mercoledì 24 aprile 2019

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Luca Manuli: «Comunico più con le mani che con le parole»

Sugnu sicilianu

Costumista, scenografo e anche qualcosa in più: l'artista ennese spazia dal campo delle arti visive a quello della decorazione e della pittura con grandi risultati, perché il suo estro creativo prende forma proprio dalla miscellanea di tutte queste competenze, che lui mischia, fonde, contamina, dando vita ad opere d'arte eccezionali ed uniche, capaci di emozionare


di Gino Morabito

«Me lo dico sempre: “Sei più bravo a parlare con le mani che con la voce”». Esordisce così Luca Manuli, ed è l’inizio di un racconto appassionante, intriso di riscatto e forza d’animo.
«Prima che andassi a Roma, avrò avuto 19-20 anni, una produzione cinematografica scelse Enna come location per girare un film con un cast quasi tutto siciliano, Enrico Lo Verso, Tiziana Lodato, Nino Frassica, David Coco… Ricordo di essermi presentato ogni santo giorno di riprese fino a quando non mi presero come assistente alle scene».
Costumista e scenografo, il giovane artista ennese è anche qualcosa in più: un artista poliedrico che padroneggia i campi delle arti visive con apprezzate incursioni in quelli della decorazione e della pittura
(come testimonia il quadro realizzato in occasione della visita in Sicilia, nell’ottobre 2016, dell’allora segretario generale della Cgil, Susanna Camusso), e il suo estro creativo prende forma proprio dalla miscellanea di tutte queste competenze, che lui mischia, fonde, contamina, dando vita ad opere d'arte eccezionali ed uniche, capaci di trasmettere, da sole, un carico di emozioni a cui non si può può rimanere indifferenti.
Seduti davanti a un caffè, mentre una lunga processione di amici e conoscenti vengono a salutarlo, Luca Manuli racconta squarci di vita che l’hanno segnato nel profondo, per i quali non puoi restare indifferenti. Poi sorride ancora, riflette, gesticola come in una danza.

Il costumista e scenografo Luca Manuli

Come in ogni sceneggiatura che si rispetti, partiamo dal soggetto. Chi è Luca Manuli?
«Ho 36 anni e la passione per l’arte è innata. Fin da bambino prendevo i vestiti di mia madre e li ritagliavo, realizzando dei costumi di Carnevale per giocare con gli amici; poi ancora le marionette, i burattini. Sono sempre stato proiettato verso il settore teatrale, la moda, i tessuti, pur avendo una buona dimestichezza nei campi della pittura e della scultura. Prediligo quelle materie che definisco “spacciate”: materiali che non potrebbero avere vita, se non nelle mani di un artista, che in qualche modo li reinventa, li ricrea, dando così loro una nuova storia, un nuovo percorso».
Le tue mani ti danno da vivere. Nello specifico, in che modo?

«Mi occupo di costumi e allestimenti scenografici; lavoro con le compagnie teatrali, gli enti comunali, le confraternite, in tutta la Sicilia. Quando mi ingaggiano, in linea di massima, mi danno carta bianca, perché si fidano di me, conoscono il mio modus operandi e sanno che, in ogni creazione, lascio sempre un messaggio: ad esempio, per la Settimana santa celebrata a Enna, ho trattato la tematica dell’abbandono tra madre e figlio, il razzismo, l’omofobia, cercando di intersecare l’arte contemporanea con la religione e la storia».

Luca manuli a lavoro su un costume

Enti comunali, confraternite, feste di paese. Ti sei mai svenduto?
«Assolutamente sì e lo rifarei volentieri! Mi sono svenduto per alcuni lavori teatrali, in alcuni contesti cittadini, ma lo rifarei volentieri perché quelle esperienze mi hanno fatto diventare ciò che sono. Credo che nella vita si debbano festeggiare anche gli insuccessi, perché formano il carattere, formano l’artista, formano l’uomo».
Vivere in una piccola cittadina come Enna talvolta non aiuta, anzi etichetta. So che in passato, a causa della tua sensibilità artistica sei stato schernito e deriso. Oggi le stesse persone cosa dicono di te?

«Ricordo gli anni dell’Istituto d’arte come un periodo in cui mi sentivo diverso dagli altri (enon ero l’unico), e questo mio estro, questo mio distinguermi per gusti, per colori, per attinenza, facevano di me un bersaglio facile. Oggi mi sento sicuro, tenace e, se mi prefiggo un obiettivo, cerco sempre di portarlo a termine. Peccando di presunzione, nel mio lavoro so quello che c’è in giro e so quanto valgo. Col tempo mi sono preso delle soddisfazioni, e le stesse persone che anni fa mi schernivano, oggi acquistano i miei quadri e mi chiamano per realizzare dei lavori, dei costumi, delle performances. Sono le stesse persone che, a fine spettacolo, vengono a scambiare quattro chiacchiere, complimentandosi per le emozioni che, grazie a me, sono riuscite a provare».

Luca Manuli pittore

Nel tuo percorso umano e artistico ci sono esperienze significative, palchi importanti, incontri degni di nota...
«Ho fatto tantissima esperienza nel settore del cinema. Per sette anni sono stato via da casa, avevo vent’anni quando mi trasferii a Roma, dove mi sono formato come costumista. Oggi posso contare diverse collaborazioni artistiche con Amedeo Minghi, Claudia Gerini, Lucia Sardo, Ernesto Lama. Poi la decisione di tornare a casa, per dedicarmi maggiormente a mia madre che era rimasta sola. Col senno di poi devo ammettere che è stato un bene, perché quella scelta ha rilanciato la mia carriera: a Enna ho portato il bagaglio di esperienze umane e professionali fatte nella capitale, cominciando a farmi strada nel teatro, il settore che prediligo. Ho lavorato a Milano, Roma, Bologna; al Biondo di Palermo, al Bellini di Catania con “Il grande Gershwin” insieme al ballerino Raimondo Todaro. Adesso stiamo portando in tournée lo spettacolo “Didone/ Didon Now” di Lina Prosa, che il 28 marzo sarà messo in scena al Teatro Garibaldi di Enna».
Dentro ogni conquista si annida inevitabilmente una paura. Cosa temi maggiormente?

«La mia più grande paura è quella di dover abbandonare questa terra senza aver lasciato un segno tangibile della mia presenza. Cadere nel dimenticatoio, per un artista che ha la presunzione di creare emozioni, sarebbe davvero deleterio».

Luca Manuli in costumeria

Qual è l’emozione più grande che hai creato?
«Da un paio di anni ho voluto reinventarmi, decidendo di allestire la “Danza dei tessuti” (che martedì 26 marzo sarà messa in scena a Enna, ndr), ovvero il racconto di una storia messa in scena soltanto con l’ausilio di una base musicale e di un baule pieno di stoffe e tessuti che prendono forma sui corpi di due attori (Noa Di venti e Ottavio Miuccio, ndr), due performer che stanno in rigoroso silenzio. Dipingo dei quadri viventi, degli impatti visivi passeggeri come la vita. Le emozioni sono effimere, le provi in quel momento e poi svaniscono. L’importante è ciò che ti lasciano».
A te cosa lasciano?

«Vedere le persone con le lacrime agli occhi per una parte del mio racconto che le ha colpite, è decisamente un ricambio di ossigeno, uno scambio di emozioni.»

Giunti a questo punto del racconto, immaginando comunque la risposta, voglio chiederti: qual è la parte di te che dovrebbe farci innamorare della tua storia?
«Le mani. Sono la parte del mio corpo che curo maggiormente; con le mani creo e… sono anche bravo in cucina. Si dice che gli occhi siano lo specchio dell’anima, per me lo sono le mani: senza queste - dice mostrando palmi e dorsi - non potrei raccontare le mie storie. Sono più bravo a parlare con le mani che con la voce».
Con le mani materializzi i sogni, prendono vita i progetti.

«Uno dei progetti più significativi è senz’altro “Lingua di cane” spettacolo teatrale diretto dal regista Giuseppe Cutino e scritto da Sabrina Petyx (che narra la migrazione nel senso più universale, rimandando alla condizione nomade dell’uomo, nda). Una piéce teatrale che, insieme con Franz Cantalupo, vede in scena la mia amica Elisa Di Dio, anima della Compagnia dell’Arpa».

Luca Manuli sulla scena di Lingua di cane

Dove vorresti arrivare?
«Ho intenzione di portare la mia “Danza dei tessuti” fuori dalla Sicilia, perché non c’è niente di simile in giro. Elisa Di Dio ancora non lo sa, ma sarà una compagna d’avventura in questo lungo viaggio insieme. Le ambizioni poi sono tante… la più grande che ho in questo periodo è riuscire a prendermi cura di un cane».
Prima di mettere la parola “fine”, ci aspettiamo romanticamente un happy end. Luca, qual è il messaggio più significativo che hai lasciato?

«Un paio di giorni prima che morisse mia madre realizzai uno spettacolo che si chiamava “Grazie madre”, nel quale affrontavo il rapporto di ogni madre con il proprio figlio, indissolubile dalla nascita, già dall’atto del concepimento. Alla fine della performance, da una valigia bianca posta al centro della scena usciva fuori la frase: “L’unico capolavoro è vivere!”.»


© Riproduzione riservata
Pubblicato il 22 marzo 2019
Aggiornato il 28 marzo 2019 alle 20:46





Gino Morabito

Di umili origini letterarie, cresciuto a pane e Thoreau e strizzando l’occhio a Paperino, imparo presto a usare la penna e diversifico la mia scrittura: ora pubblicando un libro di giochi, ora un racconto, ora un romanzo che ti fa volare e perfino una raccolta di poesie giovanili.
Abitante delle redazioni musicali, habitué della scrittura creativa, approfondisco la strategia di comunicazione per imparare che alla fine bisogna scrivere in profondità, non in lunghezza.
Facendo bene i conti, quarant’anni in poche righe. È un buon inizio.


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