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Baudelaire, Bufalino, Battiato e l’altrove dove tutto è calma e voluttà

Blog Nel centenario della nascita del professore comisano come si fa a non pensare a quell'altrove celebrato dal cantautore di Jonia in "Invito al viaggio", perla di chiusura di "Fleurs" che riprende la traduzione del poema di Baudelaire ad opera di Bufalino che sognava ad occhi aperti fissi su quel “laggiù” carico di "luxe, calme et volupté"

«Tutto, laggiù, è ordine e beltà, / magnificenza, quiete e voluttà»: così sognò Charles Baudelaire, dentro un sogno dell’insonne Gesualdo Bufalino.
Era una notte luminosa e profumata, nell’estremo lembo dell’isola in cui il candido professore comisano compitava tous les livres e sognava a occhi aperti, fissi su quel “laggiù” carico di luxe, calme et volupté. Al quale guardava, altrettanto assorto e smemorato, in una notte etnea altrettanto speziata e risonante d’echi, il poeta e musicista Franco Battiato, tra una meditazione sufi e un’icona smagliante come quelle di Andrej Rublëv.

Charles Baudelaire

E tanto era ammaliato anche lui da quel miraggio, da sognarli entrambi – Baudelaire e Bufalino, lo spleen de Paris e il miele ibleo – in un nuovo sogno. Che si chiamò Fleurs: e culminava in quella stessa Invitation au voyage («Ti invito al viaggio in quel paese che ti somiglia tanto…»), in quel “laggiù” dove «tutto è ordine e bellezza, calma e voluttà». Un “altrove” che Franco vagheggiava al centro del Sé, laddove possono convergere i treni lenti di Tozeur e il turbinoso roteare dei dervisci, il «mal d’Africa» dei meriggi a Jonia e «la grazia innaturale di Nijinskij».

Franco Battiato

Ecco cosa si cela, dunque, “laggiù”: una musica, la tenue e segreta melodia che per Bufalino aveva le cadenze nostalgiche di un’arietta parigina di Charles Trenet. Vecchio enfant du paradis, stregato dagli occhi di Arletty e dalla voce dell’Usignolo dei boulevards, a lui i piaceri della memoria schiudevano tesori ben più vasti dei ricordi privati: il basco nero di Michèle Morgan sul quai des brumes, o la vieille photo e i baisers volés di Trenet, gli appartenevano come memorie gelosamente serbate e delibate.

Que reste-t-il de nos amours? Restano, di quegli amori, la luce e il lutto di mille e una vita, dissipate tra i lungo-Senna e le foci dell’Irminio. E resta una vecchia traduzione della canzone di Trenet affidata alla complicità («Hypocrite lecteur, mon semblable, mon frère») dell’amico-chansonnier, del compagno d’iniziatiche predilezioni e di compiaciuto esilio Franco Battiato.
E Battiato, sommessamente modulandola, la velò di pudore e d’ironia: fu la canzone Che cosa resta, che fa parte di quell’album del ’99; e schermò quel commosso omaggio, e quelle rime ingenue e impolverate, al riparo d’uno straniante e anticato effetto-fonografo: almeno in principio, prima di liberare il canto sulla scía di una dichiarata, struggente nostalgia. Come quella di cui si nutrono, rigogliosamente germogliandone, le sue Fleurs: nitide e preziose come un’icona, sull’immoto fondo-oro dell’Essere, screziato dal turbine di danza, circolare e impalpabile, del Tempo.
E se oggi quei versi e quella musica mi tornano alla mente, è perché siamo appena entrati nell’anno in cui ricorre il centenario della nascita di Bufalino, che sarà adeguatamente onorato dalla Fondazione comisana a lui intitolata, diretta dal mio caro amico Nunzio Zago; ma anche perché di Franco Battiato e delle sue condizioni si continua a non saper nulla, e chi lo ama se ne dispera.

Gesualdo Bufalino

Meglio concludere, allora, tornando a quelle Fleurs e in particolare alla Chanson des vieux amants di Jacques Brel (chi non la ricorda? “Mon doux, mon tendre, mon merveilleux amour, de l’aube claire jusqu’à la fin du jour, je t’aime encore, tu sais, je t’aime…”), perché in quei versi rivisitati da Franco c’è già una chiave, io credo, per capire sia Battiato sia Bufalino, soave e ironico affabulatore, giocoliere sull’orlo dello strazio: “il faut bien du talent, pour être vieux sans être adultes”, occorre del talento, per invecchiare senza diventare adulti. Parole che vorremmo suggellassero le nostre vite, all’insegna dell’archetipo – magnificamente incarnato da entrambi – del puer aeternus, mito di purezza e d’irrequietudine da opporre come un argine alla gravosa ipoteca di quella sordida “maturità” che sembra aver ridotto troppi di noi a laboriosi funzionari del Nulla.

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