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Quel mare al qual tutto si move

Blog Il mare mi sgomenta, fissarlo è tutt’uno col sentirsi risucchiato nei suoi abissi. È il richiamo dell’“oceano di silenzio” di cui cantava Battiato, del vuoto o pieno che sia da cui proveniamo e al quale approderemo. È quel progressivo svuotamento dell’Io a cui assistiamo tra le anime purganti della Commedia dantesca. Un tuffo nel mare dell’Essenza è invito alla mitezza, alla compassione, le uniche che salveranno il mondo

Ho messo, in copertina della mia pagina Facebook, uno dei tanti mari abbacinanti, transumanati di Piero Guccione. Il mare mi sgomenta, fissarlo è tutt’uno col sentirsi risucchiato nei suoi abissi, eppure io vivo di fronte al mare, a quell’imperiosa tentazione.
È il richiamo dell’“oceano di silenzio” di cui cantava Battiato, del vuoto o pieno che sia da cui proveniamo e al quale approderemo, è già qui e ora una segreta e tenace attrazione: «io che devo svanire / e vorrei sospendermi nel nulla / ridurmi e diventare nulla».

È quel progressivo svuotamento dell’Io a cui assistiamo tra le anime purganti della seconda cantica della Commedia dantesca, e nell’itinerario spirituale dello stesso Dante dalla greve e carnale mondanità degl’inferi alla vaporosità delle sfere celesti; e di cui, proprio nel Paradiso, si fa voce Piccarda Donati:

Frate, la nostra volontà quïeta
virtù di carità, che fa volerne
sol quel ch’avemo, e d’altro non ci asseta.
E ’n la sua volontade è nostra pace:
ell’è quel mare al qual tutto si move
ciò ch’ella crïa o che natura face.

Claude Monet “Onde che si infrangono”, 1881, Fine Arts Museums of San Francisco

«Quel mare al qual tutto si move»: ma a patto di raggiungere quell’evangelica povertà di spirito che svuoti fino ad annullare l’identità, a creare un vuoto che la Grazia ricolmi; a patto di rifluire spossessati nel respiro cosmico come i saggi taoisti dell’Estremo Oriente, come Zhuang-zi: «L’uomo perfetto è senza io, l’uomo ispirato è senza opera, l’uomo santo non lascia nome».
E più avanti, quando il candore dei mansueti evangelici trascolora nella notte oscura dei mistici, è tutto un inabissarsi in quel «mare al qual tutto si move» oltre la vita, oltre la morte, e nella vita in un cimento di dolorosa anticipazione di quell’arduo transito. Oppure è uno smemorarsi, immoti o roteanti, nella preghiera al Misericordioso, come in quel Medio Oriente dei mistici sufi sognato, nella sua breve e infelice parabola, da Antonia Pozzi:

Ho tanta fede in te. Son quieta
come l’arabo avvolto
nel barracano bianco,
che ascolta Dio maturargli
l’orzo intorno alla casa.

E Cristina Campo, l’“imperdonabile”, in quei deserti bramerà anche lei di rinverginarsi, ma all’ombra d’un prodigioso patibolo:

Ora rivoglio bianche tutte le mie lettere,
inaudito il mio nome, la mia grazia richiusa;
ch’io mi distenda sul quadrante dei giorni,
riconduca la vita a mezzanotte.
[…]
O Medio Oriente disteso dalla sua voce,
voglio destarmi sulla via di Damasco –
né mai lo sguardo aver levato a un cielo
altro dal suo, da tanta gioia in Croce.

Gustave Courbet, “Mare calmo”, 1869, Metropolitan Museum of New York

E non è, per citare il sublime poeta barocco Gongora, «vincere la morte con la morte»? Non è anticiparne il ferale operato e ribaltarne il segno scegliendo, invece, di svanire, di dileguarsi con quieto ardore, scegliendo di affidarsi a una promessa di accoglienza e di amore? Non è mitezza, oltreumana e salvifica mitezza?
La morte stessa si rivela ben misera cosa, per chi su quella hora de la verdad opera un diuturno investimento speculativo. Come Montaigne, che aveva capito che «phlilosopher c’est apprendre à mourir». E non sembri, questo mio dire, inopportuno e iettatorio, a chi com’è giusto nutre una sana e sacrosanta voglia di vivere, e di vivere pienamente. Perché quel tuffo nel mare dell’Essenza non è rinunzia a vivere, ma a farsi dominare da un Io invadente e votato al possesso, alla sopraffazione; è invito alla mitezza, alla compassione, perché solo mitezza e compassione salveranno il mondo.
«La rivoluzione: mare / d’ira azzurra, a inghiottire tanta fredda miseria», cantava Luis Cernuda, il grande poeta spagnolo che scelse di vivere e morire in Messico. E nelle Variaciones sobre tema mexicano scrisse: «in nulla il corpo manifesta così bene la coscienza della propria dignità come nell’abbandono». E il nostro amato Franco: «Mare mare mare voglio annegare / portami lontano a naufragare…».

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