lunedì 19 agosto 2019

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Plausi e botte

Caro Franco, è un dolore non venirti a cercare

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E' con molta esitazione che mi sono deciso a scrivere dell'amico Battiato, non intendendo forzare una privacy affettuosamente difesa. Non avere, però, notizie di prima mano come sempre, o leggere che sarebbe in vendita il buen retiro di Milo da lui amato, fa male


di Antonio Di Grado

Franco Battiato. È con molta esitazione che mi sono deciso a scriverne: troppe speculazioni, troppe insinuazioni e smentite, troppe appropriazioni indebite della sua vita, dei suoi segreti, del suo vero o presunto malessere, si sono recentemente susseguite tra web e gazzette. E so quanto inviolabile, e perciò degno di rispetto, sia in tutti noi quel grumo di memorie, emozioni, fedi e desideri che chiamiamo anima; e tanto più in chi, anche per noi, si cimentò nella difficile impresa di “trovare l’alba dentro l’imbrunire”.

Franco per me è un caro amico, che imparai ad amare nelle splendide stagioni dell’”Estate catanese” 1994 e ’95, fianco a fianco (o dovrei dire sui suoi passi) alla sua onnivora curiosità intellettuale, alla sua insonne creatività, alle mille idee che nutriva e realizzava per produrre bellezza e dilatare le coscienze. Un amico e un compagno di strada; ma più che di strada dovrei parlare di Via, del percorso tortuoso e accidentato del Tao, o della tormentata ascesi dei mistici, dei cercatori di verità e di senso, inappagati alle provvisorie stazioni di questa o quella fede, sempre oltre, felicemente smarriti nell’”oceano di silenzio” dove senti alitare, ma non puoi attingere né mai compiutamente contemplare, il Divino, l’Inviolato.

“Ed era come un mal d’Africa”, questo sognare altri cieli e altre terre nelle roventi temperature e nel deserto di malessere e malaffare in cui siamo confinati, così lontani dal limpido e rarefatto nitore delle notti bianche in cui rifulgeva “la grazia innaturale di Nijinskij”. Tanto più lontani oggi, quando di Franco poco o nulla sappiamo. Ripeto: non intendo forzare una privacy che viene affettuosamente difesa. Ma certo è un dolore, per gli amici, non poterlo più visitare come una volta né parlargli al telefono, avere di lui solo informazioni molto discordanti e tutte di seconda mano, e soprattutto venire a sapere (ma sarà vero?) che è in vendita il buen retiro di Milo che lui tanto ama. E come potrebbe, il celeste Franco, allontanarsene? Come farebbe a dipingere le sue icone e a comporre le sue armonie fuori da quell’Eden scelto da “un essere speciale” e animato dalla sua “cura” solerte e amorosa?

“E ti vengo a cercare / anche solo per vederti o parlare / perché ho bisogno della tua presenza / per capire meglio la mia essenza…”. Quante volte, Franco, si veniva a cercarti, a parlarti, a capirsi, a condividere quelle “gioie del più profondo affetto / o dei più lievi aneliti del cuore” che sono, sì, “solo l'ombra della luce”, ma quella luce annunziano, ne fanno germogliare un barlume nella limpida e serena notte di Milo, oltre la linea d’ombra della solitudine e della lontananza.

Antonio Di Grado e Franco Battiato


© Riproduzione riservata
Pubblicato il 06 giugno 2019




Antonio Di Grado

La professione del critico e di chiunque si ostini a interpretare il mondo e a non accettarlo com’è, esige giudizi di valore, promozioni e bocciature, nette prese di posizione. Rigenerare l’Uomo è oggi l'unica praticabile utopia


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