“Cicoria”, se una cella “fitusa” diventa luogo poetico e surreale

Recensioni A Enna, per la rassegna "Un teatro per la città", Francesco Bernava e Alice Sgroi sono stati i protagonisti di una piéce scritta e diretta da Francesco Romengo, che sembra affidare il non detto al pubblico, per lasciarlo libero di farne ciò che vuole

Per “Un teatro per la città” la rassegna impaginata da Walter Amorelli che l’Amministrazione comunale di Enna ha organizzato al Teatro Garibaldi parallelamente alla stagione “Flussi continui”, è andato in scena, lo scorso venerdì 7 febbraio, “Cicoria”, spettacolo scritto e diretto da Francesco Romengo, con Alice Sgroi e Francesco Bernava e prodotto Mezzaria Teatro. Il luogo di incontro dei due protagonisti è fra i più improbabili: una cella il cui segno identificativo, di confine, è una batteria verticale di bidoni di plastica posta al centro della scena, ai lati due bacinelle e degli indumenti, sul proscenio un letto di foglie d’autunno.

I protagonisti non sembrano essere meno improbabili: una donna, Rosa, che sta dentro da un anno, e da un giorno all’altro si ritrova a condividere la cella con un uomo, Angelo, in cella da 18 mesi e da due in isolamento perché dove stava prima lo volevano ammazzare.
Rosa è una spacciatrice per necessità, e madre di due figli senza padre. Angelo è un poliziotto che ha perso moglie e figlio in un incidente stradale e si trova coinvolto nella morte di un giovane che dice di non aver nemmeno sfiorato.

Alice Sgroi e Francesco Bernava in “Cicoria” – ph Maria Catalano

In attesa di uscire da quel posto, per sopravvivere fra quelle mura “fituse”  e piene di “parole, preghiere, lamenti e di vita sotterrata che guarda”, Rosa attua la “strategia” e invita Angelo a “nsignarisilla”: basta una bacinella piena d’acqua per lavarsi e fare il bucato. E bisogna stare attenti pure ai “cani” che entrano in cella senza preavviso e la scombinano tutta. Ma, al tempo stesso, in attesa di uscire di lì… bisogna  pur andare avanti e compiere quei riturali che sappiano di casa, come fare il caffè.

I percorsi di Angelo e Rosa si intersecano in quello spazio spoglio e ristretto, fra dei bidoni che sembrano dividere e ravvicinare al tempo stesso: insieme rammendano il velo che servirà a Rosa per fare la Madonna nella recita di Natale, insieme si interrogano su Dio. Dove sta?. “Intra ni sti mura fitusi, nel caffè, nell’acqua?”.  E’ in ogni cosa? O in ogni cosa che non c’è? “La verità è nel silenzio”. 

Il luogo di incontro: un carcere femminile, s’è fatto tragico e consolatorio ora che le loro vite, dopo i primi momenti di diffidenza, sono state dispiegate e condivise.
Insieme spartiscono quello spazio angusto fuori del tempo e della memoria: lei per poter accettare di dover uscire, proprio il giorno di Natale, lui per accettare di dover andar via, finalmente. Perché “la verità è nel silenzio” come ha scritto un tizio su quelle mura, tanto tempo fa, che poi s’è ammazzato.

Alice Sgroi e Francesco Bernava in “Cicoria” – ph Maria Catalano

La cella muta ancora, diviene luogo poetico e surreale: i due riescono a unirsi in un intreccio di mani prima che tutto abbia termine; dietro, dei vestiti appesi nel nulla che illuminati paiono sagome di fantasmi. Perché non ci si può sottrarre ai propri fantasmi: Angelo ripercorre il letto di foglie secche evocando le tragedie della sua vita e ammettendo che non ce la fa  a lottare contro la rabbia di un padre e affrontare lo stesso dolore due volte.  E Rosa non può non fare i conti con se stessa in quanto madre di due figli che la attendono lì fuori: è come la cicoria, un surrogato amaro di qualcosa che non c’è più.

Alice Sgroi e Francesco Bernava in “Cicoria” – ph Maria Catalano

La cella, inganno e riparo fino a quel momento, ormai svuotata d’ogni senso di colpa, sembra svanire in un gesto etereo di redenzione e di riscatto: con l’aiuto d’Angelo, Rosa indossa il velo della Madonna illuminato dalla sola aureola nel buio pesto della scena. La verità è nel silenzio.
E forse lo è anche per il regista Francesco Romengo, che sembra affidare il non detto al pubblico, per lasciarlo libero di farne ciò che vuole. E a risentirne è proprio l’emotività dei personaggi che rimane a tratti in superficie e non dà slancio al gioco di ruoli fra i due protagonisti: Alice Sgroi e Francesco Bernava, straordinari in scena con il loro slang catanese che ha contribuito a rendere ilari e lirici diversi momenti della pièce.

Estetici ed estatici i movimenti di scena e il contrasto di luci nell’offrire al pubblico la dimensione di “cella” e della sua distanza con il mondo reale. Un connubio ben riuscito quello fra il regista palermitano e i due attori catanesi, esempio di un teatro aperto e “differenziato” nei contenuti e nei linguaggi espressivi.

 

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