venerdì 24 maggio 2019

venerdì 24 maggio 2019

MENU

La Sicilia mavàra di Cristina Cassar Scalia

Libri e fumetti

Il medico netino, naturalizzato a Catania, ha appena pubblicato "Le stanze dello scirocco" il suo secondo romanzo ambientato a Montuoro, città d'invenzione che attinge tanto a Cefalù quanto a Noto, nel 1968: «Un'epoca che ha lasciato il segno - dice la scrittrice - da lì ha avuto inizio il lento cambiamento dell'Italia e anche della Sicilia»


di Danila Giaquinta

Si trovano su quel pezzo di mare a bordo del traghetto, sulle onde di quello Stretto che separano la loro terra “da tutto il resto del mondo”, davanti a quella “nitida e vicinissima costa” che annuncia Messina, “la porta della Sicilia”. Il viaggio di ritorno sta per concludersi ed è così che comincia la loro storia. Quella della famiglia Saglimbeni, come di altre, dell’Italia e della Palermo del 1968, con i suoi dintorni urbani e campestri, protagonisti tanto amati, scavati e raccontati in “Le stanze dello scirocco”, edito Sperling & Kupfer, il secondo romanzo della scrittrice netina Cristina Cassar Scalia. Nel romanzo il notaio Enzo decide di tornare a casa, a Montuoro, dopo anni trascorsi a Roma, con la moglie Rachele, la figlia Vicky e la storica governante Amelia. Forse perché, come gli aveva detto una volta l’amico Ciccio Ranieri, “la Sicilia è mavàra. Quando uno se ne va, lei gli fa la fattura: che se non torna muore di nostalgia”. Vicky è “indipendente, orgogliosa, testarda e molto sicura di sé. Siciliana è”. Studia architettura, ama le macchine sia quelle che si guidano che le fotografiche, e sta tornando da quella “battaglia di Valle Giulia” che ha immortalato con i suoi scatti. Si ritrova in una realtà tutta a misura di maschio, fatta di zite o zitelle e di troppi, asfissianti pregiudizi. Ma della sua terra scopre tanto altro, fino a non poterne fare a meno: la storia, quella decadenza mista a una bellezza “toglifiato” di palazzi, cattedrali e quartieri. Trova pure l’amore con la A maiuscola e donne, forti e coraggiose, come la zia Rosetta. Sono gli anni del 18 politico, di “Whiter shade of pale”, di Canzonissima, del Carosello.

Cristina Cassar Scalia

Classe 1977, la Cassar Scalia è un medico chirurgo specialista in oftalmologia e scrive da quando aveva 12 anni. I compagni leggevano i suoi racconti durante la ricreazione. Poi, “per colpa” dell’università va in standby ma, finita la specializzazione, riprende la penna. Fino a debuttare, nel 2014, con la sua opera prima “La seconda estate”.

Come nasce l’idea di questo nuovo romanzo?
«Volevo raccontare una storia siciliana, ambientarla in un’epoca che ha lasciato il segno. Parliamo dell’inizio del ’68, di quella fase ancora idealista. In Sicilia era un momento particolare, in cui c’era una grande distanza rispetto al Nord dove la rivoluzione dei costumi era già in atto. Volevo raccontare la società siciliana tradizionale, ma proiettarla nel futuro. Seppure lentamente, quello è stato il momento in cui è cominciato il cambiamento e la facoltà di architettura di Palermo era una delle più accese. Quell’epoca mi ha sempre attratto, mi sarebbe piaciuto viverla. L’obiettivo è pure quello di far trasparire il più possibile l’anima della Sicilia e rispolverare, attraverso le vite e le vicende dei personaggi, aspetti e figure importanti della storia italiana».

Meraviglie architettoniche della Palermo antica, come mai le stanze dello scirocco diventano il titolo del libro?
«Erano luoghi in cui le famiglie si riunivano, si aggregavano per sfuggire allo scirocco, in cui si perdeva il senso del tempo. Nel romanzo diventano una sorta di filo conduttore, l’ambiente in cui si svolgono le scene chiave della storia: la protagonista vive proprio lì i più importanti momenti personali e professionali. E poi sono i primi spazi che la incuriosiscono, che la attraggono».

L’altra protagonista è la zia Rosetta...
«Zia e nipote sono due personaggi femminili forti che, per certi aspetti, si somigliano. Rosetta sembra una remissiva che, inaspettatamente, diventa un modello per la nipote. C’è un salto generazionale ma le loro storie s’intrecciano. Vicky è e appare forte, anche se in realtà non potrebbe permetterselo, ma Rosetta lo è ancora di più, è l’emblema di ciò che una donna riesce a fare nonostante le difficoltà, e pur mantenendo una facciata diversa. Certo, Vicky precorre i tempi e lo fa con fierezza anche grazie al sostegno del padre, un vero innovatore, che guarda avanti e ha una visione moderna della vita. Un siciliano illuminato, dalla doppia anima».

L’altra protagonista è Palermo: c’è tutta, con i suoi spazi, anime e persone. Come mai ha voluto ambientarlo lì, e a quali luoghi si è ispirata per Montuoro?
«A Palermo non ci ho mai vissuto, ma la conosco bene e la amo. Per me è la “città siciliana”, quella che esprime più di tutte la sicilianità. Tutte le dominazioni sono ben visibili, come nella Cattedrale, tutti quegli stili che nella Sicilia orientale non trovi. Palermo l’ho anche studiata. Ad esempio sono andata alla Martorana con un ex professore ed ex studenti che mi hanno raccontato e illustrato, stanza per stanza, corridoio per corridoio, tutti gli spazi, come il cortile dove ci si riuniva, il luogo in cui si faceva l’assemblea. E ho girato con i miei occhi, per scoprire cosa c’era e cosa non c’è più. Erano gli anni del “sacco di Palermo”, quelli della speculazione edilizia, in cui villini liberty di un certo livello venivano sostituiti da palazzoni di cemento armato. E poi ho saputo tanto anche grazie a racconti e testimonianze di amici e dei loro genitori, come di quel Bar Mazzara spesso frequentato da Sciascia e Tomasi di Lampedusa che scrisse proprio lì il suo Gattopardo. Palermo tutt'ora resta ambigua, sontuosa e decadente, ma è così affascinante. Certo, tanti spazi sono stati recuperati come nel quartiere della Zisa che in quegli anni era in condizioni fatiscenti mentre adesso è un posto bellissimo e fruibile, ma ancora oggi ci sono case bombardate nel ’43. Montuoro? L’ho inventato. Volevo metterci dentro tante cose, e così c’è un po’ di Cefalù e qualcosa di Noto».

Palermo, I Quattro Canti

E la Sicilia è cambiata?
«Radicalmente non credo. I siciliani sono ancora un po’ conservatori anche se certi aspetti sono più attutiti. Oggi non è più considerato malcostume vedere una ragazza che parla da sola con un ragazzo. Un tempo le donne, pur essendo la testa delle famiglie e delle aziende, stavano un passo dietro il marito e brillavano di una luce riflessa. Oggi non è più così. Le difficoltà ci sono, da noi ma anche in altri posti. Quanto sia cambiato il maschio siciliano non lo so: quelle figure brancatiane esistevano veramente; adesso, magari, sono più nascoste. In generale noi siciliani siamo sempre orgogliosi della nostra terra».

Quasi 500 pagine in un italiano condito con quel dialetto così divertente. Un lavoro lungo?
«Un anno e mezzo circa. Spesso scrivo la sera. Le pagine più importanti son venute fuori di notte. No, la mattina mai scritto niente di buono».

Cristina Cassar Scalia presenterà "Le stanze dello scirocco"
Il 18 luglio ad Augusta, Libreria Mondadori presso Circolo Unione, ore 19
il 23 luglio allo Spazio Cultura Palermo, aperitivo con l'autore presso "Mida", spiaggia di Mondello - Valdesi, ore 19
il 12 agosto a Scicli, Cortile dell'Opera Pia Carpentieri, ore 21.30.


© Riproduzione riservata
Pubblicato il 07 luglio 2015
Aggiornato il 10 luglio 2015 alle 21:49





TI POTREBBE INTERESSARE

«Risalendo l'Albero della Vita Sophia ritrova l'energia del linguaggio»

Ha scelto uno pseudonimo ebraico, Dliel, per firmare "L'albero di zaffiro" (Dreambook Edizioni), romanzo con cui la psicologa e scrittrice catanese Anna Barbagallo affronta il legame fra piscoanalisi e ebraismo: «La protagonista è una psicoterapeuta in crisi. Grazie alla Qabbalah integra la teoria dell’interpretazione con la “visione” dell’energia trasformativa del linguaggio». Il 23 maggio la presentazione a Catania

Stefania Auci: «Quando Palermo ha voltato le spalle al mare, è iniziata anche la fine dei Florio»

La scrittrice in "I leoni di Sicilia. La saga dei Florio" ha ricostruito «la parte più buia» cioè meno nota della storia della dinastia di imprenditori divenuti la famiglia più potente e ricca di tutta l'Isola. Un libro che sarà tradotto in vari Paesi europei, avrà una sua trasposizione al cinema e pure un sequel: «Ho cercato la perfetta corrispondenza tra verità storica e finzione»

Simona Lo Iacono: «Antonno, l'amico di Tomasi di Lampedusa che pensava al contrario»

E' una storia sul mistero dell'infanzia "L'albatro", il nuovo romanzo, edito da Neri Pozza, della scrittrice-magistrato siracusana, ritratto di due fasi opposte della vita, la prossimità della morte e la fanciullezza, dell'autore de "Il Gattopardo", dove centrale è questa figura di fantasia: «Un bimbo, poi fedele servitore, che vede il mondo ribaltando i canoni della normalità»

Gomito di Sicilia, luci, ombre e paure sull'Occidente trapanese

Più ombre che luci sembrano venir fuori dal racconto del mondo trapanese, tra una storia folgorante ed un presente con poche eccellenze, raccolto nel libro, edito da Laterza, del giornalista e scrittore Giacomo Di Girolamo, cronista di mafia. E' la paura a prevalere, la perdita di identità, la mancanza di progetti di sviluppo

La Sicilia amara di Rita Dalla Chiesa: «Papà, lo Stato ti ha lasciato solo»

E' un testo forte "Mi salvo da sola" (Mondadori), racconto di un pezzo di vita individuale, tra momenti dolorosi e felici, della giornalista e conduttrice figlia del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa ucciso dalla mafia a Palermo. Un libro che, ancora 37 anni dopo il tragico eccidio, non nasconde la rabbia. Un viaggio nell'anima e nella storia d'Italia

Stefania Licciardello: «Libertinia è teatro, è l'anima poetica della terra»

Legata alla terra in quanto perito agrario, ha un'anima artistica corroborata dalla collaborazione con l'associazione teatrale Nèon che ha editato il progetto editoriale. Ecco "Libertinia", libro d'arte da un'idea di Eletta Massimino, autrice delle foto, e con le poesie della Licciardello, sul borgo rurale del Catanese: «Mi sono fermata come in un quadro a scrivere la scena»