Silenzi e misteri nella Palermo di Farinetti tra arcadia e oblio perenne

Libri e Fumetti Romanzo "siciliano" per lo scrittore piemontese che porta il suo personaggio feticcio, lo sceneggiatore Sebastiano Guarienti, in un'affascinante Palermo sul cui sfondo si consuma un delitto. Da sempre molto affascinato dalla città – con le sue contraddizioni e i suoi paradossi, bellezza e devastazione del patrimonio storico, festosità mescolata a cupezza – l'uomo vola in Sicilia per un matrimonio della Palermo bene. Uno strano e misterioso inseguimento lo porterà a fare scoperte sconcertanti

Palermo raccontata attraverso un romanzo avvincente dal titolo “Doppio silenzio”, scritto dal piemontese Gianni Farinetti, edito da Marsilio. Un testo che accanto al piano narrativo sviluppa una interpretazione storico-architettonico-sociale ed un’analisi antropologico-filosofica. Un racconto che parte dalla visione aerea di Palermo, dal volo che porta il protagonista – lo sceneggiatore Sebastiano Guarienti – nel capoluogo siciliano. Guarienti è invitato ad un matrimonio importante, dell’alta società. Sull’aereo leggendo un giornale apprende la notizia di un omicidio avvenuto a Palermo, un noto imprenditore edile è stato assassinato in modo violento nelle rovine di un’antica villa. All’inizio non dà importanza alla notizia ma in realtà l’evento entrerà in maniera indiretta nel suo viaggio. Sceso dall’aereo Guarienti si muove verso la città. 

L’autore fa vivere ogni spostamento del suo protagonista delineando il contesto attraverso i luoghi: “Vede apparire l’incombente profilo della Montagna Longa e la sottile striscia della pista sotto di loro che sembra perdersi nel mare. Là, tra pochissimo, c’è Palermo con i suoi palazzi, i suoi delitti, gli estenuanti languori barocchi della pietra e della carne. Perché, si chiede Sebastiano guardando dal finestrino del taxi lo sfilare delle villette abusive sul lungomare del golfo di Carini, perché questa città mi prende così? Succede da sempre, fin da quando era piccolo e c’era venuto per la prima volta con i suoi in vacanza. È strano, ci sono luoghi che ci piacciono e altri meno o per niente, e tra quelli che ci hanno attratti non è detto che per questo si possa provare un’ansia di tornarci, fermarsi un po’, capire meglio perché questo posto invece di un altro, magari più rassenerante, non del tutto sconosciuto. 

L’aereoporto di Palermo sotto Montagna Longa

Sorride tra sé: niente famose radici, a meno che, devo chiederlo alla mamma, tra i nostri avi non ci sia stata una trisnonna che ha fatto una scappatella, forse una fuitina, con qualche prestante siculo. Vite precedenti? E chi lo sa? S’immagina di essere stato una stizzita nobildonna murata viva in un convento di clausura (ma non ci si vede a impastare biscotti al pistacchio furibonda verso sorelle e cugine sposate e sistemate), o un malvagio inquisitore cinquecentesco (ipotesi malsana ma già più romantica ), o un saraceno che in vista della costa, assettato di conquista, stringendo un coltellaccio fra i denti…”.

Gianni Farinetti. Nato a Bra il 24 novembre 1953, vive a Torino

Come un regista l’autore coglie diverse prospettive del paesaggio ed attraverso i luoghi ne racconta l’anima e le contraddizioni: “L’auto doppia il Capo dell’Isola delle Femmine e laggiù, sulla sua sinistra, il porticciolo di Sferracavallo con i chioschi di pesce, il pigro lungomare di Barcarello, la mole in piena luce di Monte Gallo. Non ci sarà tempo per farci un salto questa volta, peccato. Comincia la discesa verso la città e l’intima euforia prosegue, si accresce. 

Un visitatore di un tempo, metti al solito Goethe costantemente stupefatto – e un bel po’ scandalizzato – che faccia doveva avere arrivando al porto fronteggiando la frastagliata schiera di palazzi e monasteri, le tende chiare sui balconi, le carrozze alla Cala in attesa dei viaggiatori? La scenetta è da vedutista d’epoca, cielo di smalto, le montagne sfumate nei vapori della calura estiva, frotte di servi affaccendati sulle banchine. Ma di certo anche polvere, odore di sterco di cavallo, di miseria, bambini nudi intenti a chiedere l’elemosina. Ecco Palermo come tramanda se stessa, garbata, oscura, altera, vendicativa, ossequiosa. Sfuggente sempre”. Ed aggiunge: “Là, ma solo come richiamato da un’inconfondibile lucentezza, il mare di Mondello, e invece, chiarissime, le falde di Monte Pellegrino (il solito Goethe  in estasi, che formidabile uomo marketing, la miglior pro loco possibile tra Sette e Ottocento)”. 

Il viaggio in Sicilia di Johann Wolfgang Goethe

Poi l’auto s’inoltra “tra gli immani palazzoni di via Belgio, poi di viale Strasburgo. Qui niente abusivismo, o forse anche sì, ma la scellerata decisione politica di spolpare la Conca d’Oro e i suoi perduti agrumeti. Casermoni di dodici piani appena mitigati dal verdeggiare degli alberi”.

Guarienti si reca al matrimonio in un palazzo storico e qui incontra la sua amica, la principessa Consuelo Blasco-Fuentes.  E gli vengono presentati i membri della famiglia della sposa, i Galvano, tra i quali spiccano i gemelli Diego e Giulia, due giovani affascinanti ma con aspetti di ambiguità. “Sì, ripensa Sebastiano, oltre ai vedutisti anche qualche fotografia d’antan seppiata con tanta gente riunita sulla terrazza, signore con smisurati pennacchi bianchi, uomini in marsina, il Kaiser Guglielmo in primo piano blandito da una Franca Florio alta due spanne più di lui. Il Kaiser questa volta è sostituito dal presidente della Regione, gli altri – a parte qualche vegliardo imbustato – sono funzionari in giacca e cravatta scura e qualche vistosa patronessa di associazioni o enti, oppure sovrintendenti o mogli di qualcuno che è qualcuno. Consuelo domina questa massa curiosa, un poco attonita di essere qua. La vede girarsi verso una persona che è appena arrivata, un uomo anziano con una bella testa di capelli candidi pettinati all’indietro e quei riccioletti sul collo che portano i gentiluomini inglesi e i signori palermitani, e, appena dietro di lui, un ragazzo biondo che sembra la sua controfigura da giovane”.

Palermo nobiliare: palazzo Alliata dfi Villafranca

Dopo il matrimonio Guarienti ha in mente di ripartire ma non sarà così. Un incontro inaspettato, una figura che sembra tornare dal passato lo porta ad una sorta di inseguimento. Quel giovane gli ricorda un suo amore di venti anni prima. Accanto a questa sua ricerca si intersecano le notizie sul delitto dell’imprenditore.

Ciò che resta della Conca d’oro di Palermo

Sebastiano Guarienti compie un viaggio fra luoghi splendidi e siti devastati, tra sfarzo e povertà, fra fastosità e cupezza. Un itinerario nei meandri di una delle città più affascinanti e contraddittorie dell’Europa mediterranea. Una città di mare che moltissime volte ha voltato le spalle al mare: “Avete uno strano rapporto con il mare voi palermitani”. Inesistente, abbiamo sempre dato la schiena al mare. I nostri palazzi sono rinserrati nel chiuso delle mura che una volta cingevano il centro; le ville, a parte qualcuna come questa, sono rivolte alla campagna, alla roba cioè. E lo sai perché?’.  Sebastiano scuote il capo, l’altro prosegue: “Perché il mare è vita grama, è sudore, emigrazione, e non si può comprare, né vendere, né costruirci sopra. Ci piace guardarlo, certo, ma da una qualche distanza. E ormai nessuno farebbe più un bagno in queste acque”.  

Il vecchio signore fa una risatina: “Sì, siamo matti, strani, incoerenti e ci meritiamo il disastro che abbiamo combinato. Ma continuiamo a vivere nel più bello dei luoghi, o almeno lo è stato”. Tornano a guardare il mare. Una nave da crociera sta attraccando al porto, altre più piccole prendono il largo. Palermo brilla sotto di loro, il centro è una massa più scura rispetto agli immensi nuovi quartieri, mantiene ancora un aspetto austero, conventuale. Sui tavoli del buffet c’è ogni sorta di prelibatezze, quei cibi siciliani anch’essi barocchi nell’aspetto e nel gusto. Sebastiano ricorda quasi a memoria un brano del Gattopardo: ‘Coralline le aragoste lessate vive, cerei e gommosi gli chaudfroids di vitello, in tinta acciaio le spigole immerse nelle soffici salse… dieci altre crudeli, colorate delizie’”.

Il porto di Palermo dall’alto

Ma cos’è davvero la Sicilia? Qual è l’essenza di questa Isola? L’autore fa riflettere il protagonista del suo romanzo e gli fa esprimere alcuni pensieri: “S’incamminano sul sentiero fianco a fianco in un silenzio irreale. È vero, pensa Sebastiano, quello che si dice della Sicilia, che è troppa, troppo stupore, contraddizioni, l’arcadia a braccetto con il desiderio di morte, di oblio perenne. Camminano per un breve tratto che sembra una galleria di granito, in alto ancora abeti e bassi cespugli. Giovanni gli sorride col più fascinoso dei sorrisi: ‘Sei pronto?’. Sbucando dalle rocce tutta Palermo è sotto di loro, lo specchio ribaltato del panorama visto dai Requentes. Laggiù Monte Pellegrino che da qui appare come fosse un piccolo colle, la città che brucia, l’arco del golfo fino all’altipiano dove sonnecchia Bagheria, la spiaggia di Aspra, il bruno di Capo Mongerbino. Così devono averla vista gli arabi quando erano saliti quassù per capire cosa stavano colonizzando, e si erano di certo meravigliati di tale bellezza congegnando di farne il paradiso in Terra, come coltivare quelle sassaie, far defluire i torrenti, creare cisterne, laghi, palmeti, delizie di campagna raccolte poi dai generosi Normanni, dai crudeli Viceré. Giovanni guarda e forse è commosso: ‘Eccola la Conca d’Oro, sono rimasti il mare, queste montagne inospitali, e il cielo, certo, e lo scempio perpetrato ma il disegno originale è questo. Da quassù sembra bella persino la città, vero? Ed è bella sì’. Sebastiano annuisce, non è solo il mare che va guardato da una certa distanza, ma tutta Palermo”. 

E la descrizione-interpretazione continua: “Il centro antico è solo un remoto puntolino, le vecchie e nuove periferie si addensano sguaiate fino alle prime falde delle montagne. ‘Guarda qui in basso’, Giovanni indica proprio sotto di loro un’ampia parte ancora di verde punteggiata solo da qualche casolare. ‘È l’unica porzione coltivata rimasta, l’ultimo rifugio dei contadini, di chi lavora ancora la terra. Ulivi, carrubi, vigneti, mandorli, melograni, orti, i sopravvissuti agrumeti. Sai perché si chiama Conca d’Oro? Perché gli agrumi, specialmente i mandarini, hanno le foglie così lucide che riflettono il sole’”. Il finale del romanzo è sorprendente, tutto da scoprire..

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