A piedi nudi sul palco: gioie, ansie, passioni e sogni dell’Accademia del Dramma Antico

Teatro Questo è il primo racconto di un viaggio all’Accademia d’Arte del Dramma Antico di Siracusa, la scuola di teatro dell'Inda, tra sogni e aspirazioni degli allievi, le regole del gioco dei docenti e la progettualità della dirigenza. Una fabbrica del teatro da custodire e valorizzare. Un’eccellenza del Sud che la Fondazione ha l’orgoglio e il dovere di promuovere anche in nome dei due suoi padri Giusto Monaco e Fernando Balestra

I racconti a volte cominciano dalla fine. La fine è lo spettacolo-lezione aperta, lo scorso sabato, da Risveglio di Primavera di Fred Wedekind per i 22 allievi di primo anno della sezione Giusto Monaco dell’Accademia d’Arte del Dramma Antico (la scuola di teatro della Fondazione Isituto nazionale del dramma antico di Siracusa) con la regia di Massimo Di Michele. Una messa in scena sensuale di corpi arresi a desideri sconosciuti, accennati, catturati, incompresi, uccisi. Ragazzi in mutande, canotte e sottovesti bianche portano nel corpo scenico l’oscenità del puritanesimo dei sensi: la regia e le coreografie di Dario La Ferla hanno consegnato al pubblico parole singhiozzate, affannate, urlate; gesti sinuosi e serpentini a un tempo dentro un’invenzione dello spazio dialogante tra verticale e orizzontale. Bravi tutti i ragazzi in scena e sotto esame: nessuna sbavatura nel variare alternato dei registri drammatico e ironico. E pensare che solo quattro giorni prima si erano sorbite le critiche severe del regista. Io c’ero. E c’ero anche a maggio di un anno fa, quando il canto perfetto di Simonetta Cartia, Teunoe  in “Elena” di Davide Livermore, ha riempito il cielo sopra il Teatro Greco. Simonetta Cartia e Massimo Di Michele e i ventidue allievi lavorano e studiano in una delle realtà migliori d’Italia. Raccontarla è così diventata una necessità, una gioia. 

Gli allievi dell’Adda, foto M. P. Ballarino

Arrivo una mattina di febbraio all’Adda nell’ex convento di San Francesco nel cuore di Ortigia. Già dal cortile si sente uno strano silenzio, che poi non è un vero silenzio se di botto parte un grido o un battito di mani o solo qualche passo contro le scale di marmo che portano al piano di sopra dove si fabbrica il teatro. Quello della scuola voluta da Giusto Monaco e rilanciata nel 2010 da Fernando Balestra. Al loro nome sono intitolate le due sezioni dell’Accademia: la sezione Balestra per bambini, adolescenti e adulti, che provano e studiano nell’ex aula bunker fuori città, e la sezione Giusto Monaco per studenti che in tre anni proveranno a ottenere una patente di attore. Ma già lo sanno che saranno attori perché non sarebbero qui con gli occhi lucidi di fatica e di passione, con i visi piegati già a una maschera, con le mani e le gambe e la voce tremanti.

Come quella di Damiano Venuto (24 anni, di Messina) al suo primo anno di corso che sa piangere di rabbia e di ansia e non sa ancora se rabbia e ansia saranno uscio o varco di un palcoscenico. Gli chiedo se la sua è già ansia da prestazione e lui con sicurezza ritrovata (la stessa che esploderà la sera del saggio) spiega che è in una fase della vita in cui vuole capire se il teatro è la sua strada: «Ho avuto sempre la passione per il teatro: me l’ha inculcata mia madre che da piccolo mi portava a vedere spettacoli anche non adatti alla mia età. All’inizio si crede che il teatro possa aiutare a scoprire le ferite che abbiamo, io ho le mie come le hanno gli altri: qui si impara a condividerle e a cercare una cura. Poi nelle prove di uno spettacolo o di un saggio capiamo che se il teatro non è la cura, è di certo il mezzo espressivo che più ti mette a nudo. Il teatro ha il compito di abbattere i giudizi».

Damiano Venuto (in piedi) e Roberto Marra,  foto di Maria Pia Ballarino

C’è la filata (la prova senza interruzioni) proprio del saggio da Risveglio di Primavera. Chiacchiero con Massimo Di Michele, regista lo scorso anno per il saggio finale dell’Adda di una “Lisistrata” stupefacente e sontuosa. «Premetto che io amo tantissimo insegnare ai ragazzi e nel gruppo del primo anno vedo talenti belli. Il primo impatto con me è per loro sconvolgente: li spingo a eliminare ritrosie, timidezze e pudori inutili. Solo così posso cominciare il mio lavoro, tutto incentrato sulla forza della parola. Questo mestiere ha come base la tecnica: parlare in un certo modo, recitare in un certo modo. Io voglio vedere non Gabriele o Irene, voglio vedere l’attore. Queste cose gliele dico con foga e irruenza, perché al primo anno spesso devo imboccare le battute.  Gli allievi – dice Di Michele – devono aprire l’orecchio e lavorare, lavorare, lavorare. Nelle mie regie, inoltre, cerco sempre l’abbraccio con la danza. Collaborare con Dario La Ferla è fantastico: è un professionista incredibile e una persona meravigliosa. Amo disegni di danza semplici e geometrici e lui sa interpretare ciò che voglio: la gestualità per l’attore che mai deve essere messo in difficoltà. Corpo e parola devono andare insieme».

Massimo Di Michele, foto Daniela Sessa

Educare il corpo: mi rammarico di non poter incontrare fiorettista Stefano Barrera, il campione mondiale che insegna agli allievi a schermare. Osservare Massimo è già uno spettacolo: fa smorfie, agita le braccia, attraversa la stanza da una parte all’altra. Guizza mentre suggerisce i movimenti oppure fa partire ora un’occhiataccia, ora un sorriso. Viscerale (si definisce così alla maniera di Giorgio Strehler, suo maestro), mentre urla “Dovete recitare con il petto, la schiena, le orecchie e pure col buco del culo!” ai ragazzi che sulla pedana palcoscenico delle prove stanno a piedi nudi. Non è solo evitare di scivolare quel piede nudo e nemmeno solo espediente scenico: è la metafora del teatro, è l’eco della maschera nuda di quel genio del doppio che fu Pirandello.

Il fiorettista Stefano Barrera con gli allievi del II anno, foto Franca Centaro

Roberto Marra è giovanissimo, ha occhi magnetici già teatrali, una recitazione intensa: alle selezioni per entrare quest’anno all’Adda ha portato proprio Pirandello, il monologo da “Enrico IV” perché ritiene Pirandello la base per la cultura teatrale del ‘900 e poi Camus «perché mi piace. Qui voglio creare un mio modo di essere attore, così non conto il tempo impiegato a studiare, anche perché credo che l’Adda possa essere il luogo in cui il mio sogno accade. Il mio piccolo sogno, quest’anno, è conoscere Antonio Calenda (sarà il regista di “Le Nuvole” ndr). Dopo il liceo scenografico a Torino ho cominciato a recitare nella  Compagnia Torino Spettacoli. A Siracusa sono arrivato su consiglio di un mio insegnante. Ho trovato un ambiente bello, stimolante dove ci sono ansia di classe ma non competizione».

Roberto Marra, foto M. P. Ballarino

Stare a piedi nudi è sentire il legno come terra umida o secca, fredda o calda: chissà come la percepiscono. Intanto stanno concentrati sui loro movimenti se non che di tanto in tanto a qualcuno cade la voce: emozione tanta, tutta. In una stanza nuda come i loro piedi. Sono tre le sale di recitazione e Sebastiano Aglianò, responsabile dell’Accademia, afferma «siamo costretti a fare i turni. Qui si lavora dalle 8 del mattino alle 8 della sera. Certo servirebbero spazi più adeguati, anche se devo riconoscere all’Amministrazione Comunale la buona volontà di concederci questi ambienti. L’Accademia ha dimostrato negli anni di saper formare gli allievi e ne ho personale riscontro dalle impressioni tutte positive degli artisti che ogni anno vengono per la stagione al Teatro Greco e incontrano i nostri docenti e i nostri allievi. Basti pensare al dopo Accademia di molti nostri allievi come Ivan Graziano che quest’anno sarà Pénteo in “Baccanti” e Antonio Bandiera farà parte del cast di “Le Nuvole”. Fuori dal teatro classico ricordo Eleonora De Luca nel film di Ficarra e Picone e Nicasio Catanese nel cast del prossimo film di Aurelio Grimaldi. Siracusa deve prendere coscienza di avere un gioiellino e lo deve soprattutto promuovere anche per avere ogni anno ai provini sempre più candidati». 

Il direttore dell’Adda Sebastiano Aglianò

Frequentano il primo anno anche Valentina Corrao e Irasema Carpinteri. Valentina, 19 anni, è di Palermo e ha una storia di famiglia importante che le dà luce nello sguardo e un pensiero militante. E’ la nipote di Rita Borsellino e mi racconta che proprio la nonna la portava a teatro, le faceva vedere le commedie di Garinei e Giovannini, l’ha spinta, dopo un’esperienza di teatro popolare, alla scelta di fare del palcoscenico un mestiere, il suo futuro. A Siracusa: «Stare nella mia terra mi ha aiutato molto a superare il distacco dalla famiglia. Nel monologo che ho presentato per le selezioni da “Antigone”, Emone afferma che si deve imparare da chi dice cose giuste. Ecco perché penso che il teatro debba essere materia scolastica: insegna quel senso di umanità così necessaria nei nostri tempi”. A Valentina il teatro piace tutto e non esclude di voler provare anche a fare la scenografa. Dai suoi occhi verdi brillanti emana la luce furba di Mirandolina, il personaggio che ama perché «è la donna che tutte vorremmo essere, una strega attraente».

Valentina Corrao, foto Maria Pia Ballarino

Irasema gioca in casa: è una delle poche allieve siracusane dell’Accademia. Gli allievi (sono cinquantasette) arrivano da tutta Italia ma i siracusani che studiano alla scuola dell’Inda sono pochi. Solo quattro: oltre Irasema, Valentina Lo Manto, Giorgia Greco e Manuel Fichera. Provo a farmi spiegare il perché da Irasema: «L’Adda viene ingiustamente sottovalutata e chi frequenta la sezione Balestra, come me che l’ho frequentata per 4 anni, desidera provare la Silvio D’Amico o la Paolo Grassi. E si perde l’esperienza assai stimolante di incontrare docenti bravissimi e pure l’occasione di stare dentro un gruppo fatto di cordialità e generosità. Questo è un teatro che si fa mangiare e respirare, un tempio sacro dove il tempo e lo spazio hanno una dimensione tutta loro».

Tensione d’attore, foto Maria Pia Ballarino

Stessa tensione, stessa foga, stessa forza per la lezione aperta con Flavia Giovannelli che insegna recitazione in versi. Allieva e assistente del Maestro Paolo Giuranna, scuola steineriana, Giovannelli ritorna sulla nudità: «Dire la poesia è difficile, perché gli allievi sono nudi davanti a chi ascolta: è più difficile ma anche imbarazzante dell’incarnare un personaggio». Ed eccoli: sguardi febbrili e caldi già al mattino, postura controllata tranne Damiano, strelheriani con tanto nero nei vestiti, recitano la poesia del ‘900: molto Ungaretti e poi Montale, Luzi, Saba, Caproni, Sbarbaro, Pozzi, persino Pasolini e la bellissima “Chi sono?” di Palazzeschi recitata da Livia Allegri, con uno sguardo incantato. Qui c’è la felicità del teatro – ho pensato – mentre la maestra Giovannelli, con la stessa appassionata mimica di un direttore d’orchestra e a dispetto del pancione (è la sua ultima lezione per quest’anno, da domani è in congedo per la maternità e le tocca l’abbraccio circolare degli allievi alla fine della lezione aperta) spezza le singole esibizioni con le recite corali: «Ho scelto di lavorare a Siracusa perché nel teatro greco c’è il centro del teatro come coralità, che è l’origine stessa del teatro; l’orchestra è arte della parola e la parola di Steiner è parlare artistico, parlare conformando i suoni con coscienza. Il lavoro sulla poesia è un lavoro per sottrazione, consente di togliere gli orpelli del teatro amatoriale che i ragazzi si portano addosso. La poesia fa esclamare, la poesia dice».

A proposito di poesia. Ecco finalmente Simonetta Cartia, lo sguardo dolce e timido. Simonetta, all’Accademia dal 2008, insegna canto corale. Ride quando le spiego che da lei ha avuto inizio questo mio viaggio e mi conferma quanta poesia abita in lei: «Mia mamma mi trovò a tre anni sul balcone mentre cantavo alla luna. Da quel momento il canto è diventato la mia espressione, il sollievo da tante situazioni. Ascolto tanti brani, anche di musica etnica, per capire quante potenzialità ha la nostra voce, quanti tipi di canto ci sono nel mondo e come raggiungerli nelle sfumature locali. Questo è alla base del mio lavoro con gli studenti: togliere i vezzi e i vizi della loro voce come parte essenziale della formazione attoriale. Gli esercizi sui brani corali arrivano dopo il lavoro sulla voce di ciascun allievo. Adesso stiamo lavorando sui brani dei Sei Ottavi».

Simonetta Cartia

Più prosaico è Carlo Cerciello, regista di “Fedra” al Teatro Greco nel 2016 e tifoso del teatro politico: «Dovete ottenere il riconoscimento come lavoratori, portare al Ministero le vostre proposte sulla nuova legge sul teatro. Siete promotori di cultura» dice a un gruppo di allievi riuniti al tavolo insieme a lui, in una stanza con due piccole maschere di carta su una parete, piccola e non insonorizzata che rende le sue parole necessarie, solo per dare all’impegno e alla passione di questi ragazzi i luoghi giusti, quelli che alla politica interessano poco. Continua, Cerciello, a motivare gli allievi – “Il teatro occorre farlo per se stessi. Non voglio vedere un attore narciso. La paura del vuoto fa parte di questo mestiere” -, e infine per non smentire la carica tutta napoletana prima cita Edoardo De Filippo – «La verità in teatro può essere più vera della vita» – e poi strappa a tutti una risata: «Col teatro si può battere Sanremo!».

Incontro di lavoro con Carlo Cerciello, foto di Daniela Sessa

Eccome, se si può battere. Basta entrare in un’altra stanza e trovarsi risucchiati dal suono delle voci degli allievi del terzo anno che fanno le prove di canto con Elena Polic Greco: «Insegno a liberare la voce, costruire un apparato fonatorio forte e che doni ai giovani la consapevolezza del loro strumento “voce” per mantenerlo sano nel tempo, a costruire l’architettura del suono: il mio lavoro parte dall’impostazione lirica del canto classico in un percorso circolare che attraverso il musical e la musica popolare torna al suono lirico, pulito e sano che consentirà di avere tutte le possibilità artistiche, anche fuori dal teatro classico». Eccoli, i ragazzi del terzo anno intorno a Elena a muovere labbra, petti e mani per acchiappare le note. «La forza è lavorare in gruppo – continua Elena Polic Greco – perché in gruppo si conosce per prima cosa se stessi e si può fare il salto individuale. Dovrebbe funzionare così anche il modo di essere cittadinanza».

La dimensione del gruppo è il tratto caratteristico dell’Accademia: il gruppo degli allievi, il gruppo dei docenti, il gruppo degli allievi e dei docenti assieme. Un dipinto impressionista: i puntini di colore e il magma della luce. C’è l’orgoglio, o forse l’esigenza, di trasmettere quest’immagine. L’importanza del gruppo ritorna nelle parole di Daniela Quaranta, di Caserta, alla fine del suo percorso di studi: «Non è che tra di noi non nascano a volte tensioni o scontri, ma avviene tutto in un ambiente sano dove sana è la competizione. Aiutarsi a vicenda è di certo per noi un valore aggiunto». Daniela si è innamorata di Siracusa nel 2015 quando è venuta a vedere “Medea” e ora mi dice con un sorriso soddisfatto che le apre il bel viso di essere sin dal primo anno l’assistente di Emiliano Bronzino. Daniela racconta cosa vuol dire per giovani attori stare a Siracusa. Vuol dire inventarsi un evento OFF, l’Ortyx Drama Festival, con i compagni Nicola Morucci, Alessio Iwasa e Ornella Matranga: lo scorso ottobre tre performance in luoghi alternativi per far incontrare teatro e territorio. Non è l’unica esperienza fuori dalle stanze dell’Adda, come partecipare allo spettacolo Water Peace di Dario La Ferla e Moni Ovadia per il Siciliambiente Film Fest a San Vito Lo Capo. Si avvicina Daniel Pistoni e mi confessa che Daniela è la sua compagna. Amicizie, amori. Ne scopro qualcun altro. Nella classe del secondo anno c’è Gabriele Manfredi, 22 anni di Massa Carrara che su Facebook ha già un nome d’arte, Gabbro, sta con una ragazza di Siracusa che però frequenta la sezione Fernando Balestra. E chissà quante altre storie ci sono da scoprire.

Adda, filata per “Risveglio di Primavera”, foto di Daniela Sessa

Ma il teatro richiama all’ordine: come dimenticare che il teatro è disciplina? Ogni gesto degli allievi, ogni richiamo dei docenti lo dice. Daniel è bresciano, ha esperienze di mimo con Bob Wilson e mai avrebbe immaginato di accostarsi al teatro classico. Invece ha sfidato se stesso, è venuto a Siracusa dove lo studio è fatto anche di tanto teatro contemporaneo, di contaminazioni. «Il teatro per me è un luogo per pensare di essere ancora bambini  – timidamente scosta dal viso i lunghi capelli – e nel mio sogno di attore c’è il desiderio di dare qualcosa alle persone, al pubblico”. Gabriele, invece, viene da esperienze di cabaret col padre: «A un certo punto ho deciso di imparare a recitare ed eccomi qui. L’Adda ha una marcia in più. Qui ho avuto la fortuna di conoscere il regista Andrea Battistini e di respirare Ortigia a pieni polmoni”. Il viso di Andrea Pacelli non mi è nuovo. Ha già qualche esperienza cinematografica e pure un qualche disincanto: «Il teatro non ha bisogno di un teatro per essere teatro, ma una struttura aiuta a farlo. Non lo fanno i teatri stabili e nemmeno la critica». Mi racconta che lo scorso anno con il gruppo “Le campane”, formato da nove compagni di Accademia, ha fatto uno spettacolo in piazza e la città ha risposto bene: «A Siracusa, però, manca un teatro al chiuso. Potrebbero concedere a noi giovani attori la gestione del teatro comunale – azzarda a dire – e sono certo che saremo in grado di farlo vivere».

Lezione di Annalisa Bianco, foto di Daniela Sessa

Certo, qui sanno cosa vuol dire teatro vivo. Basta assistere alla lezione di recitazione di Annalisa Bianco. Annalisa crea il copione insieme agli allievi del secondo anno: “Prometeo” di Eschilo diventa un testo a sei voci, si innesta con un testo attuale sull’umanità migrante. Annalisa cerca «uno smottamento del linguaggio» e sprona gli allievi con un magnetismo misto a ironia che crea situazioni quasi metateatrali: un’allieva perde il controllo delle emozioni e rovescia una bottiglietta d’acqua, un’altra chiede di recitare seduta perché si sente più a suo agio, Ornella Matranga (assistente della Bianco) domina la situazione con la sua serafica sicurezza, uno si alza ed esce un po’, un altro sta tutto il tempo con la faccia rivolta verso la docente. E’ Rosario D’Aniello e ha una faccia simpatica incorniciata da una massa di capelli ricci tenuti da un cerchietto giallo. E’ della provincia di Salerno e ha fatto teatro amatoriale in dialetto napoletano (e si sente!): «Nel 2016 sono venuto con la mia scuola al Festival dei Giovani di Palazzolo e ci hanno portato al teatro greco di Siracusa per vedere “Elettra”: quella sera ho alzato gli occhi al cielo e mi è venuto da piangere. E’ stata una folgorazione e ho capito cosa volevo fare nella mia vita. Ho fatto il provino solo per questa Accademia e anche se il primo è andato male, ci ho riprovato. E’ qui che voglio formarmi».

Un rumore ovattato di passi mi spinge ad aprire la porta di una stanza. C’è la lezione di danza di Dario La Ferla, tra i docenti storici dell’Adda. Lo avvicino alla fine della lezione: «Rivivo e oltrepasso me stesso, la mia arte, attraverso i giovani che sono per me dovere, impegno e affetto. Continuo la mia danza e la mia ricerca attraverso i loro corpi. La parola e il testo, si esprimono da sempre nella corporeità e pur attraverso estetiche diverse, un corpo in scena è fattore espressivo primario. Io aiuto a formare una corporeità possibile, lasciando nell’inutile l’autocompiacimento, l’esibizionismo, l’autoreferenzialità. Ai miei allievi chiedo di sentirsi parte “politica” di un processo culturale infinito, che avanza. Dico spesso loro che insegno pensando sempre che tra 10 anni saranno loro i protagonisti del nuovo teatro per l’umanità. La formazione è una fioritura. Il nostro, in fondo, è un impegno da giardinieri». Ha perfettamente ragione Dario quando afferma che la grande specificità della scuola è “coniugare il lontano e preveggente passato col modernismo, in un costante adeguamento all’attualità vivace e giovanile».

Dario La Ferla, Guido Bison e Irasema Carpinteri, foto Daniela Sessa

Lo pensa anche Emiliano Bronzino. «Per il saggio che si terrà a fine giugno su “Dialoghi di Leucò” stiamo creando un’installazione museale fatta di 11 o 12 figure, ciascuna il frammento non compiuto di un’opera in cui viene ricostruito il quadro generale, come d’altronde è frammentaria la nostra immagine della classicità. Il punto centrale del lavoro sarà il rapporto tra natura, divino e umano: il triangolo della cultura greca presente pure nel testo pavesiano. Questo per ribadire che all’Adda si fa un lavoro più sul contemporaneo che sul teatro antico, della cui verità abbiamo idee vaghe. Del periodo d’oro della commedia attica sappiamo che c’erano delle componenti cantate e danzate e su questa cosa l’Adda è un’eccellenza: prepara molto bene i suoi allievi a misurarsi con il canto e la danza, necessari se devono affrontare, quando coinvolti, le rappresentazioni al teatro greco». Cosa non perdona Bronzino ai suoi allievi? «Vi avverto: il mio è un discorso da vecchio – e sorride -. Non perdono la discontinuità disciplinare rispetto al lavoro: il teatro è un lavoro totalizzante, non sono ammesse spesso nel nostro mestiere le necessità basilari umane, come vedere la famiglia o stare a casa. Magari è solo una questione generazionale, ma i ragazzi devono capire che non c’è nient’altro che il risultato sul palcoscenico. La mia classe, perché mia considero la classe del terzo anno, è forse l’eccezione alla regola».

Emiliano Bronzino, foto Franca Centaro

E’ difficile strappare a tutti una parola sulle cose che non vanno. La chiedo ancora a Massimo Di Michele che non comprende come non si faccia volare l’Accademia, spesso adombrata dalle esigenze delle rappresentazioni classiche, eppure «l’Adda ha insegnanti eccellenti e allievi in grado di superare selezioni molto difficili. I diplomati di questa accademia come Dario Battaglia, Alessandro Burzotta, Ivan Graziano, solo per citare alcuni, sono attori formatissimi».  Giro la domanda a Simonetta Cartia: «Faccio parte del cast del film di Andrei Konchalovsky su Michelangelo insieme agli ex allievi Rossella Zagami, Vladimir Randazzo, Sabrina Sproviero e Laura Ingiulla. L’Adda è questo. Certamente l’attività di promozione deve essere ampliata: solo da qualche anno i ragazzi fanno mini tournee in cui si confrontano con altre realtà, ma occorre fare di più». Spingo Emiliano Bronzino a indicarmi un difetto: «L’Accademia è un catalizzatore di competenze. Qui non ci sono cose che vanno male ma cose che devono essere perfezionate. Di questo devo rendere merito al Sovrintendente dell’Inda Antonio Calbi per la cura che riserva all’Adda. Il difetto riguarda tutto il Sud che ha un numero di accademie molto basso. Che l’Adda sia un’eccellenza Siracusa non si rende davvero conto, soprattutto considerando che c’è una ridottissima offerta teatrale al di fuori della stagione classica. L’Accademia, per esempio, è costretta a far vedere ai propri allievi teatro di qualità fuori da Siracusa».

Adda, “Risveglio di primavera”, foto di Maria Pia Ballarino

Così, in un momento di pausa raggiungo al telefono il Sovrintendente Antonio Calbi. Conoscendone la capacità di visione manageriale gli chiedo dell’impegno della Fondazione per l’Accademia: «La mia visione è farne una delle eccellenze formative del bacino del Mediterraneo con progetti di Summer School o Master di specializzazione per accogliere anche allievi e docenti stranieri. Ma è un progetto molto impegnativo. Più a breve termine l’Adda, una delle poche scuole a sud di Roma e la seconda in Sicilia, ha innanzitutto la priorità di ottenere il riconoscimento ministeriale come accademia di rilevanza nazionale. L’Adda non è finanziata da nessuno, né dallo Stato né dalla Regione. Si finanzia con i ricavi della stagione classica e con le rette degli allievi. La concessione della sede in Ortigia è un fatto positivo e, grazie all’assessore comunale alla Cultura Fabio Granata, ora abbiamo la disponibilità di una terza sala di recitazione. Ovviamente tutto questo non basta se si vuole che l’Accademia ampli la sua offerta formativa – per esempio con l’insegnamento della musica o con discipline complementari quali scenografia, coreografia o regia – e possa avere un teatro per i saggi degli allievi». Per teatro intende il Teatro Comunale? «Non escludo che l’Inda possa fare una convenzione con chi gestirà il Teatro comunale per accogliere i saggi degli allievi – prosegue Calbi -. L’Adda è una risorsa per fare teatro tutto l’anno a vantaggio della preparazione degli allievi, qui in una specie di esilio formativo, che se da un lato ne permette la concentrazione e l’amicizia dall’altro impedisce di vedere altro teatro. Ma anche a vantaggio della città. Sono per un’Accademia aperta che incontri la città».

Antonio Calbi, sovrintendente dell’Inda nella sala dell’Adda, foto F. Centaro

Nei corridoi incrocio Attilio Ierna, siracusano e docente di dizione. Chi meglio di lui può raccontarmi il rapporto tra l’Accademia e Siracusa? «Intanto non tutta la città ha una vera conoscenza della nostra realtà. Il fatto di essere sotto l’ombrello della Fondazione Inda permette all’Accademia una percezione positiva favorita dall’apertura alle scuole siracusane (Proagon o il Festival dei Giovani, ndr). Questa, e mi riferisco ai miei corsi, è una scuola in cui gli attori sono pronti non solo per il dramma antico ma anche per il teatro contemporaneo, per il doppiaggio, per le letture radiofoniche. Insegno al primo anno l’ortoepia e l’ortofonia cioè il parlare bene, l’italiano neutro che è la lingua italiana professionale, una vera nuova lingua. Negli anni successivi, oltre alle tecniche di lettura espressiva al secondo anno e al terzo studi più complessi (quest’anno stiamo preparando uno studio sui monologhi di Giorgio Gaber, quindi il teatro canzone), faccio sempre manutenzione della lingua neutra, per riuscire a scardinare gli accenti dialettali di ragazzi che arrivano da ogni parte d’Italia. Vado contro la scuola di pensiero secondo la quale la lingua neutra non è fondamentale: l’italiano pulito è dei grandi attori sebbene pare non servire per il cinema o per la fiction. Su questo sono severo e non ho altre alternative se non esserlo». 

Attilio Ierna

Resta alla fine della giornata una domanda se per questi artigiani della scena, il teatro sia un sogno o un bagno di realtà. Incontro Ornella Matranga. Lo chiedo a lei che senza incertezze risponde: «Fare teatro è immergersi nel mondo reale per imparare a vedere ciò che non sempre vediamo e trovare il modo di renderlo visibile a tutti. È immergersi nel mondo reale per inventare nuovi spazi!». Il punto esclamativo, la didascalia del viaggio nelle stanze dell’Accademia d’Arte del Dramma Antico. Mentre scendo le scale che mi portano fuori nel chiostro e sbircio al piano terra i costumi di scena esposti nella mostra “La scena ritrovata”, mi viene in mente un particolare. Sul bordo del tavolo di legno nella sala grande qualcuno ha scritto FIGHTERS. Non mi pare uno sfregio al tavolo piuttosto un fregio per gli allievi. Combattenti. Il barbaglio della passione negli occhi e le braccia e la voce armate di parole e il corpo offerto al teatro. Combattenti. E vi pare poco? 

I sorrisi degli allievi dell’Adda dopo lo spettacolo, foto Daniela Sessa

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