Il Franco Battiato di Aldo Nove, o della facoltà dello stupore (suo e nostro)

Libri e Fumetti Il libro di Nove su Battiato (edito da Sperling & Kupfer) va oltre la classica biografia. Narrazione esistenziale, interpretazione delle opere, riflessioni filosofiche sul substrato della creatività musicale e metafisica del cantautore e compositore siciliano si sfiorano e si fondono. Nove intravvede nella dimensione artistica di Battiato un'estetica ed un'etica dello “smarrimento”, la meraviglia della conoscenza mossa dalla ricerca spirituale che va oltre le apparenze

Una fenomenologia del mondo di Franco Battiato. Non solo una biografia esistenziale ed artistica, musicale ed intellettuale, ma un lavoro filosofico che mira a cogliere l’essenza del “fenomeno”. Il libro di Aldo Nove su Franco Battiato va oltre la classica definizione di biografia, è una ermeneutica cultural-filosofica di un artista geniale. Ed è anche un’autobiografia, i ricordi della propria vita che uno scrittore del calibro di Nove interseca con il lavoro di racconto ed interpretazione dell’esistenza e del pensiero creativo di Battiato.

Può dunque dirsi che il Franco Battiato di Aldo Nove, edito da Sperling & Kupfer è un libro che ha molteplici livelli interpretativi. Narrazione esistenziale, interpretazione delle opere, riflessioni filosofiche sul substrato della creatività musicale e metafisica di Battiato si sfiorano ed a volte si fondono. Poiché la lettura interpretativa della dimensione vitale e spirituale di Franco Battiato è ricca di storie ma anche di piani che si sovrappongono, di una molteplicità di esperienze empiriche ed intellettuali che hanno caratterizzato e caratterizzano la ricchezza poliedrica di Franco Battiato. Per Aldo Nove Battiato è uno dei più grandi geni della musica contemporanea, è un pensatore originale, è un artista di enorme talento, è un filosofo che sa trascendere il confine delle cose, è un poeta che sa esplorare infiniti mondi.

Nove intravvede nella dimensione artistica di Battiato una estetica ed una etica dello “smarrimento”, una filosofia dello stupore, la meraviglia della conoscenza mossa dalla ricerca spirituale che tende all’essenza dei fenomeni, ad andare oltre le apparenze. Aldo Nove scrive: “(…) Una vera (est)etica dello smarrimento e del viaggio che ne segue, in un’omerica peregrinazione lungo tappe dello spirito a cui partecipa trascinando chi l’ascolta a fare altrettanto. Battiato ha sempre voluto e vuole farci smarrire con vari stratagemmi (Dieci stratagemmi, non a caso, è il titolo di uno dei suoi ultimi dischi), ammaliandoci con imprevedibili e sempre nuove aperture sul panorama, sul loro molteplice schierarsi, sul loro naufragare e poi tornare, di fronte a un inaspettato che si rivela poi come ricordo che rapidamente riemerge a dar contezza della complessità e della meraviglia della sua e della nostra vita. La facoltà dello stupore (suo e nostro) è dunque il perno primordiale attorno a cui ruotano le opere di Battiato e Battiato stesso. Noi insieme a lui”.

Aldo Nove

L’esistenza intesa come ricerca, un fluire dinamico per riprendere il filosofo Eraclito, in continuo fieri. Nove individua già in un tema scolastico di Battiato fanciullo il nucleo della sua ricerca interiore. “Affiorano così, in modo perentorio, gli interrogativi di tutta la sua futura vita di artista, e il consolidarsi dell’idea di reincarnazione. Che significato avrebbe il nostro apparire su questa terra per poi disparire nel tempo di un istante che, nell’economia più vasta del cielo e dell’intero universo, è del tutto insignificante? Questo genere di riflessioni si affacciavano spesso nella mente del Battiato bambino, fino a prendere tutta la sua esistenza. Esistenza intesa come ricerca. Partendo dalle fondamenta sempre date per scontate, se non ignorate, per giungere poi al loro culmine, quello della morte, che in effetti, ma in una chiave per molti inedita, tendiamo a scansare fino a che proprio la morte stessa, più volte definita dal Nostro come ‘unico evento a cui nessuno scappa’, non ci obbliga ad affrontarla”. “Sappiamo che ne era ossessionato David Bowie. Lo stesso fu per Battiato, che di fronte a quella pagina bianca si sentiva totalmente smarrito. Allora prese la penna e vergò il titolo: ‘Io, chi sono?’ Nel corso dei decenni successivi la domanda continuerà a riproporsi, tendendo al giovane di Riposto parecchie ‘imboscate’ esistenziali, quanto mai preziose per lui e per tutti noi. Mancano ancora degli anni. Ma sta per arrivare il giorno in cui ogni album costituirà una diversa fioritura della domanda che Battiato bambino pose a sé stesso e a tutti noi gettandosi in quel tema”.

L’adolescenza dell’artista nato a Ionia

Battiato a otto anni nella copertina di “Fisiognomica” del 1988

“Gli anni dell’adolescenza di Battiato sono sempre più marcati da un’insofferenza nei confronti di Riposto e dalla percezione di quanto stava accadendo nel mondo. La sua passione si è fatta intanto più ineludibile. La musica comincia a prendere il sopravvento su tutto. Dopo avere strimpellato le chitarre del padre e del nonno, dopo avere ricevuto in dono una fisarmonica che goffamente studia per il puro gusto di trarne dei suoni, dopo avere ottenuto dalla zia il permesso di organizzare dei brevissimi concerti per le ragazze che seguivano i suoi corsi di ricamo, a tutti (con l’interesse del fratello Michele, l’indifferenza della madre e una certa ostilità da parte del padre) è chiara la sua ‘vocazione’. Dopo le scuole medie si iscrive al liceo scientifico, senza alcuna convinzione ma soltanto per fare felice il padre, che voleva il figlio ‘studiato’. Poi si iscrive pure all’università, facoltà di Lingue, che abbandona con disprezzo dopo soli due esami”. “Turi Battiato morì per ictus poco prima che suo figlio Francesco compisse diciott’anni. Non c’era dunque più nulla a trattenere il giovane, venuto meno l’atavico legame con l’isola”.

L’Isola nella quale successivamente tornerà come luogo di pace e di creazione, di meditazione ed idillio con il mondo etneo di Milo, era nella fase dell’adolescenza il luogo da cui fuggire. E se a Roma non era stato compreso sarà invece Milano il luogo del successo. Dimensione prima di sacrifici e poi della grande affermazione. Nove sottolinea che “Francesco Battiato si è sempre dimostrato entusiasta del suo arrivo nella capitale del Nord. Nessuno smarrimento del provinciale nella grande metropoli. Ripete di amare la fittissima nebbia, oggi scomparsa, che rende tutto onirico. Gli piace sentir arrivare il suono del tram prima che, trafiggendo quella densa, lattea oscurità, se ne intraveda la forma. E soprattutto nessun rimpianto. I propri desideri, la chitarra e pochissimi spiccioli. La Sicilia era svanita, la girandola impazzita delle merci, i palazzi così diversi da quelli della sua terra natia gli apparivano (pur nella pesantezza, nella consapevolezza di quanto quel mondo fosse spietato) come la prima tappa di un viaggio infinito”.

E vi sono aneddoti che riguardano la ‘fame’ prima della ‘fama”. “Ed è a sprazzi (a frammenti) che riemergono, nei decenni successivi, immagini di quei giorni. Una delle memorie che più spesso affiorano è quella della fame. In più occasioni Battiato l’ha descritta. Una fame reale, data dal mettere insieme qualcosa di simile a un pranzo e a una cena senza averne i mezzi materiali. Gli aneddoti sono diversi, e tutti apparentemente tristi. Per sopravvivere gli bastavano anche un caco e un po’ di pane. Oppure un sacco di patate, che era sufficiente per una settimana intera. Di questo aspetto della sua esistenza, per altri possibile fonte d’umiliazione o depressione, Battiato non si è mai lamentato, quasi osservando dall’esterno uno sbiadito ‘ritratto dell’artista da giovane’, per dirla con Joyce”.

L’inizio dell’ascesa di Franco Battiato

Battiato nel 1967 in tv a “Diamoci del tu”

“L’anno prima della successione di singoli raccolti nell’antologia della collana SuperStar, e destinati a sparire nel nulla se l’autore e l’interprete di quei brani non fosse diventato il primo cantante, con La voce del padrone, a superare con una velocità mai successa il milione di copie vendute, Battiato incise il suo primo vero singolo con la canzone ‘La torre’. Il brano è un ballabile piuttosto insignificante ma gli consente, con l’aiuto dell’amico Giorgio Gaber, di apparire per la prima volta in televisione, nel corso del programma Diamoci del tu, condotto dallo stesso Gaber e da Caterina Caselli. In quell’occasione, Caterina Caselli proponeva un altro giovane di belle speranze al suo debutto e che, come Battiato, faceva di nome Francesco. Si trattava di Francesco Guccini. Gaber, poco prima della trasmissione, chiese a Battiato, vista la presenza dei due Francesco, di cambiare il proprio nome in Franco. Battiato non batté ciglio e nacque così, possiamo dire per caso, il nome che il Nostro manterrà per tutta la sua carriera”.

Fetus: musica, biologia e filosofia

“Fetus” primo album di Battiato del 1972

Molto efficace anche l’analisi di “Fetus”. Nove sostiene: “Il brano è già di per sé un piccolo saggio filosofico, oltre a qualcosa di, in senso letterale, inaudito: non si era mai ascoltato prima qualcosa di simile. Battiato che si identifica nel suo sperma (che è la forma concreta della sua energia creativa in senso quanto mai terrestre, ma anche animale): potrebbe essere però anche, rifacendosi alle parole successive, lo sperma, o meglio lo spermatozoo, all’origine della biografia dello stesso Franco Battiato (e di tutti noi), nel, mi verrebbe da dire, prima del prima, puro antefatto biologico comune all’umanità e a ogni forma vivente. Ma anche, nella sua successiva forma cosciente, costruzione del suo ego, del suo falso essere al centro dell’universo, falso ma necessario a ‘fare sul mio metro questa personalità’ che è poi l’artificiale substrato di ogni individuo. La pura energia che si fa materia che si fa uomo e, rivestita appunto dalla sua personalità, quasi fosse un vestito (e Battiato, successivamente, userà più volte questa metafora) destinato a essere smesso per tornare a essere, nuovamente, pura energia. C’è già, in questo brano, per quanto in una forma leggermente rozza, tutta la poetica del Battiato dei successivi (quasi) quarant’anni”. “(…) Un Battiato che si presenta al mondo intero (Fetus verrà stampato anche in Inghilterra e in Spagna) come cantore, unico al mondo, delle scienze e delle filosofie e delle religioni più disparate, attraverso la narrazione della vita tutta, a partire dalle cose più piccole fino all’intuizione dell’Uno”.

“Battiato prosegue con quello che diventerà uno dei suoi ‘classici’: ‘Areknames’, vero capolavoro del Maestro, sempre riproposto nei decenni successivi. Un’epica arcaica e potentissima, una melodia che sembra provenire direttamente da una corte faraonica o ancora di più, dai primordi della nostra civiltà, scaraventata (attraverso lo straniamento dell’organo) in uno degli infiniti futuri che ci attendono”.

Battiato e la fase dei concerti alternativi da Fetus a Pollution

Anche “Pollution” è del 1972

Nove ricostruisce un’altra fase di Battiato che però non durerà molto: “Pochi hanno memoria di cosa fossero i concerti di Battiato nel periodo che va da Fetus a Pollution, e purtroppo non ne abbiamo documentazioni video. Erano vere e proprie follie tribali in cui poteva succedere di tutto. Battiato che dava fuoco a crocifissi con il suo volto al posto di quello del Cristo. Oggetti di ogni genere che venivano scaraventati sul pubblico. Il pubblico che lanciava sul palco qualunque cosa. Urla isteriche a zittire brani che spesso erano infinite devastazioni musicali, al massimo del volume ma anche della sopportazione uditiva. Le casse a livelli insostenibili. E Battiato che, con abiti che definire stravaganti è dir poco, si agitava sul palco rompendo gli strumenti. Ci fu qualcuno che lo definì l’ ‘Alice Cooper italiano’. Dietro a tutto questo l’irreprensibile Gianni Sassi, che aveva in effetti creato una sorta di freak mistico, un alieno mostruosamente attraente per un pubblico in cerca di emozioni forti”.

La copertina di “Ciao 2001” del 25 marzo 1973 dedicata a “Pollution”

Battiato, però, finisce per rompere con Gianni Sassi e cerca una strada nuova, il nuovo cambiamento… Aldo Nove: “Ma è chiaro che per uno spirito riservato come quello di Franco Battiato questo modo di proporsi, e soprattutto di viversi, non può durare a lungo. Francesco Battiato non regge più il personaggio Franco Battiato così come è stato concepito nella sua trasformazione del 1972. Affronta forse il periodo più difficile della sua vita. Rompe con Gianni Sassi. Deve ricominciare. Da capo. Da altrove. E così parte all’improvviso per gli Stati Uniti, dove non si troverà bene. Anzi, si perderà sempre di più. Passeggiando di notte senza una meta. Dormendo in alberghi sconosciuti, notte dopo notte. Fino a sfiorare più volte il suicidio. Non può riconoscersi nella maschera che sta indossando. Tocca il fondo e lì, racconterà anni dopo, inizia la risalita. Riprende il viaggio. Torna in Sicilia. A confrontarsi con sé stesso. Solo, con sé stesso. Già prima della crisi pensava a un nuovo album…”

La Voce del Padrone ed il trionfo

“La voce del padrone” del 1981, più di 1 milione di copie vendute

E’ molto interessante anche il modo in cui Nove racconta il trionfo di Battiato: “Non è facile descrivere il disco di maggior successo nella storia della musica italiana. Non è facile soffermarsi su una tale raffica di capolavori in grado di radere al suolo ogni avversario musicale. E non è facile neppure descrivere come, nel mondo della canzone italiana, esistano un ‘prima’ e un ‘dopo’ La voce del padrone. E la cosa non riguarda soltanto Franco Battiato. Riguarda un’intera popolazione che si abbandona completamente alla dispersione delle storie (generalmente d’amore, o d’impegno sociale, o di qualunque argomento a tenere insieme il testo) che fino a questo scarto, direi, quasi di paradigma linguistico, hanno dominato il panorama della musica leggera. Battiato, in fondo, non fa che riproporre quello che, in modalità sempre diverse, ha fatto per tutti gli anni precedenti (a parte gli ancora indecisi 45 giri degli esordi), ossia l’evocazione al posto della narrazione”.

“All’inizio del 1982 La voce del padrone vende, con un ritorno di popolarità improvviso, centocinquantamila copie: un ottimo risultato. Ma poi incomincerà a crescere con una forza incredibile, fino a superare il milione di copie e diventando così il disco più venduto della storia d’Italia. Diventa una sorta di fenomeno. Il fenomeno Battiato. Piovono gli inviti televisivi, ai quali Battiato partecipa tra l’annoiato e l’infastidito. E piovono anche i soldi, che Battiato, non dimentico di anni davvero difficili alle sue spalle, provvede in parte a regalare a meno fortunati amici del suo ormai consolidato, e consacrato, percorso artistico. Il tour seguente sarà il più fortunato del Nostro”.

Alla ricerca delle scaturigini religiose

Franco Battiato nel 2010

Nove sottolinea che “in diverse occasioni Battiato ha affermato che la sua base spirituale è cattolica. Secondo i principi delle Scienze tradizionali, non potrebbe essere diversamente. A detta dello stesso René Guénon, le troppo facili ‘conversioni’ sono anche tentativi, pur legittimi, di fuga dal proprio destino. E la religione che apprendiamo da piccoli, l’humus religioso in cui cresciamo, è l’habitat spirituale che comunque ci portiamo dentro tutta la vita. Battiato ha letto e meditato più volte l’intera Bibbia e si è ispirato spesso a san Giovanni della Croce e a sant’Agostino, e lo testimoniano la sua stupenda Messa arcaica (1994) e pezzi come ‘Pasqua etiope’ (1979), e così su e giù per la sua cinquantennale produzione. Ma è proprio approfondendo, ‘immergendosi’ in questa radice mistica che Battiato apre a ogni forma di religiosità, dal paganesimo romano all’impronta essenzialmente sessuale della spiritualità nel tantrismo fino alla percezione del cosmo delle tribù cosiddette ‘primitive’. L’essenza dello Spirito è la stessa in ogni sua manifestazione. Tra lo Spirito (che è universale e atemporale) e il nostro universo ci collochiamo noi, ‘che siamo solo di passaggio’.”

Nove propone una suggestiva visione della concezione artistica di Battiato: “Battiato ha abbattuto tutti gli steccati, tutte le etichette. La sua musica rifiuta gli incasellamenti. Trascende. Libera. Pura. Lo avevano già fatto (che inorridisca chi vuole: l’abito dell’incasellamento è duro da smettere per chi l’ha eletto a ragione di vita) Wolfgang Amadeus Mozart, Giuseppe Verdi e diversi altri, sintonizzati sulle stesse frequenze di Franco Battiato e facilitati dall’essere vissuti in momenti storici in cui non esisteva la dicotomia «musica commerciale» versus «musica colta». Mozart suonava per celebrare il divino e per divertire (divertendosi) il pubblico. L’anno successivo (1989) Battiato sarà il primo cantante pop a esibirsi live per un papa, Giovanni Paolo II, in un memorabile concerto che terminerà in una travolgente esplosione di applausi e il pontefice che si affretta a congratularsi, con espansive strette di mano, con l’ex ragazzo che, arrivato a Milano senza una lira e con una chitarra, voleva diventare cantante”.

Per capire la personalità originale di Battiato è importante anche questo passaggio di Nove: “Giubbe rosse è un album doppio che si presenta forte di un’esperienza ormai trentennale. Una curiosità: in copertina il nome del Nostro non compare. Con estrema ironia vi leggiamo, infatti: ‘La EMI italiana è abbastanza lieta di presentare Giubbe rosse, il primo album dal vivo del cantautore siciliano’. Siamo al parossismo dell’autoironia: Battiato ha sempre rifiutato l’etichetta del cantautore, ma visto che deve mettersene una, sceglie quella che gli piace di meno, caratterizzandola geograficamente. ‘Cantautore siciliano’ è la definizione sgangherata che Battiato sceglie di sé per immergersi, critico e sornione, nel mare magnum della discografia commerciale che infinite volte ha criticato ma nella quale deve collocarsi (in diagonale?) per comunicare con il suo pubblico”. “A noi interessa qui il brano inedito, ‘Giubbe rosse’, che è una gradevolissima summa, come al solito in frammenti, della vita di Battiato a partire dalle vicissitudini storiche della sua ormai riconquistata terra d’origine e delle sue nuove condizioni di vita: ‘Abito in una casa di collina / e userò la macchina tre volte al mese / con duemila lire di benzina / scendo giù in paese / quante lucertole attraversano la strada / […] prendere i collari in farmacia per i cani / e ritirare i vetri cattedrale del gazebo’. I riferimenti sono alla sua nuova e definitiva villa di Milo, vicinissima all’Etna, che diventerà il buen retiro di Battiato ma anche la sua Itaca, quel punto del viaggio in cui mito e realtà quotidiana si cristallizzano, in una dimensione temporale e dal tempo fuggitiva…”

Battiato nella sua casa di Milo

Il libro è ricco di contenuti ed interpretazioni, è analizzata l’ampia opera di Battiato, fino all’ultimo album. Ma anche il suo cinema, l’arte pittorica. Ed Aldo Nove dedica parole bellissime a “La cura” che viene definito un “capolavoro assoluto dell’umanità”. E spazio importante è dedicato ad altri capolavori artistici, ai duetti Battiato-Alice, al sodalizio con il filosofo siciliano Manlio Sgalambro. Un bel libro da leggere, rileggere. Un testo che mostra il genio di Battiato con eleganza narrativa, con fascino intellettuale, con ricchezza di aneddoti e profondità di pensiero.

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