martedì 13 novembre 2018

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«La vera Giovanna, la poetessa, è venuta fuori grazie alla transizione»

Poesia e racconti

Con la prefazione di Dacia Maraini, "Dolore minimo" è un romanzo in versi, un'epica di sè con cui la 24enne poetessa siracusana affronta il viaggio della vita, dall'infelicità alla felicità dell'essere femmina in un corpo di maschio: «E' la razionalizzazione pacata (e resa letteraria) del dolore del mutare corpo e di rimparare la vita attraverso nuove forme»


di Daniela Sessa

“A quel tempo ogni cosa / si spiegava con parole note”. Comincia con questi due versi Dolore minimo di Giovanna Cristina Vivinetto, poetessa. E sappiamo subito che c’è un universo di parole ignote da attraversare. Sono le parole di una giovane donna che si è appropriata del momento lirico del verso. Quel minimo del dolore è traiettoria stringata e stringente di un io poetico che riporta il dolore dall’utero al precordio, perché quel dolore squarci il silenzio e si faccia voce bambina, meraviglia dell’esistere ancora, di nuovo. “Divenni indovina, un’altra Tiresia. / Praticai l’arte della veggenza, / mi feci maga, strega, donna / e mi arresi al bisbiglio del corpo / – cedetti alla sua femminea seduzione”. Tiresia è il personaggio del mito cui è affidato un compito metaforico: non ha dato l’arte dell’indovino ma l’esperienza sessuale. Nel percorso curvo, che solo il verso poteva garantire, avviene la ri-nascita di Giovanna Cristina Vivinetto. Dentro le settanta liriche di Dolore minimo si assiste alla partenogesi di un’anima prigioniera, costretta per distrazione di natura dentro un corpo dal sesso straniero.

Giovanna Cristina Vivinetto

Un libro di poesie che è una sorta di romanzo in versi, un’epica del sé, un viaggio in tre tappe: Cespugli d’infanzia e la scoperta della dissonanza, La traccia del passaggio di genere e Dolore minimo con le liriche della memoria e della nuova esistenza. Raggiungo Vivinetto al telefono, al ritorno da Pordenonelegge, e mi investe il suono di quella risata piena che l’ha sempre caratterizzata. Chi la conosce, come me, ne sa la spigliatezza e la curiosità, l’orgoglio e l’ambizione, la voglia di imparare, l’amore per la scrittura. Vivinetto non va alla ricerca del termine raro capace di “sbrogliare gli anni subiti”, piuttosto scova la parola spietata e comune. “Dev’esserci stato in questo corpo / un punto scoperto, indifeso / un angolo lasciato illeso, / un grumo di nervi intoccato”. Per quanto sia prudente sempre parlare di “caso letterario”, a Vivinetto va riconosciuto l’azzardo di aver districato in poesia quel grumo e aver raccontato - in versi liberi e con un uso personale della strofa - il processo psicologico, sentimentale, giuridico, medico del transgenderismo.

Foto di Agnese Mosconi

Dolore minimo è il libro d’esordio di Giovanna Cristina Vivinetto. Intanto sgombriamo il campo da alcune osservazioni fatte su questo punto. Tu non sei nuova alla poesia. Allora, perché esordio?
«All’età di diciotto anni, quando ancora ero Giovanni, ho pubblicato un libriccino di poesie, che ho “rinnegato” qualche tempo dopo perché mi sono resa conto di quanto immature fossero quelle cose. Le considero oggi un laboratorio, un esercizio di parole fatto di emulazione e imitazione, su cui poi la smania di pubblicare ha preso il sopravvento. Col tempo, soprattutto alla luce della transizione, la mia vita è cambiata radicalmente e così anche la mia poesia. Sono dell’idea che la vera Giovanna in quanto poetessa sia venuta fuori grazie alla transizione e, in effetti, Dolore minimo non potrebbe darsi senza la portata del transito. Per questo lo considero un esordio. E’ l’opera prima di Giovanna finalmente realizzata sia come persona che come poeta».

Per la prima volta c’è il racconto di un’esperienza di vita che definisci nascita. Chi è Giovanna Cristina Vivinetto?
«Giovanna Cristina Vivinetto è una ragazza ventiquattrenne nata a Siracusa e oggi residente a Roma. Fino all’età di diciotto anni, però, Giovanna è stata Giovanni e, solo dopo un lungo iter di riflessione (cui si è affiancato un complesso percorso medico-diagnostico e psicologico), finalmente ha potuto adeguare la percezione di sé a quel corpo cui si sentiva di appartenere sempre meno. Per gran parte delle cose, Giovanna è una ragazza comune; di diverso ha il vantaggio di aver attraversato due corpi, due generi, due funzioni diverse: come lo chiamo in una poesia, “il dono dell’indovino Tiresia”».

Essere femmina dentro il corpo di un maschio: è percezione, è urgenza, è violenza, è eco?
«Rispondo citando dei versi che sono illuminanti al riguardo: questo nascere femmina da un corpo maschile “…fu scelta, fu attesa, fu penitenza: / fu esporsi al mondo per abolirlo, / pazientemente riabitarlo"».

Il tuo è un viaggio dall’infelicità alla felicità, dal dubbio alla verità. Cos’è il dolore minimo?
«Dolore minimo è la razionalizzazione pacata (e la resa letteraria) del dolore lacerante e profondissimo che è stato quello del mutare corpo, di rimparare la vita attraverso nuove forme. È come scoprire all’età di venti anni di averne, improvvisamente, dieci: bisogna ricominciare da capo, fare spazio laddove non c’era, darsi il tempo necessario. Respirare e avere pazienza».

Le poesie hanno un tu, che è la Madre innanzitutto. E poi tua madre, che sembra averti partorito due volte…
«In Dolore minimo emerge una novità: il tema della madre viene in qualche modo rivoluzionato perché ora è la soggettività che dice io a farsi madre di sé e, al tempo stesso, figlia. Sono madre di me stessa e al contempo figlia di me stessa: e in questa definizione è racchiusa tutta la cura, tutto l’amore, tutta la responsabilità del mondo. Mia madre è una persona splendida, che mi ha supportato subito nel mio percorso. Credo che in fondo sia stata più felice di me, quando mi ha vista rinata. Mia madre mi ha dimostrato che esiste un amore che va oltre la biologia. Io sono stata molto fortunata, ma so che non è sempre così. Per questo ho restituito in invenzione la mia realtà, attribuendo, ad esempio, alla figura del padre reazioni di rifiuto che non sono state così nette, nemmeno all’inizio del percorso di svelamento della mia vera identità».

Quale è stata la prima emozione dell’essere nata?
«Un grande stupore, quasi ancestrale, il retaggio di un sistema primitivo che riesce a entusiasmarsi delle piccole cose, per la vita di tutti i giorni che ci scorre davanti ma ormai seguendo un altro corso. E, insieme allo stupore, una grandissima paura».

Il riferimento a Tiresia è un omaggio alle radici classiche della tua formazione che nella raccolta si intreccia con allusioni alle difficoltà fisiche dell’esperienza sessuale. Nella tua scoperta del sesso c’è il momento della violenza e quello della tenerezza.
«Con la transizione il concetto stesso di “sesso” viene completamente rivoluzionato: è illuminante come siano così diverse le percezioni maschili e femminili, i punti erogeni, la modulazione del desiderio e tutte le sfumature e i significati del piacere in relazione al corpo. C’è in questa scoperta molta tenerezza: quella del bambino che si scopre per la prima volta, e si mette alla prova. Riguardo al sesso, sebbene trasfiguri in poesia quella che è una condizione più generale, la mia è stata un’esperienza di tenerezza, vissuta con la persona che è ancora al mio fianco».

Al recente Poesia Festival di Modena

La disforia è tema del doppio letterario? Quali autori ti hanno ispirato?
«La disforia è il tema della conciliazione degli opposti, della loro comunicazione armoniosa, della collaborazione tra parti di sé che devono scendere a patti per non distruggersi a vicenda. A essere sincera, devo ammettere che non so cosa mi abbia ispirato a scrivere un libro come “Dolore minimo”: sentivo la necessità di scrivere, di parlare di una realtà così poco conosciuta, spesso travisata, su cui si ha un’ignoranza spaventosa. La scrittura per me ha avuto un valore terapeutico: ha permesso di accettarmi con maggiore consapevolezza, ha ridotto le mie ansie, mi ha resa sicura».

La memoria è un tema del testo, a partire dal ricordo del sé Giovanni, l’adolescente. Cosa è rimasto di lui, dei suoi affetti, delle sue sensazioni?
«Di Giovanni, tra tutte, è rimasta una caratteristica che avverto particolarmente: la spinta a primeggiare, la grandissima volontà di ottenere risultati eccellenti, il coraggio di essere se stessi al di là di tutto. L’essere insomma una “prima donna” a tutti i costi».

In effetti, l’attività di promozione del libro è frenetica. Reading, partecipazione a Festival letterari e premi portano Giovanna Vivinetto in giro per l’Italia. Dolore minimo ha destato l’interesse di importanti voci della letteratura (Dacia Maraini ha scritto la prefazione, Alessandro Fo la postfazione), ha ottenuto tanti riconoscimenti (finalista al Premio Mauro Maconi, vincitrice della VII edizione del prestigioso premio biennale Cetonaverde Poesia Giovani e della 59^ edizione del premio San Domenichino Città di Massa), ha sollevato polemiche.

Giovanna con Dacia Maraini

Hai intorno una bella squadra e un’importante madrina che è Dacia Maraini. Come sono nati questi incontri?
«Dicevo di Giovanni il suo mettersi continuamente in gioco, il coraggio di provarle tutte e la voglia di affermazione e riconoscimento. Ecco, questi splendidi incontri (con Dacia Maraini ma non solo, anche con Alessandro Fo, Franco Buffoni, Valerio Magrelli, Maurizio Cucchi, Vivian Lamarque e molti altri) nascono dalla mia inesauribile voglia di conoscenza e di relazioni umane e letterarie. Gran parte di queste conoscenze sono nate da un semplice contatto via email, mentre altre attraverso Festival e premi letterari. In esse c’è una grande stima e affetto reciproci».

L’argomento forte e divisivo delle tue poesie è al centro di attacchi insistenti (vedi l’associazione ProVita). Di certo te l’aspettavi. Non credi che si sia tolto merito al libro o comunque che l’attenzione sul tema ne abbia prevaricato il valore letterario, col rischio di farne un manifesto LGBT?
«Il libro deve il suo successo (anche) alle tematiche che affronta: la transessualità in versi ha destato molto interesse. E questo tutto nell’arco di pochissimo tempo: in un mese il libro ha raggiunto la seconda edizione. Ma, per valutare correttamente un’opera, qualsiasi opera, bisogna confidare nelle lunghe distanze, su ciò che ne farà l’esercizio del tempo: sono certa che il valore letterario sarà evidenziato maggiormente (più di oggi) col passare del tempo, con le dovute cautele, e a polemiche spente».

Quale critica ti ha fatto arrabbiare di più?
«All’inizio che il libro fosse una “nenia autocentrata”, la predominanza in esso di toni pietistici e la totale mancanza di ricerca formale tutta a vantaggio del contenuto. La mia poesia, insomma, sarebbe roba da poco se togliessimo la transessualità. Oggi queste critiche mi fanno sorridere».

Come definiresti le tue scelte metriche?
«Mi piace definire il mio libro come un “romanzo in versi” perché l’elemento narrativo è chiaramente predominante. Contrariamente a quanto hanno asserito alcuni, a mio avviso un po’ troppo frettolosamente, “Dolore minimo” ha una struttura formale ben pensata: tutti i versi oscillano tra nove, undici, al massimo tredici sillabe. Gran parte sono endecasillabi imperfetti e lo stesso uso dell’enjambement mette in risalto l’intensità di quella comunicazione tutta interiore tra l’io maschile e quello femminile».

Nelle liriche sono frequenti le analogie con gli elementi della natura così come la prevalenza di un registro medio (che giustifica l’andamento narrativo) con qualche omaggio al linguaggio classico. Quali sono le parole della poesia? Credi sia necessario un lavoro nuovo sul linguaggio nella poesia contemporanea?
«La poesia italiana oggi, soprattutto tra i giovani, soffre di una grave mancanza: non si hanno più cose da dire. Perciò si marcia sulle stesse tematiche sfruttando, per alleggerire il peso del vuoto, un linguaggio (inutilmente) complesso, ampolloso, ridondante, persino. Per molti versi siamo ancora fermi ai versicoli ermetici. Bisognerebbe svecchiarsi e adottare formule “intersezionali”, in grado di attingere da altre forme di espressioni artistiche. Nella mia poesia, ad esempio, ho cercato di andare controcorrente adottando un verso disteso, semplice, narrativo, comprensibile a tutti».

Ho letto che è prevista una nuova fatica letteraria. Puoi anticiparci qualcosa?
«La prossima primavera un’ampia selezione di miei testi editi e inediti uscirà sul XIV Quaderno di Poesia Contemporanea edito da Marcos y Marcos con l’introduzione del poeta Alberto Bertoni. E’ lo spazio più autorevole in Italia dedicato alla poesia under 40. Inoltre, una grande casa editrice pubblicherà il mio prossimo libro in versi, cui sto lavorando e che spero di tutto cuore possa essere all’altezza (e, perché no, superare) la prova d’esordio».

Vivinetto all'ltumo Salonedel libro di Torino

La tua poesia cui sei più legata e quella che avresti voluto scrivere
«La poesia cui sono maggiormente legata è quella che inizia col verso “Non ho figli da dare – non potrò”, perché è quella che descrive meglio di tutte la fenomenologia della costruzione del genere per una persona trans: non sono nata donna ma tu mi rendi tale perché mi immagini ab origine come donna, perché mi ami. Le poesie che avrei voluto scrivere posso ancora scriverle: la poesia ha tempi dilatati e tutto, con i giusti spazi e tempi, può venire alla luce. Io ne so qualcosa».

Doppia presentazione con Franco Buffoni

Versi da “Dolore minimo”

Lo spazio del mio corpo è questo:
campo di semina minuta
piantata da un vento crudele.
Io non so fra quanto e dove
fioriranno i germogli, non so
se avranno un nome o saprò chiamarli.
Ma ho visto queste mani spuntate
tra le mani. Ho presentito questi anni
intrecciati come rami, come gambe
(perché dove il corpo cessa di essere
corpo, accade il bosco). Conosco il silenzio
e l’abitata pazienza del sottosuolo
– dove c’eri, e non chiamavi. Gestavi.
Ho assistito all’urgenza della tempesta,
della pioggia che sommerge
e ci scopre uniti alla radice .

L’autore

Giovanna Cristina Vivinetto è nata a Siracusa nel 1994. Laureata in Lettere, vive attualmente a Roma, dove studia Filologia moderna all’università La Sapienza. I suoi testi sono apparsi e sono stati recensiti sul n. 86 della rivista di poesia e critica letteraria “Atelier”, sulla rivista online “Pioggia Obliqua” e “La Tigre di Carta”, sui siti web “Poetarum Silva”, “Atelier online”, “Carteggi letterari”, “Nazione Indiana” e sul blog della Rai dedicato alla poesia e diretto da Luigia Sorrentino.

Con Alessandro Quasimodo, figlio del Nobel per la letteratura Salvatore

Prossimi incontri

Inquiete Festival di scrittrici a Roma: sabato 6 ottobre ore 20.30 (Pigneto - palco Pesaro) insieme a Maria Grazia Calandrone, Biancamaria Frabotta e Sara Ventroni. Introduce Sara De Simone.

Presentazione a Cremona alla Antica Osteria del Fico: giovedì 11 ottobre insieme a Mario Feraboli.

Festival CartaCarbone festival (Treviso): sabato 13 ottobre ore 11 (Palazzo di Francia) insieme a Mariasole Ariot. Presentano e moderano Giovanna Frene e Paola Bellin.

Festival Internazionale di Poesia e Arti Sorelle (Cesena): sabato 20 ottobre ore 18.30 con Serena Pinciolin.

Festival Internazionale di Poesia Civile di Vercelli: sabato 27 ottobre ore 16:30 (Museo Leone) insieme a Franco Buffoni.

Presentazione al Caffè Letterario Filari Dispari (Brescia): giovedì 8 novembre con Margherita Ingoglia e Chiara Daffini.

Presentazione all'università di Pavia: giovedì 15 novembre con Rosalia Cannuscio.

BookCity Milano: venerdì 16 novembre ore 17 al Teatro Franco Parenti.

Presentazione a Arteeventi Merate (Merate): sabato 17 novembre con Marco Bellini.

Presentazione al Chiaja Hotel de Charme - Napoli: giovedì 22 novembre ore 18 insieme a Claudio Finelli.


© Riproduzione riservata
Pubblicato il 05 ottobre 2018
Aggiornato il 12 ottobre 2018 alle 22:12





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