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Anna Mallamo e il conflitto fra verità e giustizia di “Col buio me la vedo io”: «La mia scrittura, come la vita, è incardinata sulla dialettica tra gli opposti»

Libri e Fumetti Giornalista culturale della "Gazzetta del Sud", attivista contro il Ponte sullo Stretto, ora scrittrice di romanzi col fortunato "Col buio me la vedo io" pubblicato da Einaudi (vincitore tra l'altro del Premio Mondello), la "strettese" Mallamo (nascita reggina e lavoro a Messina) con un testo che è un rituale iniziatico feroce, linguistico, mitico racconta la discesa agli inferi di una sedicenne che si prende il buio tra le mani e lo sfida a viso aperto. Il primo ottobre sarà a Catania per l'evento finale di Etnabook 2025, dove si confronterà con Elvira Seminara

Posizione netta e lontana dalla retorica è la meraviglia che ha scritto con magistralità Anna Mallamo, giornalista d’alto rango e grande professionista della parola che debutta nella narrativa con “Col buio me la vedo io”, pubblicato da Einaudi (pp. 216, € 18,50, in e-book € 9,99). L’autrice ha sviluppato un lessico personale, che esula da qualsivoglia genere, puntando su immagini evocative e consegnando ai lettori la possibilità di analogie sorprendenti che danno corpo ad un romanzo indagine da analista per addetti ai lavori ma fruibilissimo da tutti.

Ma veniamo a fulcro del contenuto. In “Col buio me la vedo io” (che il 14 luglio scorso si è aggiudicato la 51° edizione del Premio Mondello – Sezione Opera Italiana), la Mallamo scrive un romanzo che si potrebbe definire “di formazione”, se questa etichetta non suonasse così pallida per un testo che è invece un rituale iniziatico feroce, linguistico, mitico. Non è un semplice racconto di crescita: è una discesa agli inferi – non figurata, ma concreta – in cui una ragazza sedicenne si prende il buio tra le mani e lo sfida a viso aperto.

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La protagonista, Lucia Carbone, decide di fare ciò che nessuno farebbe. Rapisce un compagno di scuola, Rosario, figlio di un boss, e lo rinchiude nella cantina della nonna morta. Non lo fa per vendetta spicciola, non per follia, ma per cercare la verità sulla morte della zia, e forse su molto altro: la verità sulla città in cui vive, sulle complicità familiari, sull’impotenza collettiva di fronte al potere. Questo è l’innesco della trama, ma sarebbe riduttivo parlare di “azione”: il sequestro diventa un dispositivo simbolico, un modo per trattenere il Male in uno spazio delimitato, interrogarlo, sfinirlo, ascoltarlo.

Anna Mallamo

Anna Mallamo

Il tratto più evidente, e più dirompente, del romanzo è la scrittura: la lingua come personaggio. La Mallamo – “strettese” purosangue in quanto nata a Reggio Calabria e “emigrata” a Messina per il suo lavoro di giornalista (è responsabile delle pagine di cultura e spettacolo del quotidiano “Gazzetta del Sud”) – non adotta una lingua “italiana” neutra: costruisce una prosa sporca e sacra, fatta di dialetto, memoria, incrostazioni poetiche, flash di alta letteratura e impennate da parlato. È una lingua che si fa sentire fisicamente, fa attrito, rumore, suono. Si ha spesso la sensazione che l’autrice impasti le frasi con le mani, come se lavorasse un pane antico, con sangue al posto dell’acqua. E in questo senso, “Col buio me la vedo io” non è solo un romanzo “da leggere”: è un romanzo da ascoltare, da ingoiare, da digerire lentamente. Ribadiamo che la padronanza della lingua italiana è eccelsa ma ciò non è una novità per chi è abituato a leggere gli articoli e i servizi della scrittrice, che però si allontana molto dall’errore che in troppi giornalisti fanno: creare romanzi con stile giornalistico. C’è anche il dialetto che per nulla sfigura grazie, nuovamente, allo stile e al linguaggio letterario. La novità: il simbolo, l’archetipo, l’elemento quid è sensorialmente unico: non raro, è unico! Ci sentiamo di affermare che nessuna fonte preesistente di scrittura critica o editoriale contiene passaggi simili. Anche il giuoco del femminile della Mallamo non è mai stereotipo, né idolatrato. È un groviglio di forze, spesso in lotta tra loro.

Lucia è una ragazza, sì, ma non viene trattata come “vittima” né come “eroina”: è una creatura ambigua, incerta, imperfetta. Accanto a lei si muovono madri, amiche, zie, compagne – corpi e menti che si sfiorano, si tradiscono, si proteggono. Non c’è retorica matriarcale, ma una genealogia cruda e reale, dove le donne non salvano, ma resistono. O cadono. Uno dei temi centrali del romanzo è il conflitto tra giustizia e verità. Lucia cerca risposte ma scopre che la verità, da sola, non salva. Che anzi, può distruggere. E che la giustizia, per essere tale, dovrebbe farsi carico anche del dolore. Non c’è lieto fine, né redenzione: c’è un equilibrio instabile, una consapevolezza nuova, forse una forma di coraggio. Ma anche un dubbio che resta, come una cicatrice.

Nel documentario di Rai5

La Mallamo in un documentario di Rai5

Anna Mallamo ha scritto un romanzo coraggioso, rischioso, viscerale. Non cede al compromesso della linearità, non semplifica, non ammicca. Sfida il lettore con una lingua spigolosa, personaggi disturbanti e una trama che non consola. È un libro che parla al ventre prima che alla testa. Un testo che si pianta sotto pelle, come un corpo estraneo che non vuole farsi assorbire, ma essere sentito. “Col buio me la vedo io” non è un esordio acerbo, ma un’opera pienamente formata. È letteratura che pulsa.
Ma non è solo parola scritta quella della Mallamo che conosciamo anche per la sua presa di posizione come attivista No Ponte, a protezione di natura e di persone che rischiano di perdere le propria radici per un Ponte sullo Stretto di Messina che ha unito negli ultimi istanti anche fazioni politiche non parlamentari al fine che non si faccia. La incontriamo e le chiediamo sul romanzo e sulla sua attività militante contro il Ponte.

Buonasera Anna e grazie per la sua disponibilità. Lei descrive la lingua come il vero motore dell’opera. In che modo la sua scrittura si fa carne viva nella narrazione?
«Io dico sempre che la lingua, per me, è il corpo (dunque la carne) della storia. E in una storia di corpi (la presenza del corpo, persino, talora, come “altro da te”, in una storia di adolescenti, ovvero per definizione di corpi che si trasformano, è molto forte), questa lingua è il lavoro più capillare che mi sono imposta. E’ una lingua carnale, impastata di dialetto, usato non come lingua mimetica e realistica, né, ahinoi, decorativa, come si usa adesso, ma come lingua emozionale, di appartenenza, di visceralità, e nutrita di tutte le lingue che la protagonista incontra e attraversa e assorbe. Perché io credo che questo siamo: i linguaggi e i paesaggi che ci fanno».

Presente per "Scarpe rosse" per scongiurare e combattere il femminicidio

Presente per “Scarpe rosse” per scongiurare e combattere il femminicidio

Quali sono le caratteristiche della “lingua femmina” che emerge nel suo romanzo?
«La “lingua femmina” dice il corpo, con le sue trasformazioni perturbanti, le sue iniziative che, nell’adolescenza, ti cambiano il rapporto con la realtà. Dice i legami, che sono, dolorosamente, tanto di non detto, di indicibile: la sfida è allora usarla per delineare i gesti, i linguaggi dei corpi che si attraggono e si respingono. Dice i doveri, da quelli domestici (per una fimmina calabrisa del 1981 sono ancora tantissimi, tutti, e tutti divisi per genere: nel romanzo c’è un capitolo intero dedicato alla piegatura dei lenzuoli, tra mamma e figlia) a quelli scolastici, reinterpretati e rivisti: ci ho messo il mio amore sconfinato per gli studi classici, il “corpo” di quelle lingue morte che si facevano vive nella nostra immaginazione accesa da miti, leggende, storie gonfie di archetipi. Per questo ho voluto dare a un personaggio, uno di quelli interamente positivi, il nome del mio vero professore di latino e greco, Mimmo Castelli. Un grande maestro, che mi ha insegnato l’amore per la parola».

Il romanzo intreccia registri diversi (dialetto, lingua media, lingua colta). Quanto è importante questa stratificazione linguistica per la costruzione dell’identità dei personaggi?
«Io credo che l’identità sia stratificazione: affettiva, emotiva, linguistica. Siamo attraversati dai linguaggi degli altri, a partire dal primo linguaggio che incontriamo, in famiglia: il lessico familiare è un codice imprescindibile, che ci crea. Il dialetto, per me – che appartengo alla prima generazione a cui il dialetto è stato tolto, proprio sottratto, come lingua della subalternità e della povertà che si voleva, si doveva fuggire – era la misteriosa “lingua dei grandi”, eccitante, inaccessibile. L’italiano era la conquista, era il linguaggio della televisione e della radio (le radio libere sono state l’altra grande rivoluzione della mia giovinezza), con le sue modulazioni. E la lingua colta era quella proposta a scuola, con tutte le variabili e tutti gli incidenti di percorso del caso, e poi dalla letteratura, che resta scoperta individuale ma generazionale, e produce altri effetti, altri assestamenti, altre stratificazioni. Ho cercato di dare tutto questo alla mia Lucia».

L'autrice al castello Aragonese

L’autrice al Castello Aragonese di Reggio Calabria con vista sullo Stretto

Mallamo richiama Mallamo, indiscutibilmente: ma ci sono degli autori che potrebbero essere accostabili alla sua scrittura?
«Per carità, non posso fare io paralleli. Ma se mi chiede chi sono i miei numi tutelari, le scritture che mi emozionano (e che dunque io sono, ho assorbito, ho voluto con me, dentro di me) sono molto varie e diverse, ma forse tutte accese da una sovrabbondanza, da un horror vacui, talora da un turgore barocco: dai miei amati sudamericani tutti al sudamericano più “irregolare” e metafisico, Julio Cortázar, ai miei conterronei Stefano D’Arrigo e Gesualdo Bufalino e Antonio Russello, e Giuseppe Occhiato. E le magnifiche scrittrici meridionali di oggi, da Maria Attanasio a Elvira Seminara. Ma non posso non considerare “deisse” mie anche Rosella Postorino, Donatella Di Pietrantonio, Maylis de Kerangal».

Reggio Calabria, Messina, terre, sangue, corpi, tangibilità: in che modo queste immagini l’hanno condotta a scrivere un’opera così fuori dagli schemi e così, azzarderemo a dire, eclatante?
«Io credo ci sia un vuoto, un vuoto narrativo, per tanti nostri luoghi. Per la Calabria, ad esempio: siamo condannati alla narrazione dei piccoli borghi mafiosi, coi pastori crudeli che parlano un dialetto arcaico. E le nostre città? La mia Reggio, che oggi è una bellissima città di confini (confini metafisici, tra mari e terre, tra antico e moderno) e comunque negli Anni 80 era un luogo vivo d’una sua vita, pur preso tra le due guerre di ‘ndrangheta e reduce dalla terribile rivolta degli Anni 70. Doveva essere possibile raccontare una storia di ragazzini, di famiglia, di palazzine, di canzoni intonate in inglese maccheronico. Doveva essere possibile lambire l’ombra che circonda le nostre comunità ma raccontare anche altro, senza che fosse per forza Gomorra. Poi, i paesaggi ci fanno, come i linguaggi. Loro ci portano le storie, alle storie».

Altro scatto per uno dei sit-in No Ponte

Anna Mallamo in prima fila durante un sit-in No Ponte

Andiamo ai personaggi: a chi accosterebbe la protagonista Lucia? Lucia Carbone è una figura carica di simboli: come ha sviluppato la tensione tra adolescenza e mitologia?
«L’adolescenza è mitologia. E’ cambio di archetipi, è trasformazioni, è sguardo sull’apparente eternità del mondo. Scegliendo una protagonista di sedici anni ho scelto quel modo. Quell’essere costruita, per la prima volta, dallo sguardo degli altri. Quel dialogo, talora esaltante talora disperante, col corpo che cambia. Quella difficoltà di cambiare status, posto, dimensione, sguardo dentro la cosa più conservativa che esiste: la famiglia. Lucia è tutto questo».

Dualità necessaria: il buio e la luce, la vendetta e la giustizia, la memoria e l’oblio. In che modo questi opposti si legano alla mitologia narrata.
«In ogni modo possibile: la mia scrittura è fortemente incardinata sulla dialettica continua tra gli opposti, che non serve a distinguerli ma, semmai, a confonderli ben bene. Come nella vita. Quindi la luce, che può accecare, e il buio, che può essere lo spazio pacificato dove esercitare lo sguardo. Quindi il sopra, soleggiato e affollato dove si sviluppano dinamiche di legame e di conflitto, e il sotto, il mistero, il ricettacolo delle cose rotte, del rimosso, del rimorso. La vendetta che è istinto, sentimento, e deve fare i conti con la giustizia, che dapprima sembra somigliarle ma è diversissima, anzi opposta».

Anna Mallamo al Salone Internazionale del Libro di Torino Lo scorso Maggio

Anna Mallamo presenta “Col buio me la vedo io” al Salone Internazionale del Libro di Torino lo scorso maggio

Marina Ripa di Meana, dichiarò contro ogni atto pedagogico, che “La famiglia è una istituzione barbara”. Che tipo di rappresentazione familiare lei, fa emergere nel suol romanzo agli occhi dei lettori?
«Si potrebbe obiettare che c’è del barbaro in ogni istituzione non fondata sulla scelta. In un capitolo, la mia protagonista Lucia s’interroga con l’amica del cuore Beatrice sui fondamenti dell’amore, e dell’amore familiare in particolare. Che amore è quello in cui non ci si sceglie? E se c’è amore “originario” e poi pure scelta, è “amore più amore”? E quanto di sofferto c’è nei legami imposti dal sangue? Possiamo cambiarli, siamo condannati a subirli? Io m’interrogo, come Lucia, su queste cose. I romanzi non si scrivono con le certezze, ma coi dubbi, con le domande che urgono, che turbano».

Lei comunque sa che, seppur fruibile, mette in crisi il lettore?
«Io credo che tutte le scritture devono risultare, almeno un pochino, “scomode”. Devono fare richieste al lettore, non accomodarlo su un letto di piume. Questa comodità, questo intrattenimento li fanno altre scritture – per carità nobilissime – ma non quelle a cui sono interessata».

La Mallamo è una attivista presentissima NoPontina

La Mallamo è una attivista No Ponte

Desidero farle qualche domanda sulla sua posizione radicale contro il Ponte sullo Stretto di Messina: ci sono stati dei momenti che è entrata in crisi, da attivista No Ponte, sentendosi abbandonata da chi il potere lo esercita a proprio interesse, dunque i politici di qualsivoglia colore siano?
«Io sono molto fiera della mia militanza No Ponte e non mi sento abbandonata mai da chi questa militanza condivide. Non sono però d’accordo sul fatto che tutti i politici, di qualunque colore, esercitino il potere per il proprio interesse. Faccio solo un nome, altamente simbolico: Mimmo Lucano, sindaco di Riace. Viceversa, credo che molte forze pontiste non siano per nulla interessate allo sviluppo del territorio, ma solo al proprio».

Dicembre scorso con Mario Falcone: due eccellenze della cultura per dire NoPonte!

Dicembre scorso con lo scrittore e sceneggiatore messinese Mario Falcone: due eccellenze della cultura per dire no al Ponte sullo Stretto

Che sfide deve affrontare quotidianamente per questa sua scelta? Ha mai ricevuto ripercussioni con provocazioni o minacce?
«Le sfide di tutti noi nopontisti, in primo luogo resistere a una politica nazionale del tutto cieca e sorda a qualunque cosa venga dai territori, ma molto paternalistica nell’imporre scelte e misure. Per quanto riguarda provocazioni e minacce, diciamo che chiunque esprime e sostiene la propria militanza, quale che sia, in Rete è soggetto ad attacchi, talora violenti. Ma io di solito rispondo con l’ironia, che è, tra l’altro, una forma di autodisciplina: se rispondi all’aggressività con l’aggressività contribuisci all’entropia negativa della violenza, se ti alleni a non essere provocato ti rendi refrattario e disinneschi questa pericolosa deriva».

Anna, a chiusura: lei è un talento con la penna in mano. Con la militanza per il sovvertimento di scelte che non fanno bene alla comunità, pensa di riuscire al pari della scrittura?
«Grazie per questa generosa valutazione. No, non credo di saper fare l’attivista meglio di come scrivo. Ma pure, credo che scrivere sia una forma di militanza: tutto è politico (l’ho imparato dai miei adorati Greci, lo vivo a ogni libro che leggo: io sono e sarò sempre, anzitutto, una lettrice), e la scrittura lo è fortemente. Magari non salverà il mondo, non tutto intero, ma qualcosa si salva ogni volta che creiamo un legame attraverso le parole».

L’evento

1° Ottobre presso Mondadori Via Gabriele D'Annunzio, 115, Catania per l'Ottava di Etnabook

1° Ottobre presso Mondadori Via Gabriele D’Annunzio, 115, Catania per l’Ottava di Etnabook

“Col buio me vedo io” sarà presentato a Catania mercoledì 1 ottobre, alle 18, al Mondadori BookStore via via D’Annunzio, evento di chiusura di Etnabook, il festival catanese del libro e della cultura. Dialogherà con lei la giornalista e scrittrice Elvira Seminara.

Elvira Seminara e Anna Mallamo

“Col buio me la vedo io”, Anna Mallamo a Catania per la chiusura di Etnabook

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