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Leggerissima Sicilia

Blog Soltanto l'intelligenza che è anche leggerezza può sperare di risalire alla superficialità, scriveva Sciascia nel 1979. Cerco un centro di gravità permamente cantava Battiato nel 1981 al ritmo di travolgente beat rock. Leggerezza contro la depressione da guerra sanitaria è il concept che ha ravvivato questo primo scorcio del 2021 da quando è esplosa la hit sanremese "Musica leggerissima" dei siciliani Colapesce e Dimartino. Leggerezza vo' cercando...

“Si è così profondi, ormai, che non si vede più niente. A forza di andare in profondità, si è sprofondati. Soltanto l’intelligenza, l’intelligenza che è anche leggerezza, che sa essere leggera, può sperare di risalire alla superficialità, alla banalità”. Nel 1979 Leonardo Sciascia in “Nero su nero” ci scherza su, al par suo, sul “pessimismo cosmico” di cui era accusato sferzando, come solo lui sapeva fare, una realtà italiana, quella dei “pesantissimi” anni 70, ammantata di scarsa luce e verità pubblica.

Sciascia visto da Nicolò D’Alessandro

Due anni dopo, usciva “La voce del padrone”, la consacrazione pop di Franco Battiato, arrivato gradualmente ad emanciparsi dalla “pesantissima” fase sperimentale degli Anni 70 per tirar fuori dalla sua imemnsa  creatività, dopo i riusciti tentativi de “L’era del cinghiale bianco” (1979) e “Patriots” (1980), un capolavoro di intelligentissima musica leggera (un mash up ai massimi livelli di filosofia, spiritualità e canzonetta), un album che ha pure cambiato il nostro modo di esprimerci. Alzi la mano chi, 40 anni dopo, non cerca ancora un centro di gravità permanente, che non ci faccia mai cambiare idea sulle cose e sulla gente, over and over again… Yogananda balla il beat rock…

Over and over again… Cercavano certamente un centro di gravità permanente anche Tomáš, Tereza, Sabina e Franz, il quartetto che anima “L’insostenibile leggerezza dell’essere” di Milan Kundera, uscito tre anni dopo “La voce del padrone”, in piena e “pesantissima” isteria finale della guerra fredda tra Occidente americanizzato e Oriente sovietizzato, grido di dolore dello scrittore ex cecoslovacco che puntava il dito contro la nevrosi dello leggero stordimento dei sensi e della mente, puro espediente per sottrarsi ad una esistenza pesante, sterile e fredda dove tutto appare inutile quindi intollerabile. Sul ponte sventola bandiera bianca, cantava Battiato 40 anni fa, invocando lo spirito di Jim Morrison: The end, my only friend, the end…

40 anni dopo la pesantezza è tornata di gran moda, dopo un anno abbondante in cui il mantra è uno ed uno solo: come non morire a causa del virus malefico, come non morire di noia in un’eterna clausura che ci attanaglia, come non morire di inedia a causa dell’azzeramento del lavoro e del reddito così come lo abbiamo conosciuto. “U cchù pulitu avi ‘a rugna” recita un proverbio siciliano per dire che in certo contesto chiunque ha qualcosa di “sporco” da nascondere nella propria vita. Nel gioco al massacro del “tutti contro tutti” che contraddistingue questo ultimo anno pandemico, nessuno, in effetti, a livello globale, ne esce candido e immacolato, proprio nel momento in cui l’unità farebbe non solo la forza ma la vittoria contro l’unico nemico comune: il virus. Ecco perché un’altra canzonetta italica è penetrata, come lama nel burro, fino in fondo nel nostro immaginario, non lasciandoci scampo: metti un po’ di musica leggera, perché ho voglia di niente, anzi leggerissima, parole senza mistero, allegre, ma non troppo...

Ancora leggera filosofia siciliana quella del solarinese Lorenzo Urciullo, in arte Colapesce, e del misilmerese Antonio Di Martino, in arte Dimartino, che ci offre il bandolo della matassa in questo clima “pesantissimo” da prima guerra sanitaria mondiale dove le armi sono le appuntite siringhe che inoculano i vaccini. Nulla, ovviamente, rispetto all’eretico Sciascia o allo ieratico Battiato (due giganti al cospetto), comunque due dei migliori cantautori della scena contemporanea nazionale che già si erano distinti nelle loro carriere soliste per aver saputo innovare, senza mai dimenticare le radici, la canzone d’autore italiana. Il loro sapiente mix di testi molto intelligenti e melodie leggerissime (un po’ dance Anni 80, un po’ il Gianni Belfiore che ha fatto grande Iglesias, un fischio che omaggia Morricone) ha fatto della loro hit sanremese “Musica leggerissima” una sorta di pastiglia analgesica sempre buona, e senza controindicazioni, per attenuare le sofferenze di chi si avvicina troppo “al buco nero che sta ad un passo da noi”, contro il “silenzio assordante” del lockdown dell’anima. Un rimedio a costo zero contro la depressione da Covid. Complici di questa stupenda operazione di marketing esistenziale, anche il collettivo catanese Ground’s Oranges che ha firmato il fortunatissimo video della canzone (ad oggi siamo poco sopra i 25 milioni di views su Youtube), e i prequel sanremesi, veri e propri minifilm di culto per i cinefili più incalliti. Nulla da invidiare ai migliori videomaker anglosassoni, la videomusica siciliana ha il suo perché.

“Volevamo dare pesantezza alla musica leggera e siamo andati dalla parte opposta” continuano a dire i due musicisti nelle mille interviste che sono seguite al boom sanremese del brano. Ormai li conosce anche la casalinga di Voghera ha commentato qualcuno sui social alla notizia del tutto esaurito in poche ore del loro concerto taorminese della prossima estate. Perché i portatori di leggerezza Colapesce e Dimartino – i loro esilaranti siparietti siculo-centrici di critica musicale un po’ sborona a “Propaganda live” sono diventati un format e ci riportano al Benigni critico cinematografico dell’arboriana “L’altra domenica” – hanno incarnato anche la voglia di rinascita della musica dal vivo che cova sotto la cenere da troppo tempo. La loro Sicilia, profonda nei concetti ma un po’ strafottente nel modo di fare, è quella che ci piace e fa da contraltare alla volgarissima Sicilia che detestiamo, quella della politica capace solo di un meschino “spalmiamo i morti” sui report quotidiani dei contagi. “Povera patria, schiacciata dagli abusi del potere” cantava Battiato e i due menestrelli contemporanei hanno ereditato l’inno morale del cantore di Jonia nella serata delle cover di Sanremo.

Una contrindicazione, in effetti, c’è. “Musica leggerissima” è diventato un tormentone con i limiti dei tormentoni. I meme e le parodie non si contano più, e il balletto della pattinatrice Paola Fraschini ha fatto scuola. Si chiama successo e per due maestri del pop come Lorenzo e Antonio, mille i loro concerti visti nei nostri club, è tutto meritato.

Parafrasando il Sommo Poeta Leggerezza vo’ cercando, ch’è si cara

Antonio Di Martino in arte Dimartino e Lorenzo Urciullo in arte Colapesce

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