venerdì 20 settembre 2019

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Sulle tracce di Franco Battiato, nuovo classico di Sicilia

Libri e fumetti

Il cantautore etneo da mesi è fuori dai riflettori mediatici ma le più recenti riflessioni sul suo pensiero e sulla sua vita sono contenute in "Temporary Road. (una) vita di Franco Battiato", dialogo con Giuseppe Pollicelli, edito nel 2018 da La nave di Teseo, che riprende il documentario di Pollicelli e Tani del 2013 e un testo con riflessioni a tutto tondo sulla vita e l'arte


di Salvo Fallica

Sulle tracce di Franco Battiato, un viaggio nel mondo del grande cantautore, nella sua vita e nella sua arte. Dopo lo splendido commento di Antonio Di Grado sul celebre artista pubblicato nella sua rubrica su Sicilymag, scritto con un rispetto profondo dell'anima e della vita privata del celebre cantautore, vogliamo compiere un itinerario nella realtà di Battiato attraverso il filo rosso della filosofia che lo ha ispirato e lo ispira. In molti si chiedono quali sono le ultime riflessioni dell'originale artista che non rilascia da tempo interviste.

In realtà le più recenti riflessioni sul suo pensiero e sulla sua vita sono contenute in un libro che merita di essere letto ed approfondito. Un testo strutturato sul dialogo fra il giornalista, poeta e regista romano Giuseppe Pollicelli e Battiato che contiene l'essenza della vita del prestigioso artista. Il titolo del libro, pubblicato lo scorso dicembre dall'editore La nave di Teseo, è “Temporary Road. (una) vita di Franco Battiato, dialogo con Giuseppe Pollicelli. Il cofanetto contiene il film documentario di Pollicelli e Mario Tani, presentato al Torino Film Festival del 2013, e un libro inedito di Franco Battiato, arricchito da foto del backstage, in cui l'artista rivive la sua carriera e le sue tante, repentine, rivoluzioni. Il testo è un modo di meditare nuovamente sulla musica, l'arte, il cinema, sulla vasta produzione artistica eclettica e prolifica di uno dei più importanti autori del Novecento. Talmente importante sul piano culturale che il prestigioso commentatore ed editorialista de “La Repubblica”, Francesco Merlo, ha sostenuto che Battiato e Dalla “sono i nostri classici” più di “Sciascia e Calvino”.


Per comprendere la dimensione sui generis di Battiato occorre partire dalla sua riflessione sul concetto e la natura del successo. Nell'era in cui moltissimi cercano la visibilità facile e spesso vacua, Battiato espone una visione differente: “Sicuramente un tempo ne ero gratificato, la cosa mi inorgogliva. Da diversi anni a questa parte, devo dire, è il contrario: a volte è veramente fastidioso che ti vengano a chiedere un autografo, magari in aeroporto, mentre stai leggendo o sei mentalmente concentrato su qualcosa che ti riguarda. Tuttavia so bene che si tratta di piccoli disagi temporanei, circoscritti a contesti ben precisi. Di spazi totalmente miei continuo ad averne tanti. L’unica cosa a cui non sono mai riuscito ad abituarmi sono i saluti che mi vengono rivolti per strada, mi resta sempre il dubbio se quello che mi ha appena salutato lo conosco davvero oppure è la prima volta che lo incrocio”. Pollicelli gli chiede: “Di te Fabrizio De André ha detto che l’essere diventato famoso ti è servito per proteggere e affinare ulteriormente la vera essenza della tua persona”. E Battiato risponde: “E' una considerazione giustissima, veramente acuta. Essere famoso ti può costringere a dedicarti con la massima attenzione ai tuoi spazi privati e alla valorizzazione della tua interiorità, ed è quanto è successo a me. L’importate, naturalmente, è che uno stia bene con se stesso, che non tema la solitudine, altrimenti è meglio fare altro”.

Si coglie una parte dell'essenza antropologica del celebre artista in queste frasi. Ed ancora, andando indietro nel passato, viene ricostruita la genesi della storica ascesa di Battiato nel mondo musicale. Dopo il trionfo de La voce del padrone del 1981, il primo album italiano a superare un milione di copie vendute, Franco Battiato giunse ad un ampio successo popolare. Un aneddoto raccontato dallo stesso artista lo palesa chiaramente: “In una discoteca sono stato letteralmente assalito, per diversi minuti, da fans impazziti che mi strattonavano di qua e di là. Finii con tutti i vestiti strappati. Dovunque andassi trovavo centinaia di persone ad attendermi. Un incubo. Una volta, addirittura, mi sono svegliato di notte, in un hotel, perché avevo sentito dei rumori: nella mia stanza c’erano delle ragazze che ridacchiavano! Qualche sconsiderato, tra il personale dell’albergo, le aveva fatte entrare”.

E sempre originale il modo in cui Battiato alla ricerca di nuove ispirazioni ha sempre cercato di distaccarsi dal successo: “Facendo l’album L’arca di Noè che disattendeva le attese del pubblico, che quindi andava in tutt’altra direzione rispetto a La voce del padrone. Vendette comunque molto, ma lo apprezzarono in pochi. La gente per strada mi diceva: 'A Battia, non m’è mica piaciuto!' Era divertente. Ed è stata la mia salvezza”.

L'Etna vista da Milo, buen retiro di Franco Battiato, foto Salvo Fallica


Pollicelli sostiene: “Dopo un periodo in cui li avevi lasciati al solo Manlio Sgalambro, hai ripreso a scrivere i testi delle tue canzoni”. Battiato precisa: “In realtà è un periodo che è durato poco, lo si può limitare all’album L’ombrello e la macchina da cucire del 1995. Già a partire dall’album successivo, L’imboscata, ho ricominciato a prendere parte alla stesura dei testi”. E la polemica sul presunto intellettualismo de L’ombrello e la macchina da cucire? Battiato argomenta: “Sono in molti a considerarlo in questo modo. Ti racconto un aneddoto. Il tour legato a L’ombrello e la macchina da cucire era composto di una prima parte in cui eseguivo tutti i brani dell’album e, dopo un intervallo, di una seconda parte imperniata sui miei maggiori successi. Una volta, a Roma, durante la pausa si precipitò nel camerino un signore inglese entusiasta di ciò che aveva appena ascoltato, in particolare degli arrangiamenti. Era Michael Nyman. Terminato il concerto andammo a cena insieme e lui mi confermò la grande impressione che gli aveva fatto la prima parte dello spettacolo, mostrandosi invece più freddo riguardo alla seconda (che, ripeto, era quella con le mie canzoni più famose). D’altra parte cosa gliene può importare a un musicista inglese di ascoltare Centro di gravità permanente? Io credo che per un artista non sia positivo restare eccessivamente vincolato ai gusti e alle aspettative del pubblico del proprio paese: ho notato, ad esempio, che Breve invito a rinviare il suicidio non ha mai colpito gli spettatori italiani quando l’ho eseguito dal vivo, mentre gli inglesi ne rimangono sempre folgorati. È chiaramente un fenomeno che prescinde dalla conoscenza della lingua in cui è scritto un brano. Anni fa, in India, presi parte a un festival di musica sacra organizzato dal Dalai Lama. Io ero l’unico artista occidentale ed esegui alcuni brani tratti da Campi magnetici, quelli più ipnotici e musicalmente meno duri. A parte il fatto che già durante le prove vidi avvicinarsi una trentina di monaci tibetani interessatissimi a quello che stavano ascoltando, alla fine del concerto si formò una fila di indiani che volevano acquistare i pezzi che avevano appena sentito. Credo, insomma, che Campi magnetici, nato originariamente come musica per balletto, sia un lavoro riuscito. Detto ciò, è molto difficile che un episodio come quello che ho raccontato possa accadere in Italia. L’aspetto positivo del pubblico italiano è che ogni tanto può spiazzarti, accogliendo una canzone in una maniera che non avevi previsto, ma non ha la capacità di seguire un artista anche su piani diversi dal consueto. Gli italiani, tendenzialmente, non amano le scommesse, preferiscono ascoltare sempre la stessa canzone piuttosto che avventurarsi su un terreno di novità”.

Ma Battiato è molto contento del suo pubblico italiano: “Sono molto grato al mio pubblico. Negli ultimi tempi, in particolare, ho riscontrato durante i miei concerti una qualità di ascolto davvero elevata: si stenta a credere di trovarsi in Italia”.

Franco Battiato e Manlio Sgalambro


Ancora un salto nel passato, agli inizi. Battiato svela: “All’inizio mi sono dedicato alla canzone essenzialmente per ragioni finanziarie, perché volevo arricchirmi, ma a un certo punto ho capito che il mio destino è quello di fare da ponte, proprio per mezzo delle canzoni, tra il mondo superiore e quello ordinario. Comunque è vero, l’amore per la canzone non mi ha mai lasciato. Del resto, a un certo punto della mia carriera mi sono reso conto di essere venuto al mondo soprattutto per uno scopo: far conoscere alla gente argomenti ardui grazie a una musica fornita di una forte capacità comunicativa”. E qui vi è senza alcun dubbio la dimensione filosofica dell'attività artistica di Battiato e nel contempo la sua missione spirituale ed etico-culturale.

Battiato è molto severo verso l'attualità: “Di certo, oggi, il livello medio della musica pop mi appare bassissimo. Ciò che si ascolta e si vede in certi talent show è patetico. Per fortuna ci si può sempre rifugiare in certi geni del passato i quali, ogni volta che si ascolta qualche loro composizione, ci ricordano che la musica è un ponte tra la nostra realtà apparente e il divino”.

Battiato racconta anche del suo rapporto con il cinema, del suo esser diventato un regista: “Ho cominciato a praticare il cinema senza avere mai studiato quella che viene definita la 'tecnica cinematografica', ma avendo un’idea ben precisa di ciò che, attraverso il cinema, volevo fare. Un’idea estetica, prima di tutto. E questo anche grazie al fatto che al cinema sono approdato tardi, da uomo e da artista ormai maturo, quindi con una poetica e con un bagaglio di conoscenze personali assolutamente definiti. Per intenderci, il primo giorno in cui ho messo piede su un set mi hanno affidato uno strumento che si chiama 'macchina remotata' e che serve per muovere la telecamera dall’alto verso il basso, ma io, proprio per assecondare il mio gusto registico già formato, ho preteso che venisse sistemata esattamente alla mia altezza. Se non sei ottuso puoi sempre modificare le tue idee e accettare i suggerimenti che ti vengono offerti, a patto però che tutto questo allarghi e perfezioni la tua visione delle cose, senza mortificata o sostituirla con qualcos’altro che non ti appartiene”.

Franco Battiato e Alejandro Jodorowsky sul set di Musikanten

Dunque, qual è l'essenza del cinema per l'artista etneo? La risposta ricorda filosoficamente i giochi di linguaggio del 'secondo Wittgenstein': “È un linguaggio con cui esprimere quello che mi interessa e ritengo importante, non diversamente dalla musica o dalla pittura, che pratico anch’essa da molti anni. Ritengo che su certi fraintendimenti relativi al rapporto tra arte e tecnica abbia pronunciato delle parole definitive Claude Chabrol: 'Le questioni tecniche? Si risolvono al massimo in quattro ore'. La tecnica, cioè, è l’uso corretto di un certo strumento, e non la si può far diventare prevalente sull’espressione artistica. Anzi, la tecnica dev’essere al servizio dell’arte, dev’essere un mezzo attraverso cui esprimersi. Ciò di cui, come artista, hai bisogno è un tecnico che ti garantisca una certa prestazione ma essa non è altro che l’esecuzione ottimale di qualcosa che tu, appunto in quanto artista, hai precedentemente stabilito e delineato nella tua mente. In occasione del mio secondo film, Musikanten, che è dedicato all’ultimo periodo della vita di Beethoven, ho sperimentato, avendo sempre accanto a me il direttore della fotografia, tutto quello che c’era da sperimentare per quanto riguarda le luci. Una volta stabilito quale fosse, per me, la fotografia giusta in una data scena, ho percorso la mia strada senza esitazioni. Ho un aneddoto a questo riguardo. Eravamo in Engadina e inviavo regolarmente ai laboratori di Cinecittà circa un minuto del girato giornaliero affinché lo stampassero su pellicola. In un’occasione è capitato che da Roma mi dicessero di rifare tutto quanto perché non si vedeva nulla ma io ho insistito e ho chiesto di andare comunque in stampa. L’indomani, avendo visionato la pellicola, da Roma mi hanno comunicato che il risultato era ottimo. Se insomma avessi dato retta a tutti i consigli 'tecnici' che mi giungevano da più parti, avrei perso numerose opportunità artistiche. Una delle scene secondo me tra le più belle di Musikanten, che io definisco mistica, è quella in cui Sonia Bergamasco ascolta rapita della musica in un negozio di dischi. Ebbene, l’ho girata utilizzando una minuscola telecamera che si chiama 'lipstick'” e costa meno di mille euro”.

Nel libro vi è anche un curioso passaggio su Battiato tredicenne in Sicilia. “Al periodo giovanile appartengono degli aspetti negativi che ognuno di noi, in seguito, è chiamato a modificare e a correggere, penso sia un dovere degli uomini e delle donne degni di tale nome. Faccio un esempio: quando avevo circa tredici anni ero preda di una smania di virilità che oggi, sinceramente, mi imbarazza: mi guardavo allo specchio e speravo mi fosse venuta la barba, che mi fossero cresciuti i peli... Era un’aspirazione rozza, più legata alla sfera 'animale' del nostro essere che non a quella propriamente umana. Oggi, se potessi, di peli sul corpo non ne terrei più neanche uno!”.

Il mare di Riposto, l'antica Jonia che diede i natali a Battiato, foto di Salvo Fallica



© Riproduzione riservata
Pubblicato il 05 agosto 2019





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