La lingua “animale”
di Giuseppe Condorelli

Poesia e racconti Pubblicata in siciliano, con traduzioni in inglese, "N’zuppilu n’zuppilu Wet through", è la nuova raccolta di versi del poeta etneo Giuseppe Condorelli: «Per me il dialetto è la “lingua animale” come perfettamente l'ha definita Manlio Sgalambro, i suoi suoni, le sue formule si condensano in micro isole di suoni e di parole nella larga foce della favella»

Esce per la casa editrice “Le Farfalle” di Angelo Scandurra N’zuppilu n’zuppilu Wet Through una bellissima plaquette di versi di Giuseppe Condorelli, critico e poeta etneo, di Misterbianco. Ne coglie in pieno l’essenza del dialetto siciliano, la lingua della morte come la definiva Manlio Sgalambro, evitando tutti quei retorici esercizi di stile pericolosi che la fanno scadere a lingua folcloristica dei sentimenti. Qui c’è dolore, atto estremo della parola che si fa gesto corporeo, postura fisica che si erge esistenziale dinanzi alla grandezza dell’universo. Uno sbigottimento leopardiano di disarmante modernità, a dispetto di chi predica il requiem per la morte della poesia. Condorelli scava dei solchi profondi di scrittura come se intagliasse dure pietre o terreni incolti, centellina parole con uno scalpello profondo, ne eviscera emozioni primordiali, partendo da quel mondo felice dell’infanzia, per poi risalire la corrente della conoscenza, che qua si fa chiaroscurale, svelamento della verità esistenziali, o quanto meno consapevolezza del disincanto adulto: Mentri ju cuntava i basuli/me patri/-i manu ‘nte sacchetti/a cammisa ianca/di Barbisiu/mi diceva supra a banchina:/”Ammazzala ‘dda bratta!/Accussì!/E ‘ncaccava ‘nterra/a punta da scappa/e s’annurvuliava./E ju scantatu/u sinteva u sgrusciu/da morti/senza sapiri chi era./Senza scuntu.

Giuseppe Condorelli

Le traduzioni in inglese sono di Maristella Bonomo e di Andrew Brayley. Sì, anche in inglese, perché la poesia vera arriva ovunque: Vagueness/or this kind of boredom/and cheerfulness/this hall of words/making night/and cold. Sta menza ammulatura/di siddiu/e di cuntintizza./Sta rannuliata/di paroli/ca fanu notti/ca fanu friddu./

Condorelli, da dove nasce questa raccolta?
«Il dialetto ha sedimentato in me per molto tempo. Poi due anni fa è diventato scrittura, forma espressiva necessaria, ineludibile».

Un titolo bellissimo. Perché questa scelta?
«Quell’espressione – n’zuppilu n’zuppilu – rimanda ad una attesa estenuante, di una imminenza mai compiuta ma anche ad una riflessione ininterrotta sugli atti della nostra esistenza».

Che rapporti ha con il suo dialetto?
«E’ la “lingua animale” come perfettamente l’ha definita Manlio Sgalambro. Sono vissuto in un ambiente culturale che in fondo, pregiudizievolmente, disprezzava il dialetto. Ma i suoi suoni, le sue formule andavano condensandosi in micro isole di suoni e di parole nella larga foce della favella. E’ stata la lingua che utilizzavo in paese quando mi rivolgevo ai più anziani: e non perché non comprendessero l’italiano ma perché il dialetto azzerava ogni distanza culturale, sociale, anagrafica. Era la lingua della condivisione come dello scontro: la lingua di tutti. Il dialetto per me è stato e continua ad essere la lingua delle espressioni immediate, crude, inappellabili».

Emerge la memoria della natura primordiale nonostante l’occultamento del progresso. E’ così?
«La natura a cui alludo è quella del mito, dei racconti fantastici delle mie zie, quella della mia infanzia. Una natura percepita a tratti, solo per brevi folgorazioni ma entro la quale leggere altri segni, altre storie, la mia compresa».

Una domanda apparentemente banale. Che senso ha oggi la poesia?
«E’ difficile rispondere. Si rischia di essere banali cercando a forza l’originalità. E’ uno strumento di conoscenza: la lingua della poesia “edifica mondi e contro-mondi a sua maniera” per dirla con Steiner. Posso dire che senso ha per me la poesia: il tentativo di risalire alle sue stesse origini, all’atto della scrittura in sé. Un viaggio a ritroso per scoprire l’origine, per offrire un senso ulteriore alla parola. Il poeta è uno che sta appostato».

Perché la scelta della traduzione inglese?
«Mi è sembrata una metafora della modernità, il segno di quello che succede intorno a noi. Così come le persone, costrette a postarsi e a tradire in parte la loro memoria e la loro storia, anche le parole si spostano. La traduzione dunque non solo come “tradimento” ma sopratutto come passaggio, come migrazione, attraversamento e accoglienza. Dunque come arricchimento».

Lei segue i giovani poeti. Ci sono novità interessanti?
«C’è un interesse genuino dei più giovani nei confronti della poesia, anche nella nostra città, pur esplicitato in forme ridondanti poco o affatto sostanziate dalla lettura dalla conoscenza dei poeti moderni e contemporanei. Mi spiego meglio: i social, per esempio, hanno massimalizzato la tendenza a “sentirsi poeti” col postare qualche verso o con la partecipazione a letture collettive. Per questo col Centro di Poesia Contemporanea di Catania abbiamo creato una serie di laboratori-incontri con alcuni grandi poeti italiani. Per quello che mi è dato di conoscere direttamente, faccio alcuni nomi: Pietro Cagni, Gianluca Furnari, Pietro Russo Antonio Lanza e Vincenzo Galvagno».

I suoi prossimi progetti?
«Una raccolta in lingua – già pronta ma accantonata momentaneamente dall’impellenza del dialetto – dal titolo “Desinenza in nero” e il lavoro critico che ha sempre rappresentato l’altra faccia del mio interesse per la poesia.


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