Lingua di cane, la vita sospesa dei disperati senza nome

Recensioni E' di poetica bellezza la viscerale lotta per l'emersione dai tragici destini della migrazione di "Lingua di cane", messinscena di Giuseppe Cutino, su testi di Sabrina Petyx, che ha aperto la stagione del Garibaldi di Enna, diretto da Mario Incudine. In scena sei attore ennesi per la prima produzione, realizzata con la Compagnia dell'Arpa, del teatro comunale

“Vietato l’accesso a cani e meridionali” non è un riprovevole annuncio razzista, ma una prassi nei primi anni Sessanta nel Bel Paese italico, che attingeva copiosamente dalle masse operaie meridionali, ad un secolo dall’Unità d’Italia. L’avvocato Agnelli, per farli sentire meno soli e per creare buonumore nei casermoni della Fiat, portò alla Juventus Petruzzu u’turcu Anastasi, Beppe Furino e Franco Causio. Visconti nel ’63 ne fece un film memorabile, “Rocco e i suoi fratelli”, nel ruolo di protagonista Alain Delon che già aveva calcato i set siciliani ne “Il gattopardo”. Il pregiudizio razziale è una malattia mentale, una ribellione dell’io nei confronti del diverso, lo stesso che ti implora a lavarti il parabrezza ai semafori, che ora si affianca a colui che è appena scampato alla morte. Frotte di ragazzi di colore che affollano gli incroci delle città siciliane. Prova a guardarli dritto negli occhi, ne vedi il blu nero del mare che per giorni e notti si è rispecchiato nella loro iride opaca. Se per qualcuno tutto questo è business, per alcuni, per fortuna, è struggimento creativo che commuove il cuore. Per esempio, solo chi non ha capito che “Fuocammare” di Gianfranco Rosi non è un documentario non potrà apprezzarne la poetica bellezza.

Lamantia, D'Angelo, Di Dio, Cantalupo, Di Venti, Rizzo in Lingua di cane, foto Daniele Puglisi

E di poetica bellezza parliamo dopo avere assistito a “Lingua di cane” di Giuseppe Cutino e Sabrina Petyx, che ha inaugurato la stagione del Teatro Garibaldi di Enna, con la direzione artistica di Mario Incudine, spettacolo teatrale prodotto dalla Compagnia dell’Arpa e che mette insieme i migliori talenti ennesi nella prima produzione, tutta incentrata sui talenti locali, che il teatro comunale ennese realizza. Per ironia della sorte all’interno del foyer del Teatro Garibaldi campeggia ancora un pensiero di Mussolini, la storia scorre e quello che ci racconta oggi riguarda biblici viaggi sulle rotte del benessere, la falsa America dei nuovi poveri. Il regista alcamese-palermitano Cutino ne racconta visivamente gli orrori, sulla ragnatela drammaturgica ordita da Sabrina Petyx. I sei attori ennesi sulla scena, Franz Cantalupo, ideatore del progetto, Sara D’Angelo, Elisa Di Dio, Noa Di Venti, Mauro Lamantia e Rocco Rizzo, sono le lingue di cane (sogliole) che a cerchi concentrici restringono il Mare Nostrum. E lì che ci fanno vedere la morte, come quella dei cadaveri periti in mare, braccia aperte come Cristi e occhi spalancati che sembrano respirare come se fossero polmoni.

Una scena dfi Lingua di cane, foto Daniele Puglisi

Perché solo in mare si è dispersi, anzi disintegrati dal mondo: “Disperso che vuol dire? Che uno è vivo oppure no? Ma sparire no, quello ti giuro io che è impossibile. Manco la magia ci può! Perché il mondo, quello una palla è, e uno da qualche parte su sta palla deve essere!” si chiede uno dei protagonisti. Lo spettacolo è sospeso su una dimensione onirica che emerge per farsi reale, come dall’inconscio, e ne svela la tragedia. Fratelli di una volta che sembrano sovrapporsi a quelli odierni, slang siculo americani che si mischiano a slang siculo arabi, perché non c’è nessuna differenza. La regia di Cutino non lascia nulla al caso e integra in maniera pertinente le belle musiche che fungono da climax per innescare i quadri colorati dai bravi attori, in un apparente disordine di assoli improvvisati che diventano il culmine della bellezza scenica. Per una tragedia epocale che non possiamo ignorare.

Una scena di Lingua di cane, foto di Daniele Puglisi

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