martedì 23 luglio 2019

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La piuma bianca

Vivi Napoli. E non muori

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Per uno che ama la montagna, Napoli è una città dove silenzio, solitudine e orizzonti naturali non ci stanno. A Napoli niente è preciso ma tutto si compone in una forma di esattezza che riflette qualcosa che appartiene all’essenza della natura: nessun tramonto è uguale a un altro. La contagiosa creatività è dovuta, chissà, alla spaventosa energia vulcanica che questa terra tiene


di Sergio Mangiameli

Ecco daccapo il limite, che porta alla necessità di una svolta. Succedono le migliori cose, qui: ne ho le prove. Doveva allungarsi lo spazio per migliaia di chilometri, tra me e mia figlia, e il tempo dilatarsi per centinaia di giorni, prima di poterla rivedere, perché toccassi il limite del mio esser padre. E qui, sul margine di un aeroporto prima dell’alba, sentire di poter fare qualcosa di nuovo.

Così ho cambiato modo e, il primo passo con l’altra gamba, l’ho diretto verso un luogo lontanissimo dalla mia vecchia immaginazione: Napoli. Perché Napoli è una città e non una montagna. Perché Napoli è una città affollata, sporca e rumorosa. Dove cioè silenzio, solitudine e orizzonti naturali non ci stanno.

Napoli e il suo totem, il Vesuvio

E ho fatto un viaggio che ha questa storia.

Ho camminato sulle basole nere di lava del Vesuvio, lucide di secoli di passaggi di milioni di scarpe e zoccoli di cavalli e cingoli di ruote di carri. Sono risalito dalla stazione per una via farcita di librai, in mezzo a una folla di gente senza fretta. Libri di lato, davanti a spartitraffico, esposti dietro i vetri, libri riflessi, ordinati in pile, allineati secondo l’alfabeto, o l’argomento, o l’autore. Mai confusi nel disordine. Libri che conservano comunque un’eleganza silenziosa, quasi solenne.

Poi, un uomo dalle tempie imbiancate e gli occhi seri, si sistema e inizia a suonare la chitarra. E canta. O parla, che qui, in questo luogo diventa lo stesso. La parola non finisce, si lega all’altra in armonia, senza il vuoto del silenzio. Non si capisce l’esattezza, ma si percepisce l’intenzione con esattezza: musica nella sua essenza di colla, l’unione che tende all’infinito.

Sento che devo fermarmi.

Cerco la smorfia di mio disgusto tra questo sublime percepito e la spazzatura a terra, non raccolta, che campeggia nell’indifferenza. E non la trovo, la mia piega di schifo. I libri soverchiano il marcio; la musica profuma il suo fetore.

Continuo a camminare, supero una grande porta cittadina, attraverso una via antichissima e proseguo tra botteghe di strumenti e testi musicali. Un nuovo canto condisce l’aria di qualcosa che sembra irraggiungibile e impossibile. Ma è qui. Tutto qui: le linee brillanti di legno lucido di scrigni di suoni conservati, custoditi da impeccabili uomini educati alla signorilità, che vendono con un’eleganza quasi impropria, insieme all’unto secolare di vita da strada, dove il rifiuto ne deve far parte senza vergogna alcuna, come la malattia o la morte stessa rientrano nella vita.

Mi lascio andare allo slancio di esserci e compro un vecchio volume di musica e parole di Pino Daniele, col prezzo in lire e il bordo ingiallito, le pagine ondulate, l’odore a strati di ricordi. Ma non è per me, è un regalo. Niente qui è per sé stessi, appunto. Non esiste la separazione, regna l’opposto, la colla che unisce. L’infinito possibile più avanti.

Pino Daniele e Napoli, legame inscindibile

E mi commuovo. Io a Napoli, tra i suoi vicoli, avviene l’imprevisto incanto e mi commuovo.

Un gruppo di ragazzi, sui gradini di una chiesa, suona e canta e balla, e un cane sta lì con loro. Ricevono applausi. Dei motorini in transito non pestano nessuno, nessun fischio di vigile. E mentre scendo verso la Cappella dove giace il Cristo velato, un giovane che vende calzini a rate mi fa inciampare per la sua meravigliosa fantasia nel mio dimenticato sorriso. Mi parla con quella musica dentro, mi chiede da dove vengo, si ferma: “La Sicilia va benissimo!”, dice. Tiene famiglia, se lo posso aiutare. Pago in contanti. Mi fa lo sconto. Vorrei quelli lunghi. “Dottò, le do i colori che vuole”. Poi mi chiede qualcosa per un caffè, al mio buon cuore. S’allontana ringraziandomi col calore di un padre di famiglia e l’eleganza di un professionista, e io ho la sensazione di aver fatto un ambo: un affare e una buona azione. Probabilmente né l’uno né l’altro, ma traguardo cosa ci possono insegnare, i napoletani.

Dentro, nelle luci velate sul Cristo di pietra che riposa sotto un velo trasparente di marmo piegato, intuisco come il luogo influenzi il possibile della capacità umana e riesca a toccare l’immaginazione migliore. Penso alle forme d’arte napoletana che vanno da questa scultura al teatro al cinema alla musica alla letteratura alla pittura. Penso all’origine di questo flusso infinito, alla sua fiamma d’ispirazione, che ancora non mi è chiara.

Torno tra i vicoli della città vecchia, nei quartieri storici dei presepi e delle statuine che fissano l’umanità varia senza classi né pretese, e passo davanti alla pizzeria di Gino Sorbillo, dove nei giorni passati è stata piazzata una bomba dai camorristi del pizzo, e Gino ha riaperto subito. Mi fermo bloccato da un muro umano che aspetta. Non è una vera e propria fila, ma un tempo largo di slabbrata attesa per poter entrare nella pizzeria e gustare una Margherita, per testimoniare che insieme, tutti, si può fare qualsiasi rivoluzione, o più semplicemente vivere meglio. E mi succede daccapo, di avvertire l’urgenza incontenibile della goccia interna del troppo pieno.

Folla davanti alla pizzeria Sorbillo, foto Sergio Mangiameli

Ma voglio andare un po’ più avanti di S. Chiara, arrivare a vedere un buco strano, la bottega che porta il nome Dante & Descartes – libri perduti e ritrovati.

Ci arrivo e stavolta aspetto anch’io. “Dovrebbe aprire verso le 16.30”, mi dicono i ragazzi dell’info turistica. Dovrebbe. Verso. E considero che qui niente è preciso, e tutto si compone in una forma di esattezza che riflette qualcosa che appartiene all’essenza della natura: nessun tramonto uguale a un altro, nessuna alba nella precisione ripetitiva temporale. E mi viene l’intuizione che qui, a Napoli, questa essenza la faccia l’Uomo, nel modo più fitto e profondo, come uno spaccato geologico, in cui strati di formazioni piegate e strizzate stanno tutti lì, in una colonna stratigrafica che pesca nella memoria della terra, della natura, la sua origine.

Quando arriva il titolare, carico di cartoni di libri, entro finalmente nel luogo che per me ha il significato importante di avermi dato la scenografia per raccontare la storia di “Quasi inverno”. L’allocazione di Quinto, la sua casa nel bosco di Pietragrossa, parte da qui, dalla Piazza del Gesù di Napoli, da questo libraio che ha editato “Tu non c’eri” di Erri De Luca, napoletano anch’egli. Il libriccino, introvabile altrove, su mia richiesta telefonica, mi è stato spedito anni fa dal titolare, Raimondo Di Maio, senza conto a pagare, né del libro, né della spedizione. A questa cosa, riesco a dare un nome solo: signorilità.

Naturalmente, è fuori discussione il saldo, ho il piacere di stringere la mano al figlio Giancarlo, e perdermi e ritrovarmi in alcuni libri che compro.

Si è fatto scuro, mi dirigo verso Via Toledo e svolto. Entro controcorrente nella fiumana da sabato sera, che prende la strada da un palazzo all’altro. Verso il mare o la stazione, il quadro è lo stesso e io non vedo più una folla di gente, ma un organismo unico. Non sento i gomiti degli altri, non avverto spigoli, limiti. Scivolo in mezzo, dentro questa straripante umanità che non mi soffoca, anzi, al contrario riesco a vedere gli stessi orizzonti montani d’infinito, dove le condizioni di solitudine e silenzio, mi sembravano opposte a Napoli. E lo sono, ma anche uguali. I dadi bianchi della montagna qui hanno il colore nero, l’altra parte necessaria per sentire il tutto della vita. Qui, la carica umana è infinita. Qui, la contagiosa creatività è dovuta, chissà, alla spaventosa energia vulcanica che questa terra tiene. Qui, a Napoli il niente distruttivo esiste senza paura da quando c’è memoria umana. E assieme all’annichilimento già vissuto e ora scientificamente, geologicamente previsto, esiste anche il tutto. Posso stringere in una sola mano il dado bianco e il nero, il silenzio e il suono, la solitudine e la massa.

Quando entro in Piazza del Plebiscito e tocco l’imponenza del palazzo reale, uno strale di mare mi arriva al naso. E ho la sensazione di essere giunto, stanco, alla cima, o alla riva. Mi affaccio e vedo una possibile direzione di senso di unità e umanità ritrovata per tutti, che passa da qui. Con imprevista fantasia, proprio da Napoli.


© Riproduzione riservata
Pubblicato il 05 febbraio 2019




Sergio Mangiameli

Il senso di appartenenza, come ostinato segnavia, con l’ambiente naturale. Sono presente su Facebook


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