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A Camilleri gli odiatori seriali non perdonano il successo

Blog Lo scrittore empedoclino, al quale auguro di guarire al più presto e “cataminarisi” per regalarci nuovi romanzi, non può accorgersi del liquame telematico irrorato in questi giorni dai suoi nemici. Chissà se si limiterebbe a sorriderne, così come sorrideva delle aspre critiche tributategli da critici e scrittori nel corso della sua prodigiosa attività

Trent’anni fa Leonardo Sciascia, mentre lottava col morbo che l’aveva invaso, per di più dovette subire un subisso di polemiche e insulti da parte di un’armata Brancaleone di scrittorucoli invidiosi e cretini, di furbi “professionisti dell’antimafia”. I quali, ora, recitano giaculatorie in memoria, ma allora gli avvelenarono quegli ultimi scampoli di vita.
Andrea Camilleri, al quale auguro di guarire al più presto e “cataminarisi” per regalarci nuovi romanzi, per fortuna non può accorgersi del liquame telematico irrorato in questi giorni dai suoi nemici. Nemici piccoli piccoli, odiatori seriali, mosconi da letame.

Andrea Camilleri

Chissà se si limiterebbe a sorriderne, dal fondo della sua serena cecità da veggente, così come sorrideva delle aspre critiche tributategli da critici e scrittori nel corso della sua prodigiosa attività. Prodigiosa davvero: un centinaio di romanzi, prodotti a un ritmo che ha eguali solo in Simenon. Ma a differenza dello scrittore belga da lui amato (e si ricordi il bel Maigret televisivo da lui prodotto e curato), Camilleri ha scritto tanto nel ristretto spazio d’un quarto di secolo. Quando lo conobbi, a casa dell’indimenticabile attrice e carissima amica Mariella Lo Giudice, Andrea era già anziano ma non era ancora scrittore, era a Catania per il suo mestiere di regista, e nell’arco d’una cena era capace di bere un’intera bottiglia di whisky.

Poi la rinascita, come ora ci auguriamo torni ad accadere. E dalle penombre dietro le quinte della ribalta teatrale, balzò rinverginato e aitante lo scrittore: fu il delizioso “Birraio di Preston”, che a Siracusa insignimmo del premio Vittorini e che con “La concessione del telefono”, “Il re di Girgenti”, “La presa di Macallè” resta uno dei suoi capolavori (per non dire del bellissimo, struggente “Parla, ti ascolto”, mai entrato in commercio e regalato in segreto a qualche centinaio d’amici).

E fu il successo, che ai suoi denigratori diede molto fastidio. Eh già, perché la buona letteratura dev’essere per costoro ostica e impopolare, vendere poco, non sfiorare generi di largo consumo come il “giallo” e magari proseguire il piagnisteo per la perdita della casa del nespolo e il naufragio della Provvidenza, lutto immane che troppi scrittori siciliani o aspiranti tali tentano ancora, mestamente, di elaborare. Invece quel birraio e Patò, Montalbano e Catarella, divertivano; e ci regalavano l’immagine di una Sicilia non più funestata dall’urlaccio di pessimo gusto “Hanno ammazzato cumpari Turiddu”, ma solare e vitale, caoticamente e argutamente dinamica, impastata di comicità e malinconia.
Intrattenimento? Letteratura di serie B? E chi ha detto che la letteratura debba solo angustiare, e che i meccanismi romanzeschi ben oliati, immediatamente comunicativi e perciò coinvolgenti, non siano degni della benedizione degli arcigni sacerdoti delle belle lettere? Scarso impegno civile, si parla poco di mafia? Anche questo si è detto, e non è vero: bastino tra l’altro le recenti prese di posizione dell’indignatissimo intellettuale Camilleri, molto più drastiche e vigorose di quelle di tanti suoi cauti colleghi. Oppure basti quanto scriveva Cechov a un amico: lo scrittore e l’artista, rispetto alla politica, hanno un solo dovere, difendersene. Di pubblici accusatori – aggiungeva – e di gendarmi, ce n’è già troppi in giro.

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