e che si opponga alla demagogia contemporanea da stato libero di Bananas? Bisognerebbe ripartire dalle vecchie sezioni territoriali e dalle vecchie passioni e idealità ma non dalle utopie del passato. Dalle schiere dotate “di tenace concetto”, da quei soggetti che hanno dato di volta in volta delle scosse a quella cosa informe che chiamiamo storia

Troppi “plausi”, nei miei ultimi interventi. E allora vediamo di rimediare con un po’ di “botte”. E perciò a tornare a parlare di politica. E di politica “a sinistra”, che è sarà sempre – piaccia o non piaccia a conservatori, nostalgici e haters – casa mia.
Proprio così: sono nato e cresciuto in una famiglia di socialisti, imbevuto di antifascismo, di giustizia e libertà. Era il vecchio PSI, subalterno prima al PCI e poi alla DC. E peggio finì fra gli artigli di Craxi. Certo, c’era anche il socialismo più decisamente antagonista di Riccardo Lombardi, di Vittorio Foa, di Lelio Basso. Ma troppo è cambiato da allora; e i tempi nuovi, i mutamenti vertiginosi, le nuove emergenze reclamano attenzione e capacità nuove d’interpretazione, nuove modalità operative.
E tuttavia, a pensarci bene: è forse “nuovo” il modo in cui Salvini ha adescato il “popolo”, o è piuttosto quello collaudato dall’Uomo Qualunque di Giannini, dai monarchici di Lauro, dal MSI di Almirante, e cioè una melassa di luoghi comuni e di istinti rabbiosi, di qualunquismo da fermata dell’autobus e di nostalgie in orbace, di strizzate d’occhio ai “lazzari” e di obbedienza ai padroni? E allora, sarei tentato di dire, ben venga un’onda di sano, vitale, rabbioso, comunicativo populismo, ma di quello vero, di quell’“andare al popolo” che nulla ha a che fare con la demagogia, con la retorica strapaesana o coi peronismi da stato libero di Bananas. E ben vengano leader con idee, ma anche con sangue nelle vene e pugni in tasca.

Verranno davvero? E le burocrazie partitiche, i grigi replicanti degli apparati, il ceto politico selezionato da comitati d’affari, interessi corporativi e parole d’ordine tossiche, permetteranno loro di emergere? Ma torniamo alla sinistra odierna, o sedicente tale. Tra le ultime notizie si segnala l’avvento del nuovo partitino di Renzi, che dichiarando di calcare le orme dell’impresentabile Macron si propone in realtà di ricattare sistematicamente, coi suoi pochi presumibili voti e seggi, il nuovo governo, già così risibilmente abborracciato. Ma non basta al PD essersi liberato di Renzi e dei suoi Stenterelli toscani, né liberarsi (se ci riuscirà) dei tanti faccendieri e intrallazzatori confluiti nel suo alveo troppo dilatato e accogliente. Serve ben altro: azzerare gli ultimi vent’anni e la conversione al liberismo, buttare nell’immondizia le figurine Panini di Veltroni e la mortadella di Prodi, le pose e gli intrighi da Richelieu dei poveri di D’Alema, i salamelecchi ai padroni del vapore. Serve ripartire dalle vecchie sezioni territoriali e dalle vecchie passioni e idealità, e perché no dagli infuocati dibattiti teorici e dal vitale, forse ingenuo anelito progettuale d’antan verso “il sol dell’avvenire”. Non dal comunismo, certo, che su quegli eroici furori issava la sua bandiera insozzata di sangue tra il Volga e il Danubio.

Berlusconi o Renzi? O tutti e due?

Sono passato anch’io dal PCI, nella tarda giovinezza; e va detto che il comunismo all’italiana, quello post-togliattiano in cui mi imbattei, poco ormai aveva a che spartire con quella storia di lacrime e sangue. Altro non fu che un mito, capace di rispondere alle speranze di riscatto dei reietti e di convogliarle verso esiti tutto sommato (e talora efficacemente) riformistici. Un mito, quella bandiera rossa che sorrideva ai popoli: un mito perché dissimulava la natura e gli esiti fatalmente repressivi dell’utopia comunista, ma come tutti i miti, anche i più mendaci, sprigionava folgoranti bagliori di emancipazione e di giustizia sociale. Perché i miti sono più necessari dei programmi, a mobilitare aspirazioni e redimere ferite, a sollevare i popoli. Basta chiedere agli antropologi o agli studiosi dell’antichità più remota se è vero che fu l’invenzione dell’impossibile, la capacità dell’astrazione e dell’utopia, la sfera immaginativa e religiosa, non un laborioso e opaco pragmatismo, a far trionfare l’homo sapiens sulle altre specie umane e animali. O più semplicemente basterebbe citare la lunga lista dei rivoltosi, dei “diversi”, dei disadattati, dei sognatori che furono il motore di quel poco di limpido che sia uscito dal sozzo ventre della storia.

Una manifestazione del Pci degli Anni 70

Dove trovarli, oggi? In quelle forze nuove, estranee alla partitocrazia e alle logore dinamiche della democrazia rappresentativa, che sono il volontariato, i centri sociali, i collettivi femministi, i laboratori creativi, le scuole popolari e antiautoritarie, perché no anche le “sardine”. Forze e soggetti che già oggi si spendono nella solidarietà e prefigurano armoniosi assetti futuri, squarci di umanità liberata. Figure, e schiere, dotate “di tenace concetto”, dominate da idee ossessive o assillate da bisogni immediati che ne limitano l’orizzonte ma ne acuminano la vista, pungolate da un risentimento che le sbarazza da dubbi e indulgenza temprandone la mente e la parola: insomma quei soggetti che hanno dato di volta in volta delle scosse a quella cosa informe che chiamiamo storia, smuovendone le acque stagnanti e aprendovi gorghi che chiamiamo mutamenti, rivoluzioni. Soggetti e realtà che oggi sono in primo luogo le donne, e con loro i giovani, gli insegnanti, gli artisti, i dissidenti, gli emarginati.

Manifestazione di donne per l’otto marzo

 

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