«I mercati di Palermo sono luoghi di unione e relazionalità, non solo di scambi economici»

Libri e Fumetti Lo storico Gaetano Basile e il fotografo Andrea Ardizzone hanno pubblicato con Kalos “Frugando tra i mercati di Palermo. Una foto, una storia”, un volume di 144 pagine in cui raccontano l'anima più recondita dei mercati di Ballarò, del Capo e della Vucciria

In tre metri per tre Renato Guttuso riuscì a condensare tutti i colori e i sapori della Vucciria. Allo storico Gaetano Basile e al fotografo Andrea Ardizzone sono invece servite 144 pagine di storie e foto per raccontare i mercati di Ballarò, Capo e Vucciria.

Gaetano Basile e Andrea Ardizzone

Gaetano Basile e Andrea Ardizzone

«Da sempre – afferma Ardizzone – fotografo tutto ciò che è sicilianità. I mercati hanno attirato sin da subito la mia attenzione, ecco perché con Gaetano abbiamo scelto i volti, le situazioni e i luoghi che potessero meglio rappresentare i suoi ricordi». Oltre 10.000 scatti realizzati dal 1985 a oggi: «Quando li ho visti – aggiunge Basile – ho subito pensato che si potessero raccontare tante storie, ecco com’è nato “Frugando tra i mercati di Palermo.Una foto, una storia”, edito da Kalos. La cosa più difficile è stata sceglierli, ne abbiamo selezionati 400 ridotti poi a 150».

Palermo, mercato La Vucciria, piazza del Garraffello – ph Andrea Ardizzone

Imprenditore nel settore della moda, Ardizzone nel 1995 cede l’attività ai figli per dedicarsi esclusivamente all’arte fotografica, ha all’attivo diverse pubblicazioni fra cui “La via dello zucchero”, “Palermo: cento chiese nell’ombra” e “Bagaria”, con Giulia Sommariva. «Negli anni ‘80 – rivela – ho scippuliato un po’ di tecnica ai più grandi fotografi italiani». È grazie alla lezione di Scianna, Fontana, Minnella, se le sue foto sono così cariche di significato, non solo nelle inquadrature – si spazia dai primi piani, ai dettagli fino alle panoramiche – ma anche nella tecnica che varia dall’analogico al digitale, dal colore al bianco e nero. Basile, scrittore e divulgatore della cultura siciliana, ha invece raccontato in lungo e largo la sua terra in opere come “Tonnare indietro nel tempo”, “Viva Palermo”, “Piaceri e Misteri dello street food palermitano”.

«La Vucciria – racconta Basile – fu la Macondo della mia generazione. Raggiunse il suo massimo splendore nel dopoguerra, piena com’era di oggetti di contrabbando: dischi jazz, sigarette americane e calze di nylon. Allora era un luogo pieno di colori, difficile da immaginare oggi se non guardando il quadro di Guttuso che in una sola immagine condensò gente, cibo e colori. Grazie a quel quadro la Vucciria fece il giro del mondo, e fu così che iniziò il suo declino. I piccoli commercianti di fronte a tanto successo finirono col montarsi la testa».

Palermo, mercato Capo, venditore di sfincione – ph Andrea Ardizzone

A fine anni Novanta Basile, insieme ad alcuni colleghi, tentò di salvaguardare la Vucciria: «Girammo uno spot e qualche mese più tardi realizzammo una serata, ma per tutta risposta i commercianti abbassarono le saracinesche lasciandoci lì. Oggi è diventata il luogo della movida, la droga ha ucciso il commercio serio e onesto». La Vucciria, che ha una storia più recente rispetto agli altri due mercati, prende il nome dal francese boucherie: «In epoca angioina – rimarca Basile – vi sorgeva un macello. In seguito divenne una zona di artigiani come testimoniano i nomi delle vie, mentre nel 1600 fu trasformata in una piazza di grascia». Un mondo perduto del quale restano oggi solo aneddoti e storie come quella di Giuseppe Catanese, soprannominato il dottore del brodo perché durante l’epidemia di spagnola del 1900 è proprio con il brodo che salvò molte vite, o dell’alivaro, vittima dell’avarizia di nonno Gaetano, che comprava le olive in base al numero dei commensali restituendo, il giorno dopo, quelle in eccesso. E ancora quella del gelato di Lucchese, della riffa clandestina e del coccodrillo impagliato nel negozio di droghe e coloniali.

Se Ballarò era l’antico Sūq al-ballarat, cioè il mercato degli specchi e dei cristalli, citato già nel 973 dal viaggiatore arabo Ibn Hawqal, il termine Capo viene da Caput Seralcadii, un misto di latino e arabo, per indicare la strada che portava al giudice di pace mussulmano: « Oggi come allora – garantisce Basile – sfincione e kebab convivono civilmente. Proprio come 1.000 anni fa».
I mercati di Palermo sono un melting pot di culture e razze: «A Ballarò – gli fa eco Ardizzone – c’è multietnicità ma anche tanto colore proveniente dalle merci, presentate dai venditori come vere e proprie opere d’arte».

Palermo, mercato Capo, via Sant’Agostino – ph Andrea Ardizzone

Qui, tra le viuzze lastricate di basolato, il verde dell’alga incontra l’argentea pelle dei pesci pregiati, il rosso del pomodoro esalta la freschezza del merluzzo, il rosa dell’aglio quello degli sgombri. Il polpo majulino spicca sul marmo bianco mentre gli squali sono esposti privi di testa e pelle, per non impressionare i clienti. Anche le interiora bollite vengono impreziosite da una bella foglia di cavolo e dai limoni, mentre i banchi della frutta sono un tripudio di cromie. Per rispettare ambiente e tradizioni sono molti i commercianti che ancora oggi usano il coppo di carta, dal quale si può aprire uno spiraglio per assaggiarne il contenuto strada facendo. «Io mi sento molto legato a Ballarò – continua Ardizzone – , non solo perché è il mercato più antico ma anche perché ci sono i personaggi più interessanti».
Difatti il mercato custodito nel cuore  dell’Albergheria è tutto un brulicare di figure: Totò il commerciante di baccalà e frutta secca, che all’occorrenza vende arance per tutte le tasche, Don Carmelo l’ortolano che per la Festa di Santa Rosalia propone babbaluci ‘a merito’, il cui prezzo dipende dalla faccia dell’acquirente, e Antonino Serio con le sue frittole, un piatto nato nel ‘400 dai resti dei carnaggi, fatto con strutto, zafferano, pepe, alloro e scorza di limone.
Molti mestieri si trovano solo qui come il cascavaddaru (venditore di caci), lo strifizzaru (di frattaglie crude) e lo stigghiularu (di budella).
Immancabili poi il panellaro (venditore di panelle e cazzilli) e il pane cà meusa,per il quale bisogna usare la guastedda –  perché sembra che la mafaldina sia invenzione recente – scegliendo fra “schietta o maritata”, a seconda se la si vuole o meno con il formaggio: «Il termine guastedda – spiega Basile – viene dal normanno gastel etimo odierno del francese gateau. È un piatto inventato da ebrei e mussulmani per i cristiani, con polmone e milza cotti nello strutto, e l’aggiunta di ricotta e formaggio».

Palermo, mercato Capo, venditore di stigghiole – ph Andrea Ardizzone

Il fumo delle caldarroste sta tornando tra banchi, mentre il fumno delle stigghiole non si arresta mai: «Durante gli anni della scuola – prosegue Basile – attraversavo Ballarò tutti i giorni, ecco perché conosco tutti

. Un bambino si ferma, osserva, ascolta, ancora oggi ho in testa tutte le abbanniate». E infatti è nei mercati che si è affermata la cultura orale, fra cuntastorie dediti a narrare le gesta dei paladini e cantastorie che riportavano i fatti di cronaca.
«Nell’abbanniata – spiega l’etnografo – si ricorre spesso alla metafora “Megghi da carni u pipi”, l’uva è bionda come le trecce di mia figlia, il pomodoro ha rubato il colore al sole… insomma pura poesia».
In base ai mesi dell’anno poi si abbanniano le diverse tipologie di pesce, come i uopi tipici di marzo. «Un giorno – prosegue – chiesi al mio pescivendolo due chili di boghe, mi rispose che non ne aveva, gli dissi allora che ne aveva 5 casse, così incuriosito ribadì “chi sunnu ‘sti boghe” e io “i uopi”, lui per tutta risposta mi fa “cca parra giustu”».

Come non è difficile immaginare, qui si parla esclusivamente in dialetto, e addirittura fino a non molto tempo fa ogni rione ne aveva uno proprio, come quello capioto. « Al Capo nacque Don Procopio dei Coltelli, l’inventore del gelato – prosegue Basile -, i Beati Paoli e le loro leggende ma anche il Festino di Santa Rosalia e quello della Madonna della Mercede, la cui statua realizzata nel 1700 con legno di cipresso è interamente ricoperta d’oro. Quando in città si vede una signora con troppi gioielli si dice “pare a Maronna a Mmiccè”».

Palermo, mercato Ballarò, un fruttivendolo realizza il coppo – ph Andrea Ardizzone

Il mercato è un “fatto sociale totale” qui i rapporti tra uomini non passano solo attraverso gli scambi economici ma sono momento di unione e relazionalità. «Nasce qui il primo franchising della storia – continua Basile – per volere da zza Sarina, una signora semianalfabeta che ogni giorno riforniva le lape dei venditori con i suoi sfincioni, facendo realizzare a zzu Pietru l’abbanniata comune in capioto: “chi cièvuru, iu bellu cci u fazzu… è càvuru càvuru”. Anche se lei non c’è più, ho proposto di nominarla Cavaliere del Lavoro perché la sua è un’invenzione di marketing ante litteram. Qui poi è nata anche la joint venture, i venditore di cibo si collocano vicino a una taverna, perché dopo aver mangiato bisogna bere».

È questa la forza di un popolo che vive tra preziose architetture e angoli fatiscenti, quello di riuscire a usare l’ingegno per avviare solide attività utili all’intera comunità. E perché le nostre tradizioni non muoiano, e con lolo la nostra identità culturale, bisognerebbe fare come Basile: «Ogni anno per le feste o in occasione del Festino compro la pupaccena, o il gelato di campagna: investo 10-15 euro l’anno affinché tutti continuino a produrre, e a mangiare».

Commenti

Post: 0

SicilyMag è un web magazine che nel suo sottotestata “tutto quanto fa Sicilia” racchiude la sua mission: racconta quell’Isola che nella sua capacità di “fare”, realizzare qualcosa, ha il suo biglietto da visita. SicilyMag ha nell’approfondimento un suo punto di forza, fonde la velocità del quotidiano e la voglia di conoscenza del magazine che, seppur in versione digitale, vuole farsi leggere e non solo consultare.

Per fare questo, per permettere un giornalismo indipendente, un’informazione di qualità che vada oltre l’informazione usa e getta, è necessario un lavoro difficile e il contributo di tanti professionisti. E il lavoro in quanto tale non è mai gratis. Quindi se ci leggi, se ti piace SicilyMag, diventa un sostenitore abbonandoti o effettuando una donazione con il pulsante qui di seguito. SicilyMag, tutto quanto fa la Sicilia… migliore.