Libri e Fumetti Edito dalla siracusana Apalós, il nuovo romanzo dell'autrice messinese esibisce uno stile scarno, adattato al pulsare interno del personaggio principale, Mina, una donna di 65 anni, che sceglie di rivisitare la sua storia. Lo stile è unico e originale, talvolta eccezionalmente "melodico": «Le espressioni ci rimandano le proporzioni del mondo e ci permettono di esplorare in profondità il nostro io, organizzando idee e sentimenti». Nuova presentazione il 26 aprile al Catania Book Festival
Tra i libri recenti di fiction, “Mina come la cantante” (Apalós, pp. 283, € 20,00) di Giusi Arimatea (autrice, regista teatrale e cronista originaria di Messina, che nell’aprile del 2023 abbiamo intervistato per il suo precedente “Di donne, di ieri“), spicca l’abilità di mescolare privacy e disciplina strutturale. Si tratta di un’opera che avanza attraverso salti, pause e piccole rivelazioni improvvise, lasciando alla narrazione della figura centrale l’onere di esplorare la sua vita intera. Mina emerge come un profilo modellato sul contrasto fra quanto viene espresso e ciò che rimane inespresso, fra l’aspirazione a essere riconosciuta e l’esigenza di ritirarsi dalla società.
Edito da Apalós, il testo esibisce uno stile scarno, adattato al pulsare interno del personaggio principale. Lo stile è unico e originale, talvolta eccezionalmente “melodico”. Ogni termine appare dosato per trasmettere confessioni personali senza appesantire il racconto. Si delinea così l’immagine di un’autrice sensibile al peso delle espressioni e al dovere della vicenda narrata, persuasa che ogni narrazione, prima di essere espressa, esiga di essere udita. “Mina come la cantante” ribadisce dunque le doti di Giusi Arimatea nel rivitalizzare la prosa al femminile odierna con intensità e accuratezza. In occasione della presentazione che si è tenuta a Catania il 26 febbraio scorso, dove assieme al sociologo Salvo Squillaci e all’attrice Laura Giordani che ha interpretato in lettura alcuni estratti (e pubblicamente ha svelato che “Mina come la cantante” potrebbe essere ridotto teatralmente), l’autrice messinese, insieme con il fotografo Giuseppe Massimo Bucca, si sono intrattenuti per una chiacchierata che è sfociata in una meticolosa e certosina intervista.

Giusi Arimatea, foto di Giuseppe Massimo Bucca
Cara Giusi, scontato il proverbio che la curiosità è femmina, e questo è un romanzo al femminile, le chiedo: il romanzo nasce da un impulso privato o da un piano letterario premeditato?
«Penso che chiunque approcci la stesura parta da un bisogno soggettivo. Le espressioni ci rimandano le proporzioni del mondo e ci permettono di esplorare in profondità il nostro io, organizzando idee e sentimenti. D’altra parte, chi accetta l’onere gravoso di venire pubblicato — un onere che cresce quando un editore come il siracusano Apalós, sollecito verso l’eccellenza e la consistenza delle penne che seleziona, decide di concedermi la sua stima —, è tenuto a elaborare un disegno letterario intenzionale, senza improvvisazioni. Successivamente, le trame e le frasi, per forza di cose, riservano deviazioni sorprendenti, svelano prospettive inedite. Tuttavia, resta cruciale attenersi al “sentiero principale” che ci si era impegnati a seguire».
Che significato va attribuito al titolo?
«Rispondo con un’altra domanda: “Il nome evoca un simbolo di massa. Rappresenta un elemento di trama, emblematico o sentimentale?”. Sicuramente il nome custodisce molteplici livelli. Introduce un ambito metaforico articolato, dove essenza, fisicità e ricordi si legano allo sguardo altrui e al fardello delle attese. È perciò un gancio narrativo vitale, un’origine per dipanare la vicenda di Mina. Contestualmente, possiede un senso emblematico, poiché la vocalist simboleggia il concetto di sfogo libero, di autenticità profonda che si tramuta in suono. Potente, auspico, quanto il timbro della Mina autentica. In ultimo, il nome manifesta un aspetto sentimentale, evolvendo in un autentico riflesso tra l’io autentico e gli archetipi che lo plasmano. La vocalist si fa così allegoria di quanto si desidera nel cammino evolutivo. Pertanto, optare per un appellativo tanto familiare non è stato arbitrario. Mi ha consentito di radicare la trama in un patrimonio collettivo, forgiando un ambito privato dove Mina potesse affermarsi come timbro distinto».

Non solo lettura, ma alti livelli interpretativi del romanzo, da parte di Laura Giordani, foto di Giuseppe Massimo Bucca
Che quota di vissuto personale c’è nella sua delineazione e che quota di finzione intenzionale?
«Zero elementi personali. Il percorso di Mina è l’esplorazione privata di una signora che, arrivata al limite dei sessantacinque anni, sceglie di rivisitare la sua storia, intrecciando il filo del prima mediante reminiscenze tattili, cose trascurate, mutismi domestici e frasi onerose. Le tracce del prima attivano un circolo tra generazioni di dolore che la figura centrale fatica a spezzare e nel quale l’eredità affettiva cristallizza l’esito amaro di lesioni domestiche, di contrasti non sanati, di prove individuali penose. Appare dunque imprescindibile, pur se straiante, confrontarsi con le antiche piaghe, rintracciare le proprie certezze, distaccarsi piano da un’era che perlopiù concerne gli altri. Si configura un testo di crescita e tenacia sentimentale dove ciascun arredo, osservatore silente del trascorrere, riveste il compito di guardiano di significato e ricordo. E il timbro di Mina, simile a quello della vocalist, si fa melodia imprescindibile, vitale. Il suo timbro è quello di chiunque opti per affrontare le antiche piaghe, per rintracciare le proprie certezze, per distaccarsi progressivamente dall’era, dal patire. D’altronde, oltre ai contesti a me cari, è una vicenda priva di legame con la mia traiettoria individuale».

Lo stand Apalòs con il libro di Giusi Arimatea alla Feltrinelli di Catania, foto di Giuseppe Massimo Bucca
Il suo stile è ridotto, frequentemente frastagliato. È una decisione morale, artistica o ambedue?
«La decisione è primariamente morale. I ragionamenti di un individuo — e questo è ciò che ho voluto riportare sul foglio — non procedono in modo rettilineo, sono spezzati, irrompono impetuosi, di frequente appaiono frammentari e privi di un legame razionale evidente. Una struttura sintattica più elaborata avrebbe compromesso la plausibilità del flusso interiore del personaggio. Parallelamente, tale approccio coincide con il mio marchio espressivo, con una prosa che chiaramente mi contraddistingue. Ho potuto dunque procedere con scioltezza dentro una trama che imponeva di rimanere in confini linguistici a me noti».
Ritiene che la prosa riesca a ricreare con esattezza ciò che siamo stati?
«Non ritengo che la prosa possa ricreare con esattezza ciò che siamo stati, ma può realizzare qualcosa di altrettanto essenziale. Può riordinare, demolire e rimodellare, illuminare, a volte persino emancipare. Mediante la prosa non si riacquista una certezza assoluta, al massimo una struttura di significato. Per me la prosa è essenziale. È un mezzo di esplorazione e di resistenza psicologica».

Incursione inversa: Arimatea chiede al sociologo Salvo Squillaci, foto di Giuseppe Massimo Bucca
Dopo aver narrato Mina, percepisce di aver completato una fase o di averne inaugurato una ulteriore?
«Sono impegnata su varie iniziative. Alcune sono collegate direttamente alla prosa, altre al palcoscenico. Si tratta di sfere distinte ma concatenate da un unico elemento guida, quello della prosa, che per me costituisce il campo elettivo della scoperta e della manifestazione. Al contempo, avverto l’esigenza di scortare Mina ancora per un segmento, prima di abbandonarla. Ogni opera, una volta completata, richiede a parer mio di essere svincolata. Non ci appartiene più, passa ad altri, si trasforma e si tinge sotto gli occhi dei fruitori. È lì che una vicenda avvia autenticamente il suo cammino. Perciò non si conclude mai del tutto una fase per iniziarne un’altra. Tutto resta intrecciato da un ordito profondo. E nel frattempo la prosa partorisce timbri, spiriti e opportunità».

Un altro momento della presentazioe alla Feltrinelli di Catania di “Mina come la cantante”, il nuovo libro di Giusi Arimatea, foto di Giuseppe Massimo Bucca
L’evento
Il libro sarà presentato domenica 26 aprile, alle ore 12 alla Sala della Notte, del Palazzo della Cultura di Catania, in via Vittorio Emanuele 119, per il Catania Book Festival. Giusi Arimatea dialogherà con Maria Celani.




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